25/11/2014, 00.00
INDONESIA
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Vescovi indonesiani: Lo Stato registri i matrimoni misti, è questione di libertà religiosa

di Mathias Hariyadi
La Conferenza episcopale rilancia la difesa dei diritti civili, in particolare in tema di unioni miste. Musulmani, indù e confuciani contrari alla revisione della norma che, di fatto, blocca il riconoscimento civile dei matrimoni fra sposi di religione diversa. Anche i vertici della Consulta restii al cambiamento. Per la Chiesa è una battaglia che riguarda un “diritto umano inalienabile”.

Jakarta (AsiaNews) - La Conferenza episcopale indonesiana (Kwi) rilancia la battaglia in difesa dei diritti civili, in particolare nel settore dei matrimoni misti fra fedeli di religione diversa, che vanno sempre riconosciuti, garantiti e tutelati. Una posizione di rottura rispetto alle leggi dello Stato del Paese musulmano più popoloso al mondo, in base alle quali una unione civile segue sempre la celebrazione di una funzione religiosa e in essa trova il suo fondamento; perché solo il manto della religione rende effettivo il legame fra due persone, che "devono" professare la stessa fede. In ballo i principi supremi della laicità dello Stato e la pratica delle conversioni forzate, soprattutto verso l'islam. La posizione della Chiesa, in prima fila nella lotta per la libertà religiosa, rappresenta un caso isolato perché anche indù e confuciani, come i musulmani, sono contrari alle unioni miste. 

La legge che regola i matrimoni è la UU No 1/Anno 1974, Capitolo 2 e Verso 1, la quale afferma che "una relazione matrimoniale ha valore legale solo se la cerimonia nuziale è svolta secondo riti e norme appartenenti a una religione". Negli ultimi mesi, grazie anche al lavoro di accademici e studiosi di quattro università di Legge a Jakarta, in seno alla Corte costituzionale si è aperto un dibattito sulla possibilità - e la necessità - di una revisione normativa. La proposta è stata depositata alla Consulta nel luglio 2014 e verte su tre aspetti: l'impossibilità di riconoscere una unione a livello civile, se prima non vi è l'approvazione di una religione (fra quelle riconosciute dallo Stato); il veto alle unioni, se i due coniugi provengono da fedi diverse; il comma che esorta entrambi i coniugi a professare la medesima religione. 

Nel settembre scorso l'allora ministro per gli Affari religiosi Lukman Hakim ha confermato la validità delle norme in atto ed escluso il bisogno di una revisione costituzionale; egli ha aggiunto che prima di un qualsiasi intervento del legislatore, è necessario consultare i leader religiosi, in particolare gli esperti di legge islamica. Anche l'ex presidente della Corte costituzionale ha chiuso le porte a possibili modifiche, sottolineando che "se una coppia interreligiosa insiste per legalizzare la propria unione, vada all'estero".

Interpellati in materia, i vertici del Consiglio indonesiano degli ulema (Mui) hanno esortato la Corte costituzionale ad archiviare la proposta, mantenendo lo status quo. Sollecitati dal legislatore, anche i leader delle minoranze religiose hanno esposto la rispettiva posizione, con la sole voce della Chiesa cattolica isolata dal gruppo. L'Indonesia Hindu Parisada Dharma respinge l'idea di legalizzare i matrimoni misti; analoga la posizione del vice presidente di Matakin, l'Indonesian Khong Hu Cu's Association, secondo cui "i matrimoni misti non sono validi in base ai nostri insegnamenti".

Diversa l'opinione dei vescovi, rilanciata da p Father Purbo Tamtomo, esperto di Diritto canonico dell'arcidiocesi di Jakarta, secondo cui ogni unione fra un uomo e una donna è "un diritto umano inalienabile" e vale il principio supremo della laicità dello Stato; egli denuncia inoltre la pratica secondo cui molte coppie, unite dalla Chiesa in matrimonio misto, sono state costrette a convertirsi "per ottenere il riconoscimento" da parte delle istituzioni. 

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