18/09/2014, 00.00
INDIA - CINA
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Xi Jinping in India, per creare "un nuovo e migliore futuro" per l'Asia e l'umanità intera

Il premier indiano Narendra Modi ha accolto il capo di Stato cinese lodando il nuovo accordo fra Delhi e Pechino, in grado di "scrivere pagine di Storia". I due giganti continentali hanno già radicati rapporti commerciali, ma puntano a migliorarli ancora di più. La fine del mondo "unipolare" guidato dagli Stati Uniti e la volontà di fare dell'Asia il grande protagonista del Terzo millennio. Il cambio di rotta frutto anche del ricambio generazionale: entrambi i leader sono nati dopo le rivoluzioni che hanno cambiato i propri Paesi.

Delhi (AsiaNews) - Con un banchetto di oltre 150 portate e un giro sui tipici risciò è iniziata nello sfarzo la visita di Stato di Xi Jinping in India. Ad accoglierlo ad Ahmedabad, prima di trasferirsi nella capitale Delhi, il primo ministro nazionalista Narendra Modi. Sul piatto non soltanto nuovi accordi commerciali e un maggior realismo nel campo delle dispute territoriali, ma addirittura - secondo un commento dello stesso Modi - "la possibilità di scrivere pagine di Storia".

Al momento la Cina è il maggior partner commerciale dell'India, con una bilancia commerciale bilaterale che nel 2013 ha toccato i 68,5 miliardi di dollari. Delhi spera di trarre nuovi benefici dalla rinomata capacità cinese nel campo della creazione di infrastrutture (anche all'estero) e dallo sviluppo del settore manifatturiero. Da parte sua, l'India è pronta a fornire conoscenza informatica e abilità nello sviluppo dei software, necessari per rendere più competitive ed efficienti le industrie cinesi. Inoltre Modi intende spingere Xi a investire nella rete ferroviaria indiana, una delle più estese ma anche fra le più fatiscenti al mondo.

Delhi spera anche nella delocalizzazione. Con l'aumento dei costi della manodopera in Cina e il progressivo invecchiamento della popolazione causato dalla politica del figlio unico, diverse industrie manifatturiere cercano nuovi spazi dove operare: l'India potrebbe essere un teatro ottimale. Nel subcontinente infatti ogni anno milioni di giovani entrano nel mondo del lavoro, ma il tasso di disoccupazione è alto e in crescita. Dal 2030, secondo studi della World Bank, ogni anno saranno circa 6,5 milioni i giovani indiani a cercare un impiego con scarse possibilità di successo.

In ogni caso, sottolineano i media di entrambi i Paesi, il vero valore aggiunto di questo summit bilaterale è il nuovo pragmatismo che anima le due parti. Questo atteggiamento, che si allontana dalle reciproche posizioni ostili degli ultimi decenni, è secondo alcuni esperti anche frutto della carta di identità dei due protagonisti. Narendra Modi, 64 anni appena compiuti, è infatti il primo premier indiano nato dopo l'indipendenza dell'India dalla Gran Bretagna (1947); Xi Jinping, 61 anni, è il primo leader cinese nato dopo la Rivoluzione maoista del 1949.

L'amicizia di Modi per la Cina (e i suoi capitali) è antica e radicata. Durante il suo mandato decennale come chief minister del Gujarat, egli è riuscito ad attirare capitali cinesi nello Stato grazie a una politica di riduzioni fiscali e di "amicizia" fra industriali e governo locale. Ora intende fare lo stesso su scala nazionale, anche se deve combattere contro la radicata sfiducia (se non addirittura ostilità aperta) dei suoi concittadini nei confronti degli investitori orientali. Per questo, il ministro indiano del Commercio e dell'Industria ha chiesto nelle scorse settimane ai ministri statali degli Interni di "mappare" le proprie zone di competenza.

In questo modo, dice il ministro centrale del Commercio, "dove la presenza cinese è considerata una minaccia per la sicurezza, non cercheremo investimenti da quel Paese. Nelle altre aree, invece, apriremo il più possibile in modo da attirare capitali e creare forza lavoro". Uno dei primi risultati di questa politica è la firma sull'accordo per il parco industriale cinese nel Gujarat, che vedrà la luce nei prossimi giorni. I due governi stanno cercando di creare almeno altre due Zone economiche speciali in India dove raggruppare le aziende in mano a Pechino.

C'è poi un fattore geopolitico. La visita di Xi in India segue di poche settimane quella compiuta da Modi in Giappone, e anticipa la partenza del primo ministro indiano per gli Stati Uniti. Nel corso del viaggio nel Sol Levante, il premier ha firmato accordi bilaterali per 480 milioni di dollari: il suo omologo giapponese, Shinzo Abe, ha inoltre promesso investimenti in India per 3,5mila miliardi di yen (pari a 25,5 miliardi di euro) nei prossimi cinque anni.

L'incontro di Tokyo riflette alcune preoccupazioni cinesi. Secondo Pechino, il Giappone e soprattutto l'America intendono stringere i legami con Delhi attraverso investimenti smisurati e protezione militare per creare un nuovo polo asiatico in grado di controbilanciare la sfera di influenza del Dragone. Secondo Zorawar Daulet Singh, analista ed esperto dell'area, queste preoccupazioni sono "ormai infondate. Due fattori concatenati spingono l'India verso la Cina: la fine del concetto di un mondo unipolare guidato dagli Usa e il ritorno del multipolarismo. Pechino cresce, Mosca cresce e la crisi finanziaria globale colpisce in maniera diversa i diversi Paesi del mondo: Delhi è tornata a guardare in più direzioni".

Rimangono in piedi alcune dispute territoriali e politiche. Delhi accusa Pechino di aver occupato in maniera illegale circa 38mila chilometri quadrati nel Jammu e Kashmir, mentre la Cina sostiene di aver subito il "furto" di 90mila chilometri quadrati di terreno nello Stato indiano dell'Arunachal Pradesh. Queste rivendicazioni hanno portato nel 1962 i due colossi a una guerra, conclusa con un armistizio, e a quasi sei decenni di scontri sporadici sui confini.

Il summit fra i due capi di Stato potrebbe portare a una pacificazione militare, o quanto meno a un raffreddamento delle tensioni. Secondo Hong Lei, portavoce del ministero cinese degli Esteri, "la nostra posizione sui confini è sempre stata chiara e consistente. Ma l'area in oggetto è pacifica da molto tempo e queste rivendicazioni non hanno impedito lo sviluppo di buone relazioni indo-cinesi. Speriamo che entrambe le nazioni possano fare il possibile per mantenere questa situazione".  

L'ultimo punto di possibile divisione è l'ospitalità concessa dall'India al Dalai Lama e al suo governo nel 1959, anno dell'esilio del leader del buddismo tibetano. Questa scelta ha provocato diverse critiche nel corso degli anni da parte del governo cinese, che ritiene il Dalai Lama un "secessionista, un lupo vestito da monaco". Tuttavia, lo stesso capo spirituale dei circa sei milioni di tibetani ha voluto "benedire" l'incontro fra Xi e Modi: "L'approccio del presidente cinese è più realistico, più aperto dal punto di vista mentale rispetto a quello del suo predecessore Hu Jintao. Xi pensa in maniera più ancorata alla realtà, quindi può imparare più cose dall'India. Dopo tutto, una nuova relazione fra Cina e India sulla base di una nuova e rinnovata fiducia sarebbe davvero importante". 

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