24/03/2017, 11.14
OMAN
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Vicario d’Arabia: Quaresima in Oman, Chiesa pellegrina che prega per i cristiani perseguitati

Mons. Hinder descrive una comunità “ricca di gioia” che si prepara alla Pasqua “partecipando in modo intenso alla liturgia”. L’impegno e la fatica per essere presenti alle funzioni, percorrendo centinaia di chilometri. I fedeli in maggioranza lavoratori migranti provenienti da India e Filippine. Famiglie spezzate, cura pastorale le priorità. L’islam locale, moderato e modello di convivenza.

 

Mascate (AsiaNews) - Una Chiesa “pellegrina, fedele alla preghiera, ricca di gioia”, che vive questo periodo di Quaresima “partecipando in modo intenso alla liturgia. Molti stranieri compiono enormi sforzi, non solo a livello di digiuno e astinenza, ma anche all’atto pratico per partecipare alle funzioni o aiutare quanti sono nel bisogno”. È quanto racconta ad AsiaNews mons. Paul Hinder, vicario apostolico dell’Arabia meridionale (Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen), descrivendo la comunità cattolica dell’Oman in queste settimane che conducono alla Pasqua. “Fra i fedeli - spiega - vi è molta attenzione rispetto a quanto avviene nel vicino Yemen e per i cristiani perseguitati [nel mondo], grande è la voglia di aiutare sia con le opere che attraverso la preghiera”.

A livello di comunità, racconta il prelato, i fedeli hanno intensificato “le funzioni fra membri dello stesso gruppo linguistico”; a questo si aggiungono gli appuntamenti con la Via Crucis e le confessioni, che “in Quaresima registrano una adesione maggiore” rispetto agli altri periodi dell’anno. “Tutti i cattolici - aggiunge - sono immigrati, in maggioranza indiani e poi filippini. Ecco perché vi sono funzioni a seconda dei gruppi linguistici, anche se la lingua principale è l’inglese e, come Chiesa, invitiamo i fedeli a frequentare queste messe per rafforzare il legame di unità”. “Li invito ad avere coraggio - prosegue mons. Hinder - e approcciarsi alla messa in inglese, per avere una esperienza sempre più ampia dell’appartenenza. Il pericolo è quello di rifugiarsi nel piccolo mondo costituito dal gruppo etnico e linguistico, anche se prevale un atteggiamento generale di apertura”. Un’attenzione alla pratica religiosa, avverte il prelato, alla quale dobbiamo educare “prima di tutto i bambini, e questa è una delle sfide maggiori: anche in Oman, come in altre realtà del vicariato, i bambini devono essere catechizzati ed è essenziale il ruolo dei laici”.

Mons. Paul Hinder, 74enne vicario apostolico per l’Arabia meridionale (Emirati, Oman, Yemen), è un vescovo francescano ordinato sacerdote il 4 luglio 1967. Il 20 dicembre del 2003 è stato nominato vescovo ausiliare dell’Arabia e consacrato il 30 gennaio 2004. Il 21 marzo 2005 è succeduto a mons. Bernardo Gremoli. È membro del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti e della Conferenza dei vescovi latini del Medio oriente.

Nel Paese arabo i cattolici sono circa 55mila, espatriati e lavoratori migranti, pari al 2% del totale della popolazione. I cristiani sono il 6,5%, gli indù il 5,5% mentre la grande maggioranza (pari al 75% circa) è di fede musulmana. In totale vi sono quattro parrocchie affidate alle cure di sette sacerdoti: la parrocchia di Sant’Antonio da Padova a Sohar, la chiesa dei Santi apostoli Pietro e Paolo a Ruwi, la parrocchia del S. Spirito a Muscat e la chiesa di San Francesco Saverio a Salalah.

