09/02/2011, 00.00
INDONESIA
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Violenze islamiche: società civile, leader cristiani e musulmani contro Yudhoyono

di Mathias Hariyadi
Il governo accusa funzionari locali e responsabili della sicurezza. Ma viene sconfessato da attivisti e capi religiosi di entrambe le fedi. Arcivescovo di Semarang: “non rispondere alla violenza con la violenza”. Leader del Nahdlatul Ulama: “lo Stato è disarmato quando deve fronteggiare i gruppi estremisti”. E sui social network si moltiplicano le critiche: presidente, “parole vuote”.
Jakarta (AsiaNews) – Susilo Bambang Yudhoyono punta il dito contro i funzionari locali e i responsabili della sicurezza, ritenendoli responsabili delle violenze del 6 febbraio scorso a Banten (isola di Java), in cui sono stati uccisi tre Ahmadi. All’attacco contro la minoranza musulmana sono seguite le devastazioni, avvenute ieri, di tre chiese, un orfanotrofio cristiano e un centro sanitario anch’esso cristiano nella reggenza di Temanggung (Java Centrale). Tuttavia, l’atto di accusa del presidente è sconfessato dai media, da numerosi esponenti della società civile e da leader religiosi – fra cui i cristiani – che incolpano il governo centrale per i continui episodi di conflitti interconfessionali. Un leader musulmano moderato conferma ad AsiaNews: “lo Stato è disarmato quando deve fronteggiare i gruppi estremisti”.
 
Nell’attacco di ieri nello Java Centrale, la folla si è scagliata contro la chiesa cattolica di San Pietro e Paolo, la chiesa protestante Bethel, il centro protestante Shekinah, distruggendo anche diverse auto e motocicli. Nella parrocchia cattolica i fondamentalisti hanno preso di mira pure le statue, l’altare e hanno aggredito il parroco – p. Saldhana – picchiato a sangue per aver difeso il tabernacolo. Mons. Johannes Pujasumarta, arcivescovo di Semarang, riferisce che “il sacerdote è traumatizzato per le scene cui ha assistito. Ha bisogno di giorni di riposo, per riprendersi nel corpo e nello spirito”. AsiaNews ha provato a contattare il prete sul suo telefono cellulare, senza risposta. Anche alla casa dei missionari della Sacra Famiglia (Msf), a Semarang, chiedono massimo riserbo per il sacerdote. “Per favore – avverte un responsabile di Msf – non subissatelo di domande. Ha bisogno di risposo assoluto”. 
 
Mons. Pujasumarta, attuale segretario generale della Conferenza episcopale indonesiana, spiega ad AsiaNews che dalle violenze di Temanggung dimostrano che “gli atti di vandalismo contro proprietà altrui non sono una buona soluzione”. Il prelato avverte che si rischia di avviare una “spirale senza fine” se rispondiamo “alla violenza con la violenza”. Ai giornalisti egli chiede di riportare notizie basate su fatti e non elementi fabbricati ad arte per un tornaconto personale.
 
Intanto emerge che Richmond Bawengan, l’uomo condannato per blasfemia a cinque anni, pretesto usato dai fondamentalisti per scatenare gli attacchi di ieri, ha provocato non solo l’islam, ma anche i cattolici, la Madonna e il Rosario. La conferma arriva da p. Aloysius Budipurnomo Pr, capo della Commissione per il dialogo interreligioso dell’arcidiocesi di Semarang, che parla di diffusione di un libro dal contenuto provocatorio e volantinaggio di foglietti dal contenuto offensivo verso i cristiani.
 
Contro le ripetute violenze ai danni delle minoranze, si schierano membri della società civile, intellettuali e leader religiosi musulmani. Yenny Wahid, figlia dell’ex presidente Abdurrahman Wahid, invita i capi delle congregazioni religiose “a mostrare rispetto verso le altre confessioni”. Ulul Huda MA, studioso musulmano di alto profilo, appartenente al movimento moderato Nahdlatul Ulama (Nu), paragona l’Indonesia a una foresta, in cui vige la legge del più forte quale garanzia di sopravvivenza. In un colloquio con AsiaNews, egli sottolinea che “lo Stato è disarmato quando deve fronteggiare i gruppi estremisti” e le forze di polizia “non riescono a far rispettare la legge”, perché “soggiogate dalle minacce dei fondamentalisti”.
 
Il leader musulmano moderato illustra cinque punti, ritenuti essenziali per capire il dilagare degli episodi di violenza negli ultimi anni. Egli auspica la creazione di un regolamento che indichi come mantenere l’armonia fra religioni, promuovendo il dialogo e l’applicazione della legge. “Se il presidente non lo farà – avverte Ulul Huda MA – la situazione peggiorerà sempre più”.
 
Al coro di critiche contro l’operato del presidente, si uniscono anche diversi esponenti della società civile indonesiana. Gli attivisti hanno sottoscritto un messaggio di condanna delle violenze interreligiose, unito alla richiesta di dimissioni per il Ministro degli affari religiosi. Lo scorso anno Surya Dharma Ali, sottolineano i firmatati, ha emesso un decreto in cui si invitano gli Ahmadi a non praticare la fede in pubblico e rinunciare all’opera di evangelizzazione. Per gli attivisti questa norma, come la legge sulla blasfemia in Pakistan, è la causa delle continue violenze confessionali in Indonesia e ne chiedono la revoca immediata.
 
Critiche a Yudhoyono e all’intero esecutivo cominciano ad apparire anche in rete, sui principali social network utilizzati dai navigatori. Un abitante di Jakarta scrive: “Non perdere tempo con parole e discorsi, fai qualcosa di concreto per risolvere il problema”. Un secondo aggiunge: “Parole, parole, e ancora parole. Caro sig. Presidente, parla quanto vuoi, ma ti giudicheremo per quello che fai. E non ho visto nulla di concreto sinora…”.
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