15/01/2014, 00.00
CINA
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Xi Jinping applaude a Mao per accrescere il suo potere

di Willy Lam
Pur continuando a parlare di riforme economiche e politiche, Xi riversa fiumi di retorica per preservare la memoria del Grande Timoniere, nascondendo tutti i suoi errori. E intanto accumula cariche su cariche verso una quasi dittatura. Proprio i viziati principini sono i più fedeli "maoisti". Il vecchio segretario di Mao: Se si toglie loro il Partito, non hanno più legittimità. Ma se il Partito continua così, non sarà capace di affrontare le sfide del 21mo secolo.

Hong Kong (AsiaNews) - Il presidente Xi Jinping ha usato le celebrazioni per il 120mo anniversario della nascita di Mao Zedong, lo scorso 26 dicembre, per legittimare le sue politiche conservatrici - e la concentrazione del suo potere al vertice dell'apparato del partito-Stato.

Più di 100mila persone, in maggioranza contadini, sono giunti la luogo natale di Mao, nell'Hunan centrale, per onorare il fondatore della Repubblica popolare, ma nelle maggiori città le celebrazioni sono state alquanto silenziose. In ogni modo, a Pechino, tutti i sette membri del Comitato permanente del Politburo del Partito comunista cinese (Pcc) sono andati al mausoleo di Mao, in piazza Tiananmen, per rendere omaggio al Grande Timoniere (Hunan Daily, 16 dicembre 2013; People's Daily, 26 dicembre 2013).

Il discorso di Xi a una ridondante servizio commemorativo nella Grande sala del popolo ha gettato luce sul modo in cui il suo governo attuerà i piani di riforma varati di recente dal Terzo Plenum del Comitato centrale del Pcc, e anche sul modo in cui il segretario generale e comandante in capo progetta di raccogliere nelle sue mani le redini del potere.

In linea con la serie di esortazioni fatte dopo essere divenuto capo del Partito al 18mo Congresso nel novembre 2012, il supremo leader 60enne ha sottolineato l'imperativo della "fede nel socialismo con caratteristiche cinesi". Lodando Mao per aver "risolto in modo creativo l'importante questione di sintetizzare il Marxismo-leninismo con le realtà cinesi", Xi ha ripetuto che i cinesi dovrebbero con orgoglio mostrare la loro "autostima nel nostro cammino, nelle nostre teorie e nelle nostre istituzioni". Il presidente e comandante in capo ha reso omaggio al principio maoista di "indipendenza e autodeterminazione" che - ha detto - ha escluso [la possibilità] che la Cina copiasse alcun modello straniero, specie quelli dell'occidente capitalista. "Nessun popolo o nazione è divenuto forte e rinvigorito confidando su forze estranee o seguendo strettamente le orme degli altri", ha aggiunto. "Ciò porterebbe solo al fallimento o al risultato di divenire [un Paese] vassallo di altri" (Xinhua, 26 dicembre 2013).

Sembra non esserci alcuna contraddizione fra la venerazione di Xi per il maoismo e la difesa della sua leadership per le riforme orientate al mercato, come emerse dalle bozze di liberalizzazione - Risoluzione su alcuni importanti temi sull'approfondimento delle riforme in modo comprensivo (Risoluzione) - approvate dal Comitato centrale del partito lo scorso novembre. Anzi, egli sembra voler seguire il percorso tracciato dal leader riformista Deng Xiaoping - usando le riforme capitaliste come un mezzo per rafforzare il modello autoritario del "socialismo con caratteristiche cinesi".  Xi, che è responsabile della stesura del documento, ha ripetuto che le riforme devono essere attuate in modo ordinato e progressivo - e che saranno verificate dall'autorità centrale al vertice del Pcc.

Il documento di riforma sostiene l'imperativo di dingceng sheji, cioè  un "progetto di alto livello" e "l'organica integrazione della leadership del Partito, del popolo che gestisce i suoi affari, del governo della nazione secondo la legge" (Xinhua, 15 novembre 2013; China News Service, 15 novembre 2013).

