12/08/2016, 13.17
ARABIA SAUDITA - STATI UNITI
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Washington approva la vendita di armi all’Arabia Saudita per 1,5 miliardi

Il contratto prevede la consegna di 130 carri armati, armi e consulenze militari. Riyadh promette di combattere lo Stato islamico ma usa le armi per colpire i rivali nella regione. Solo 10 caccia sauditi nella coalizione anti-Daesh, ben cento in Yemen contro gli sciiti Houthi. Diplomatico francese: col traffico di denaro e armi l’Occidente si costruisce in casa il proprio nemico. 

Riyadh (AsiaNews) - A dispetto delle ripetute denunce di violazioni ai diritti umani nel conflitto in Yemen e gli intrecci con la galassia estremista islamica, il Dipartimento di Stato Usa sta per approvare la vendita di armi all’Arabia Saudita per un valore di 1,15 miliardi di dollari. Il contratto stipulato dalle parti prevede anche la consegna di 130 carri armati Abrams, una potente macchina per la guerra di terra, oltre ad armi e consulenze varie. 

L’alleanza sul piano militare e bellico fra Riyadh e Washington è di lunga data. Solo lo scorso anno gli Stati Uniti hanno venduto equipaggiamento militare e armi alla controparte saudita per un valore complessivo pari a 20 miliardi di dollari. 

Fonti della Difesa statunitense sottolineano che la vendita di carri armati permetterà di rafforzare il potenziale delle truppe di terra del regno e migliorare il coordinamento e l’operatività fra forze americane e saudite. Essa testimonia anche “l’impegno” di Washington “per la sicurezza dell’Arabia Saudita” - a dispetto delle recenti tensioni - e la “modernizzazione” degli armamenti. 

La Camera Usa ha 30 giorni di tempo per bloccare la vendita, ma l’ipotesi di una opposizione da parte dei deputati appare assai improbabile, a fronte di alcuni malumori e proteste. Una parte dell’Assemblea ricorda infatti le vittime civili in Yemen causate dai raid aerei di Riyadh.

In molti casi, infatti, invece di combattere lo Stato islamico (SI) e la galassia jihadista, i sauditi attaccano gruppi ribelli sciiti vicini all’Iran, nemico storico nella regione mediorientale. 

Dall’inizio dell’intervento militare dell’Arabia Saudita in Yemen, nel marzo dello scorso anno, si sono registrate centinaia di vittime civili. Nel contesto dell’intervento, Riyadh avrebbe usato anche le cosiddette bombe a grappolo di fabbricazione statunitense, un’arma da guerra terribile e dagli effetti imprevedibili, messa al bando da 119 nazioni al mondo. Inoltre, l’Arabia Saudita ha fornito solo dieci caccia alla coalizione impegnata nella lotta contro Daesh [acronimo arabo per lo Stato islamico] in Siria e Iraq, mentre ne ha dispiegati almeno cento in Yemen contro gli Houthi. 

Tuttavia, non vi sono solo gli Stati Uniti fra le grandi nazioni dell’Occidente a vendere armi a Stati che, a vario titolo, nutrono legami con movimenti estremisti o ne tollerano le gesta. Paesi come la Francia, la Gran Bretagna hanno trafficato e continuano ad alimentare la vendita di armi ad Arabia Saudita e Qatar, acuendo l’instabilità della regione.

In una lunga analisti pubblicata su Le Monde, l’ex diplomatico ed esperto di politica internazionale Laurent Bigot sottolinea gli intrecci fra le guerre in Medio oriente e l’escalation di eventi terroristici nel cuore dell’Europa. Lo studioso mostra come da almeno due decenni sia lo stesso Occidente a “costruirsi i propri nemici”, da Osama bin Laden sino ai miliziani dello Stato islamico (SI), una “risposta” alle persecuzioni dei sunniti promossa dal governo dello sciita Nouri al Maliki in Iraq, sostenuto da Washington.

Lo spauracchio della guerra allo SI è un pretesto dietro il quale si celano “commerci” - che includono anche armi e mezzi - con Riyadh e Doha, considerati “fra i principali sponsor dell’oscurantismo religioso e del terrorismo”. Una guerra, quella ai jihadisti, che non si cura nemmeno di “tagliare le vie” utilizzate dai miliziani “per il contrabbando di petrolio”, fra le principali risorse economiche usate per finanziare la guerra e acquistare armi. 

E ancora, la decisione di limitare l’uso del contante a mille euro, quando vi sono flussi di milioni - se non miliardi di dollari - in banconote che transitano per i paradisi fiscali e il sistema bancario e alimentano gli affari dei signori della guerra. Oppure, denuncia Bigot, “il sostegno francese ad al Nusra, la cui ideologia non ha nulla da invidiare a Daesh” e la “consegna di armi ai [cosiddetti] ribelli in un’area del mondo già satura di armamenti”. 

L’esperto invita la comunità internazionale e l’Occidente in particolare “ad aprire gli occhi sulle proprie incoerenze”, perché “finiranno per costarci care”. 

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