07/03/2016, 11.14
YEMEN

Vicario dell'Arabia: Nessuna notizia del sacerdote rapito. Al sicuro la suora scampata al massacro di Aden

Ad AsiaNews mons. Hinder conferma che sono stati aperti i “canali governativi” per verificare la sorte di p. Tom. Ma al momento non si sa nemmeno “se è ancora vivo”. La superiora, unica sopravvissuta al massacro, trasferita oggi “fuori dal Paese”. Yemeniti sotto shock condannano l’attacco. Mons. Ballin col Papa: "Troppa indifferenza attorno a questa vicenda brutale". 

Sanaa (AsiaNews) - Sulla sorte di p. Tom Uzhunnalil, presente nel compund delle missionarie della Carità di Aden attaccato il 4 marzo scorso da un commando terrorista e in cui sono morte quattro suore e 12 civili, “non ci sono ulteriori notizie”. È quanto racconta ad AsiaNews mons. Paul Hinder, vicario apostolico dell’Arabia meridionale (Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen), che ha avviato i contatti “con i canali governativi” dei Paesi “coinvolti”, per verificare la sorte del 56enne sacerdote indiano. Egli dovrebbe trovarsi “nelle mani degli assalitori”, prosegue il presule, ma “non sappiamo se è ancora vivo e non vi sono notizie certe. Sono stati attivati i canali” per arrivare a un suo rilascio e “stiamo facendo il possibile”.

Le autorità di Sana'a ritengono che dietro le violenze vi siano i miliziani dello Stato islamico (SI) attivi nel Paese, sebbene finora nessun gruppo in particolare abbia rivendicato l’azione. “Le informazioni - rivela una fonte governativa, dietro anonimato - puntano verso il coinvolgimento di Daesh [acronimo arabo per lo Stato islamico]”. Di contro, al Qaeda ha preso le distanza dall’azione affermando di non essere responsabile. 

Per mons. Hinder l’assalto alla casa per anziani di Aden, nello Yemen, che ha causato la morte brutale di quattro suore missionarie di Madre Teresa ha generato “profonda tristezza” non solo fra i cristiani della regione araba, ma anche fra gli stessi cittadini yemeniti. “La gente in Aden - racconta - gli stessi yemeniti, sono rammaricati perché stimavano le suore e il loro lavoro. Sono rimasti sotto shock per il gesto di questi terroristi, perché di terroristi si tratta, anche se non sappiamo con precisione chi siano gli autori”. 

Gli assalitori hanno giustiziato le quattro religiose - suor Anselma dell’India, suor Marguerite e suor Reginette del Rwanda, suor Judit del Kenya - e altre 12 persone che lavoravano a vario titolo all’interno della struttura. Solo la superiora, suor Sally (anch’essa indiana) è riuscita a salvarsi dalla brutalità degli assalitori. 

In merito alla sorte della superiora, mons. Hinder spiega che “sarà trasportata fuori dal Paese e il trasferimento dovrebbe avvenire già oggi”. “Se non ci sono contrattempi - aggiunge il prelato - già oggi potrà essere al sicuro. La religiosa raggiungerà una delle comunità fuori dal Paese, ma è una situazione ancora delicata quindi non si possono aggiungere ulteriori elementi”. 

Infine, mons. Hinder ringrazia papa Francesco per la condanna netta e ferma espressa ieri durante l’Angelus contro l’attacco alle missionarie della Carità, vittime non solo della violenza dei terroristi ma anche della “indifferenza” del mondo. Dopo la preghiera mariana Francesco ha espresso “vicinanza alle Missionarie della Carità per il grave lutto che le ha colpite” e ha invocato Madre Teresa perché le “accompagni in paradiso”, e “interceda per la pace e il sacro rispetto della vita umana”.

Contro l’indifferenza dei media e della società civile si è scagliato anche mons. Camillo Ballin, vicario apostolico dell’Arabia Settentrionale (Kuwait, Arabia Saudita, Qatar e Bahrain). “Il papa ha ragione - ha affermato ad AsiaNews il vescovo - perché è una cosa diabolica uccidere in nome di Dio. Ed è altrettanto grave osservare l’indifferenza dei media, il silenzio assoluto sul massacro” dei principali canali di informazione. Per il vicario è un “fatto gravissimo” ed è sempre più essenziale il compito di “informare e comunicare alla gente cosa succede nel mondo”. 

Per mons. Ballin le religiose hanno testimoniato con la loro stessa vita “la passione di Cristo”, che “le ha coinvolte nella sua passione e morte, e oggi le fa partecipi della gioia della resurrezione”. Commentando la situazione del vicariato settentrionale, almeno per quanto concerne Qatar, Bahrain e Kuwait, egli afferma che “vi è libertà di culto, pur con certi limiti”. Tuttavia, da qualche tempo “è evidente il clima di tensione e i governi insistono molto sul controllo, sulla sicurezza, perché il timore di un ingresso dello Stato islamico è concreto”. La speranza, sebbene per ora remota, è che le due grandi potenze “Iran e Arabia Saudita ritrovino un equilibrio” fra loro. 

In Yemen già in passato le religiose dell'ordine delle Missionarie della Carità fondato da Madre Teresa di Calcutta erano state oggetto di violenze. Nel luglio del 1998 tre suore sono state uccise da un uomo armato mentre uscivano dall'ospedale della città di Hodeida. Le autorità di Sana'a dissero all'epoca che l'aggressore era uno “squilibrato saudita”. Due delle missionarie uccise, suor Lilia e suor Anneta, erano di nazionalità indiana, mentre la terza, suor Michelle, era originaria delle Filippine.

Dal gennaio dello scorso anno la nazione del Golfo è teatro di un sanguinoso conflitto interno che vede opposte la leadership sunnita, sostenuta dall’Arabia Saudita, e i ribelli sciiti Houthi, vicini all’Iran. Nel mese di marzo, i sauditi a capo di una coalizione hanno lanciato raid aerei contro i ribelli nel tentativo di liberare la capitale Sana’a e riconsegnare il Paese al presidente (prima in esilio, poi rientrato) Abdu Rabu Mansour Hadi. Per l’Arabia Saudita gli Houthi, alleati alle forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh, sono sostenute sul piano militare dall’Iran; un’accusa che Teheran respinge al mittente con sdegno. Nel Paese sono inoltre attivi gruppi estremisti legati ad al Qaeda e milizie jihadiste legate allo Stato islamico, che hanno contribuito ad aumentare la spirale di violenza e terrore.

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