In tal modo, la retorica accuratamente calibrata di Xi, è indirizzata a tranquillizzare sia i cinesi che vogliono una continuazione delle riforme economiche, sia gli elementi conservatori nel Partito, che sono d'accordo con il giudizio di Deng, secondo cui "se abbandoniamo lo standard del Pensiero di Mao, stiamo di fatto negando la storia illustre del partito" (People's Daily, 24 marzo 2010).

In effetti, nel suo ormai famoso discorso dello scorso dicembre sul trarre al giusta lezione dal collasso del Partito comunista nell'Unione sovietica (il Pcus), Xi notava che il Pcus ha compiuto un errore fatale nel denigrare Lenin e Stalin. Il risultato del loro abbandono dei padri fondatori - ha messo in luce Xi - [è stato che] "i membri del partito degli ultimi tempi sono annegati nel nichilismo storico". E ha aggiunto: "I loro pensieri divennero confusi, e i differenti livelli dell'organizzazione del partito divennero inutili" (Radio Free Asia, 24 maggio 2013; Deutsche Welle Chinese Service, 25 gennaio 2013).

Nonostante le espressioni di fiducia nel modello cinese, Xi ha rivisitato un tema apparso molte volte nei suoi discorsi lo scorso anno: la paura che il "ciclo dinastico" colpirà il 92enne Pcc. Egli ha citato il famoso detto di Mao, che "non diverremo mai come Li Zicheng". Li (1606-1644) era il leader carismatico di una ribellione contadina alla fine della dinastia Ming; ma anche se vinse Pechino, questo imperatore in pectore non riuscì a mantenere il potere perché egli e i suoi colleghi si distanziarono dalle masse, adottando uno stile di vita aristocratico. Xi ha citato un altro proverbio che Mao e i quadri della prima generazione hanno spesso usato: "il vigore di un regime può sembrare travolgente; ma la morte potrebbe colpire tutti in un attimo". Sempre seguendo Mao, la ricetta di Xi per aggiustare le cose storte della situazione cinese non è introdurre nuovi concetti o istituzioni. Egli nota: "Dobbiamo potenziare le abilità del partito nella sua auto-purificazione, auto-perfezione, auto-rinnovamento e auto-elevazione".

L'apparente ossessione di Xi per un pensiero sullo stile di Mao sta dietro anche ad alcune contraddizioni presenti nella Risoluzione approvata al Terzo Plenum. Ad esempio, da una parte la Risoluzione indica che "il mercato giocherà un ruolo decisivo nella distribuzione delle risorse", dall'altra essa mette enfasi sul "rafforzamento e il miglioramento della leadership del partito su [diversi aspetti della] riforma". "Dobbiamo sviluppare in pieno - dice ancora il documento - la funzione della leadership del Partito nel possedere la situazione generale e nel coordinare i differenti settori". E mentre il Terzo Plenum sembrava aver allargato la via per le imprese private e straniere, la Risoluzione urge "un potenziamento incessante del vigore, della forza di controllo e dell'influenza dell'economia statale" (Xinhua, 15 dicembre 2013; China News Service, 15 dicembre 2013).

E' chiaro che Xi vuole uno stretto controllo personale sull'intera agenda di riforma. La sua abilità nel determinare personalmente il ritmo delle riforme gli permetterà di riconciliare richieste fatte alla leadership dai più disparati blocchi politici di potere. Non vi è dubbio che Xi condivida con Mao la stessa inclinazione verso un governo autoritario. Nel suo discorso del 26 dicembre, Xi non ha ignorato del tutto i monumentali errori fatti da Mao, specie quelli durante la Rivoluzione culturale (1966-1976), ma il leader di oggi ha seguito con larghezza il verdetto emesso da Deng Xiaoping nei primi anni '80, per il quale "i contributi di Mao sono primari, i suoi errori sono secondari". Mentre Deng almeno in parte ha attribuito i fallimenti di Mao alle deboli istituzioni del Pcc, comprese le assenze di verifiche e bilanciamenti [di potere], Xi non ha fatto alcun riferimento alla tradizione leninista (e dittatoriale) del Partito [1]. Xi ha indicato che una ragione per le aberrazioni di Mao era il semplice fatto che egli si stava avventurando in un nuovo territorio. "[Quando Mao ha cercato] di costruire il socialismo nelle condizioni storiche e sociali della Cina, non vi erano precedenti", egli scrive. "E' come uno scalatore che affronta un'alta montagna in cui nessuno vi è stato fino allora".

