25/08/2018, 11.44
MYANMAR
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Vescovo di Pyay: I Rohingya non vogliono tornare in Myanmar

I musulmani fuggiti in Bangladesh non si fidano delle autorità birmane. Il loro rimpatrio non sembra imminente ma spaventa i gruppi etnici locali. Nei campi profughi, i Rohingya chiedono “giustizia per il genocidio patito”. L’impegno della Chiesa cattolica per una riconciliazione pacifica ad un anno dalle violenze.

Pyay (AsiaNews) – Ad un anno esatto dallo scoppio delle ultime violenze settarie e la crisi umanitaria in Rakhine, i profughi Rohingya “non vogliono ancora tornare in Myanmar”. È quanto dichiara ad AsiaNews mons. Alexander Pyone Cho. Egli è vescovo di Pyay, diocesi che comprende anche il tormentato Stato birmano occidentale.

Nei campi profughi del Bangladesh oggi i Rohingya ricordano il primo anno dalla loro fuga con manifestazioni e striscioni di protesta, in cui chiedono “giustizia per il genocidio patito”. In Myanmar nei prossimi giorni inizierà ad operare la Commissione indipendente d’inchiesta (ICoE), che indagherà sulle presunte violazioni dei diritti umani.

“Al momento, in Myanmar la situazione resta immutata – afferma il prelato – Naypyidaw sta cercando di riportare la situazione alla normalità. Tuttavia, i musulmani fuggiti in Bangladesh non si fidano delle autorità ed il loro rimpatrio non sembra imminente. Ciò nonostante, tale eventualità alimenta l’opposizione e le paure della popolazione buddista locale, gli etnici rakhine”.

Sin dai primi giorni dell’ultima crisi in Rakhine, buddisti e indù hanno denunciato le atrocità compiute dai militanti dell’Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa). Nonostante i rapporti di organizzazioni internazionali ed il rinvenimento di alcune fosse comuni, i guerriglieri Rohingya hanno negato ogni violenza, invitando l’esercito birmano e gli altri gruppi etnici a “non colpevolizzare le vittime”.

La piccola comunità cattolica lavora con i leader delle altre confessioni per una riconciliazione pacifica nei conflitti religiosi ed etnici che continuano a sconvolgere il Paese. A fine maggio scorso, il card. Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon, ha guidato una delegazione di Religions for Peace (RfP) in Rakhine. La settimana successiva, il card. Bo si è incontrato con Aung San Suu Kyi e Thura U Aung Ko, ministro per la Cultura e gli Affari religiosi. Il porporato ha consegnato loro una donazione in denaro proveniente dalla Santa Sede.

Durante il suo storico viaggio apostolico in Myanmar (27-30 novembre 2017), papa Francesco aveva donato all’arcivescovo di Yangon 300mila euro, come contributo della Chiesa alla risoluzione della crisi nello Stato occidentale. In occasione dell’ultima visita ad limina dei vescovi della Conferenza episcopale del Myanmar (Cbcm), il pontefice aveva anche comunicato al card. Bo l’intenzione di organizzare una conferenza internazionale sui Rohingya.

“La Chiesa non può fare molto sul posto, poiché è il governo che coordina la risposta all’emergenza umanitaria. Ma tra mille difficoltà, Caritas Myanmar è impegnata nell’attuare di un programma di sviluppo sociale ed economico in due villaggi musulamani, due rakhine e due appartenenti alla minoranza etnica chin. L’intenzione, però – dichiara mons. Pyone – è quella di estendere l’iniziativa ad altri insediamenti”.

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