L’impegno della Chiesa locale, precisa mons. Hinder, è proprio quello di “formare i catechisti, uomini e donne, volontari che dedicano parte del loro tempo per l’insegnamento della dottrina e della fede cristiana. Dobbiamo prepararli, aiutandoli per l’impegno e lo sforzo”. Tanti di loro, infatti, “consacrano il loro unico giorno libero a settimana, il venerdì [giorno di festa nell’islam] per questo servizio e in alcune parrocchie questo elemento rappresenta una sfida”.

Analisti ed esperti affermano che l’Oman rappresenta un “modello” fra gli Stato del Golfo, sia per la lotta al terrorismo che in tema di libertà religiosa. Una nazione conservatrice sul piano sociale, in cui i cittadini lottano per difendere valori e tradizioni pur rivendicando parità di diritti di genere; limitata, inoltre, l’interferenza dello Stato nella vita delle persone, a differenza di quanto avviene con la polizia religiosa islamica (mutaween) in Arabia Saudita.

Pur essendo vietato il proselitismo, la scuola di pensiero dominante è l’ibadismo, una filosofia religiosa islamica che precede entrambe le sette maggioritarie sunnita e sciita ed è famosa per la sua tolleranza nei riguardi delle altre religioni. La fede e gli insegnamenti Ibadi hanno influito anche sulle scelte di politica estera, che vedono l’Oman in lotta contro l’ideologia radicale. Artefice di quella che le ricerche definiscono la società più “felice” del Medio oriente il Qaboos bin Said Al Said che però, anziano e malato, si trova a dover affrontare - e indirizzare - il passaggio di poteri con l’obiettivo di salvaguardare i principi cardine del Paese. La leadership cerca di mantenere una certa “neutralità” di fronte alle crisi regionali e mondiali, grazie anche alla natura specifica dell’islam professato all’interno dei suoi confini. Si cerca di mantenere buone relazioni con l’Iran, senza per questo scontentare il gigante saudita. Un cammino sul filo del rasoio, che finora è valso al Paese la definizione di “Svizzera del Medio oriente”.

La realtà cattolica dell’Oman, secondo quanto racconta mons. Hinder, è “molto simile alle altre della regione, anche se le leggi e le caratteristiche del Paese ne condizionano” in parte la vita. “I cristiani - prosegue - sono sparsi per tutto il territorio, alcuni per lavoro si trovano anche distanti3/4/500 km dalla parrocchia e non possono partecipare ogni settimana alla messa. Cerchiamo di aiutarli, di farli sentire parte della comunità organizzando il trasporto a bordo di pullman o taxi. Ci sono fedeli che godono di un discreto tenore di vita, altri più in difficoltà”.

Come in molte altre parti della regione, ammette il vicario, è presente il tema “delle famiglie separate, se non addirittura spezzate. E con la crisi economica, che comporta il ritorno a casa dei parenti, di quanti non lavorano, il dramma rischia di acuirsi in un futuro”. Del resto nessuno è “sicuro” di poter restare nel Paese “non avendo la cittadinanza” e la permanenza è legata al permesso di lavoro. Ecco perché, aggiunge, siamo di fronte “a una realtà volatile, a una Chiesa pellegrina nel vero senso della parola, in cammino, mutevole. Ciò implica un cambiamento permanente e questa è una sfida per il lavoro di pastorale: per fare un esempio, non sappiamo se i catechisti di quest’anno ci saranno anche per il prossimo, viviamo a volte anche di improvvisazione. Cerchiamo di fare del nostro meglio per venire incontro alle esigenze di quanti hanno bisogno di aiuto “a livello psicologico, pastorale, spirituale”. L’evangelizzazione, conclude mons. Hinder, resta un elemento che esclude il mondo musulmano, ma non è raro che coinvolga fedeli di altre religioni non musulmane: “Non sono rari i casi di conversioni, ad esempio, fra gli indù e anche fra gli stessi europei in precedenza atei o che qui, in questa terra così lontana dalla loro, riscoprano il desiderio della fede e il ritorno alla preghiera”.(DS)

 

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