Xi non ha detto molto sullo stile da uomo forte della leadership di Mao, ma egli ha in pratica reso orgoglioso il dittatore, accumulando potere con successo dopo solo 14 mesi di incarico. Alla fine dell'anno, un incontro del Politburo ha annunciato che Xi è stato nominato capo del testé creato Gruppo centrale di guida per l'approfondimento comprensivo delle riforme. Xinhua ha indicato che il gruppo dirigente è incaricato di "tracciare la riforma su una base globale, preparare e coordinare le riforme, spingere verso la completa riforma, supervisionare l'attuazione dei piani di riforma" (Xinhua, 29 dicembre). In più, un altro gruppo varato al Terzo Plenum, la Commissione di sicurezza nazionale, sarà quasi senz'altro capeggiato da Xi (v. "Altro che riforme, il Plenum è servito a consolidare il potere di Xi Jinping", 22/11/2013).

Tale sviluppo significa che Xi avrà l'ultima parola sull'economia, oltre ad avere controllo di ferro sugli apparati del partito-stato, dell'esercito, e delle forze di polizia (Ming Pao [Hong Kong] 30 dicembre 2013; Bloomberg, 30 dicembre 2013). Ad ogni modo, i tempi sono cambiati da quelli in cui Mao esercitava un controllo quasi totalitario. Nonostante i molti titoli assunti, perché le cose si realizzino, Xi ha bisogno almeno dell'avallo delle unità regionali e centrali del vasto apparato partitico-statuale-militare.

In più, glorificare ciò che Xi ha definito "gli importanti contributi dei nostri avi", è un modo indiretto con cui i principini - i figli dei grandi del partito - rivendicano "legittimità rivoluzionaria". Per Xi, le quiete celebrazioni del maoismo aggiungono il beneficio di unificare i principini e schierarli dietro di sé, dato che non sono un blocco di potere molto unito. "Oggi, ciò di cui possiamo rassicurare il compagno Mao Zedong e altri primi rivoluzionari è che... siamo più vicini, rispetto ad ogni altra congiuntura storica, di giungere al fine del rinascimento della razza cinese", ha detto Xi, che è figlio del defunto vice-premier Xi Zhongxun. Non sorprende che negli scorsi dieci anni i quadri militari e civili con "sangue rivoluzionario ereditario" siano stati i più ferventi osservanti della tradizione maoista. Più o meno nello stesso periodo in cui il membro del Politburo in disgrazia e principino di alto profilo, Bo Xilai lanciava la sua campagna "cantiamo canzoni rosse", l'allora vice-presidente Xi stava ravvivando gli standard del maoismo. Ad esempio, visitando la "mecca rivoluzionaria" di Jinggangshan nella provincia dello Jiangxi nel 2008,  Xi ha reso omaggio a "gli innumerevoli martiri della rivoluzione, che hanno sprecato il loro sangue e le loro vite per guadagnare questa nazione". "Essi hanno posto le basi solide del buon livello di vita [di cui godiamo oggi]", ha detto. "In nessun caso possiamo abbandonare questa tradizione". Anche i principini nell'esercito sono stati fervidi custodi della tradizione maoista. Ad esempio, dalla fine del primo decennio gli anni 2000, il "Coro dei 100 figli di generali" è stato molto attivo nell'organizzare "concerti rossi". Membri ragguardevoli della troupe includono i figli e le figlie dei marescialli Chen Yi, Nie Rongzhen, Luo Rongzhen e He Long, e cioè Chen Haosu, Nie Li, Luo Dongjin, and He Xiaoming (Dazhong Daily (Shandong), 26 giugno 2010; People's Daily, 15 ottobre 2008).

