05/07/2018, 11.54
LIBANO
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Vescovi maroniti: dal decreto di cittadinanza ripercussioni negative per il Libano

Il Consiglio dei vescovi torna ad attaccare la legge che garantisce la naturalizzazione di stranieri, a discapito di persone nate nel Paese e da genitore libanese. La classe dirigente tratta la materia con “superficialità”. Fra i beneficiari anche il vice-premier irakeno. I prelati invitano i fedeli a unirsi alla giornata di preghiera per la pace in Medio oriente.

 

Beirut (AsiaNews) - Il Consiglio dei vescovi maroniti ha lanciato un nuovo allarme in merito alle “ripercussioni negative” che si celano dietro l’eventuale entrata in vigore del decreto di cittadinanza. Secondo i prelati, la nuova legge, contro la quale nelle scorse settimane si era scagliato anche il patriarca maronita, finirebbe per sfavorire discendenti di cittadini libanesi nel legittimo percorso di naturalizzazione, privilegiandone altri con minori diritti.

In una nota i vescovi maroniti confermano di aver discusso a lungo sui decreti relativi alla cittadinanza “emanati dal 1994 a oggi” e “i punti in cui violano la legge e le ripercussioni negative che hanno sulla coesistenza” fra le persone. A seguire, i prelati avvertono che la cittadinanza è legata a doppio filo “all’identità nazionale, alla dignità, alla sua sovranità e agli interessi maggiori”. Per questo, avvertono, i politici e i rappresentanti delle istituzioni “non devono prendere alla leggera” una materia fondamentale e trattarla con “superficialità”.

A presiedere il meeting che si è tenuto nella sede patriarcale di Bkirki vi era il capo della Chiesa maronita, il cardinal Beshara Raï. “Vi sono diverse persone di origini libanesi - prosegue la nota del Consiglio - all’interno della diaspora, incluse personalità che si sono affermate su scala globale in numerosi settori, che hanno più diritto di altre a ottenere la cittadinanza”.

Di recente il ministero libanese degli Interni ha ufficializzato i nomi di centinaia di persone, fra cui il vice-presidente irakeno, che finirebbero per essere naturalizzati nel contesto di un decreto assai controverso e fonte di polemiche. A questo si aggiungerebbero numerosi uomini di affari e ricchi imprenditori siriani, vicini al governo di Damasco e i cui nomi sono stati rivelati di recente dai media, nel contesto di un approfondito lavoro di inchiesta giornalistica.

In qualche modo l’equilibrio numerico fra cristiani e musulmani opera in Libano come un regolatore e un punto di riferimento per il potere politico. Questo 50-50 (sebbene la percentuale sia cambiata negli ultimi anni a favore dei musulmani), è il mito fondatore del Paese dei cedri. Ed è sempre compito dei libanesi, di tutte le comunità, preservare questo mito pacifico, mantenendone l’efficacia e la credibilità, fornendo al pluralismo la base demografica di cui ha bisogno per rimanere credibile e dare frutti.

Secondo i critici, la legge avvantaggia gli stranieri e sfavorisce persone nate in Libano da madre libanese e padre di nazionalità diversa, che sono di fatto escluse dalla possibilità di essere naturalizzate. La lista diffusa dal ministero degli Interni elenca i nomi di 400 persone di varie nazionalità, fra cui irakeni, siriani e palestinesi, Fra questi vi sarebbe il vice-presidente irakeno Iyad Allawi, la moglie e i tre figli.

Infine, i vescovi maroniti lanciano un appello ai fedeli invitandoli a partecipare alla giornata di preghiera per la pace in Medio oriente, che si terrà il prossimo 7 luglio a bari (Italia). I prelati, conclude la nota, esortano la comunità a unirsi all’evento “con la preghiera” con la speranza che possano finire “le guerre” che sono causa di “morte e distruzione”, diffondendo al contrario “pace e sicurezza durature”.

 

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