20/07/2020, 10.51
FILIPPINE – HONG KONG
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Vescovi filippini: Come Hong Kong, scivoliamo anche noi verso la dittatura

La Conferenza episcopale nazionale invia una Lettera a tutti i fedeli: “Preghiamo per l’ex colonia britannica, come ci ha chiesto il card. Bo. Ma chiediamo preghiere al mondo anche per noi: la legge anti-terrorismo approvata dal governo sta schiacciando le libertà fondamentali della popolazione”. I presuli ammoniscono: “Tutto è iniziato così anche nel 1972, alba della dittatura di Marcos”. Il testo completo del messaggio.

Manila (AsiaNews) – I vescovi delle Filippine “pregano e invitano a pregare per Hong Kong, schiacciata da una nuova legge repressiva che mina i diritti della popolazione”. Ma allo stesso tempo chiedono preghiere al mondo per la loro nazione, “che si trova in una situazione simile. Siamo vicini al ritorno della dittatura”. Lo scrive in una lettera aperta a tutti i fedeli il vescovo di Kalookan, mons. David, facente funzioni di presidente della Conferenza episcopale nazionale. Di seguito il testo completo del messaggio (traduzione dall’inglese a cura di AsiaNews).

Alcuni giorni fa, abbiamo ricevuto una lettera dal cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon (Myanmar) e presidente della Federazione delle Conferenze episcopali asiatiche. Il testo è una ardente richiesta di preghiere per Hong Kong, dopo l’entrata in vigore della nuova Legge sulla sicurezza nazionale. Nella lettera, il presule spiega come questa nuova normativa ponga una minaccia alle libertà fondamentali e ai diritti umani di Hong Kong, e di come essa mini in modo particolare la libertà di espressione.

Da parte sua, il governo cinese ha assicurato la popolazione dell’ex colonia: non c’è nulla da temere, almeno fino a che “non si venga coinvolti in alcuna attività che minacci la sicurezza nazionale”. Perché questa frase suona familiare a noi filippini? Perché siamo in una situazione simile. Di conseguenza, mentre rassicuriamo il card. Bo che pregheremo insieme a lui per la gente di Hong Kong, vogliamo chiedergli allo stesso tempo di pregare per le Filippine e spiegare perché abbiamo davvero bisogno di queste preghiere, proprio come la gente di Hong Kong. Come loro, siamo allarmati dalla recente entrata in vigore della Legge anti-terrorismo nel nostro Paese.

Abbiamo ancora seri dubbi riguardo al modo in cui questa contestata norma sia stata discussa e approvata con grande rapidità da entrambe le Camere del Congresso, proprio mentre l’attenzione di tutte le Filippine era focalizzata sulla pandemia generata dal Covid-19. I promotori del testo non sono sembrati preoccupati dal fatto che molte delle persone che rappresentano si siano schierate contro la legge: associazioni di avvocati, mondo accademico, settore dell’industria, sindacati, organizzazioni giovanili, organizzazioni non governative, movimenti politici, comunità religiose e persino il governo del Bangsamoro.

Le voci del dissenso sono state forti, ma sono rimaste inascoltate. Nessuna delle serie preoccupazioni sollevate da questi gruppi riguardo la nuova legge ha avuto un benché minimo riscontro nel legislatore. Di fatto, la pressione politica esercitata dall’alto ha messo molta più pressione sui deputati rispetto alle voci che si sono alzate dalla base. Questo fatto ha reso soltanto più evidente la commistione esistente fra i rami esecutivo e legislativo del nostro governo.

In particolare, gli esperti di diritto e i costituzionalisti della nostra nazione sono molto preoccupati perché questa nuova legge presenta molti elementi “oppressivi e contrari alla Costituzione”. Essi hanno sottolineato in maniera efficace “la seria minaccia ai diritti fondamentali di libertà garantiti a ogni filippino pacifico”.

Eppure, il governo e i suoi alleati hanno respinto queste paure e le hanno definite “infondate”. Le rassicurazioni che hanno fornito suonano stranamente simili a quelle date dal governo cinese ai cittadini di Hong Kong: “Attivismo non significa terrorismo. Non c’è motivo di essere preoccupati, se non siete terroristi”. Ma noi sappiamo bene che c’è differenza fra il commettere un crimine ed essere meramente sospettati o accusati di averlo commesso.

Non abbiamo forse sentito di come le persone coinvolte nelle questioni sociali siano state accusate di essere comuniste? Abbiamo forse dimenticato i vescovi, sacerdoti e religiosi che sono stati inclusi dalla polizia nazionale nella lista falsa di persone accusate di sedizione o incitamento alla sedizione? Non siamo consapevoli delle migliaia di persone uccise sulla base di semplici sospetti di coinvolgimento in attività criminali o spaccio di droga? Non abbiamo seguito le notizie riguardo la senatrice Leila de Lima, che continua a rimanere in prigione sulla base di semplici accuse? Non sappiamo delle personalità del mondo della comunicazione, minacciate da una moltitudine di accuse criminali? Non abbiamo percepito un brivido freddo quando abbiamo saputo della chiusura del più grande network nazionale, la Abs-Cbn, cui non è stata rinnovata la licenza? Non ci è evidente come questo sentiero di intimidazione stia creando un’atmosfera che peggiora in continuazione nell’ambito della libertà di espressione nel nostro Paese?

In questa cupa situazione politica, traiamo la nostra consolazione dai gruppi di avvocati e di ordinari cittadini che presentano petizioni alla Corte Suprema, mettendo in discussione la costituzionalità della nuova legge. Riuscirà il grado più alto del nostro sistema giuridico a mantenersi indipendente, oppure cadrà anch’esso vittima della pressione politica?

Il ritorno delle “detenzioni senza garanzie” introdotte dal testo non può che ricordarci i passi iniziali del governo nel 1972, che portarono alla caduta della democrazia e a un regime dittatoriale che ha terrorizzato le Filippine per 14 anni. Tutto iniziò quando un presidente eletto decise di legalizzare i cosiddetti ASSO – arresti, perquisizioni e ordini di cattura. Da quel momento, in maniera graduale siamo affondati in un regime autoritario. Sappiamo come, nel recente passato, la legge è stata usata troppe volte come un’arma per sopprimere il legittimo dissenso e l’opposizione: di conseguenza, non possiamo fare altro se non condividere l’apprensione espressa da avvocati e cittadini che si ribellano contro la legge davanti alla Corte Suprema.

Mentre una parvenza di democrazia continua a esistere e in qualche modo le nostre istituzioni democratiche continuano a funzionare, ci ritroviamo a essere come la proverbiale rana che nuota in una pentola che lentamente inizia a bollire. Ci incoraggia la consapevolezza che in varie agenzie governative vi siano ancora molte persone di buona volontà, il cui cuore è nel posto giusto e che rimangono obiettivi ed indipendenti nel pensiero. Non possiamo che ammirare questi funzionari pubblici, che seguono la propria coscienza e non si lasciano intimidire o prevaricare dalle pressioni politiche mentre svolgono il proprio mandato costituzionale.

Non possiamo fare altro che sperare che il numero di queste persone aumenti sempre di più. Sono un elemento importante di rafforzamento delle nostre istituzioni democratiche, uno strumento essenziale per un sistema democratico stabile e funzionale.

Per la Conferenza episcopale delle Filippine:

mons. Pablo Virginio S. David dd

vescovo di Kalookan e facente funzione di presidente

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