Nello stesso tempo, i generali dell'esercito hanno giurato di portare avanti i precetti maoisti di politica estera militare ed aggressiva, specie nel campo del "combattere l'imperialismo". In un seminario sulle dottrine di Mao sulla difesa nazionale, tenutosi all'Accademia delle scienze militari, il direttore del Dipartimento generale di politica, gen. Zhang Yang , ha detto che "il pensiero militare di Mao è una forte arma ideologica per annientare i nemici e vincere le guerre".  Facendo un collegamento fra il pensiero di Mao e il "sogno cinese" del Comandante in capo Xi, il gen. Zhang ha chiesto agli ufficiali e alle truppe di studiare con attenzione le istruzioni del Grande Timoniere "così da rafforzare la nostra coesione e realizzare il sogno cinese e il sogno del nostro forte esercito" (CNTV.com, 25 dicembre 2013; People's Daily, 24 dicembre 2013). Negli ultimi anni, commentatori militari "falchi", come i generali Luo Yuan e Zhang Zhaozhong hanno applaudito alla prontezza di Mao nel "confrontare gli americani", specie se paragonato con il mantra conciliante del defunto Deng Xiaoping di "mantenere un profilo basso" (360Doc.com [Beijing], 16 dicembre 2013;  www.wyzxsx.com [Beijing], 6 ottobre 2010).

Ad ogni modo, gli intellettuali liberali e i dissidenti della nazione hanno una percezione molto diversa su Mao e sulla sua rilevanza per la politica cinese del 21mo secolo. In un'intervista con i media di Hong Kong e con la stampa cinese internazionale, essi mettono in guardia i cinesi perché traggano la giusta lezione dalla dittatura in stile-Mao, se il Paese vuole diventare una società moderna e giusta.

"La distruzione del mercato è stato uno dei grossi abbagli di Mao", ha detto Bao Tong, il segretario del defunto capo del partito Zhao Ziyang. Bao fa notare una contraddizione fra l'impegno delle autorità di "approfondire le riforme in modo completo" da una parte, e "l'onorare il tiranno Mao Zedong" dall'altra. Li Rui, il 96enne vecchio segretario di Mao, ricorda che il Grande Timoniere guardava a se stesso come un contemporaneo imperatore Qin (260-210 a.C), il Primo imperatore, molto noto per la sua brutale soppressione del popolo.  Li ha deplorato che il potere attuale abbia a difendere l'eredità del despota. "Sono stati educati dal Partito comunista, e sono cresciuti indossando sciarpe rosse", ha detto Li a proposito dei leader attuali. "Senza Mao, il Partito comunista e il marxismo essi non hanno alcuna legittimità. Sono costretti a salvaguardare la loro origine" (South China Morning Post, 21 dicembre 2013; Radio Free Asia, 13 dicembre 2013).

Grazie al "sangue blu" rivoluzionario, Xi sembra attaccato sentimentalmente a Mao, molto più di quanto gli ex presidenti Jiang Zemin e Hu Jintao lo fossero, le cui eulogie su Mao nel 1993 e nel 2003 erano politicamente corrette, ma meno cariche di emozione. E' chiaro che Xi deve emergere dall'ombra di Mao se vuole attuare il tipo di riforme politiche ed economiche che sono necessarie e più in sintonia con le esigenze del 21mo secolo.

(Per gentile concessione della Jamestown Foundation. Traduzione italiana di AsiaNews)


[1] Il verdetto di Deng su Mao è contenuto nella "Risoluzione su alcune questioni nella storia del nostro partito dalla fondazione della Repubblica popolare cinese", un documento approvato dall'11mo Comitato centrale nel giugno 1981. In un famoso discorso nell'agosto 1980, dal titolo "Sulla riforma del sistema del partito e della leadership statale", Deng notava che costruire istituzioni viabili e uno stato di diritto era più importante che scegliere leader santi per governare la nazione.

 

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