15 anni fa l'assassinio di Bhatti. Incompiuta la sua idea di un Pakistan inclusivo
Il 2 marzo 2011 l'allora ministro cristiano per gli Affari delle minoranze fu ucciso a Islamabad. La vita spezzata per le posizioni sui diritti dei gruppi marginalizzati e l'opposizione alle leggi sulla blasfemia. Non lasciò il Paese, nonostante le minacce di morte; la sua eredità vive in coloro che si battono ancora oggi contro le persistenti discriminazioni.
Lahore (AsiaNews) - Oggi, 2 marzo, riaffiora con urgenza la memoria di Shahbaz Bhatti, l’unico ministro del Pakistan cristiano dell’allora governo, assassinato nel 2011 per la sua posizione sui diritti delle minoranze. Esattamente 15 anni fa, dopo crescenti minacce di morte fu ucciso a Islamabad. Oggi, attivisti, leader politici e membri delle minoranze religiose affermano che la sua visione di un Pakistan inclusivo rimane tragicamente incompiuta.
Shahbaz Bhatti, allora ministro del Pakistan per gli Affari delle minoranze, venne assassinato a colpi di pistola, in uno sfrontato attacco in pieno giorno nella capitale. Uomini armati tennero un agguato al suo veicolo mentre lasciava la residenza di sua madre, lasciando dietro di sé volantini che lo accusavano di opporsi alle controverse leggi sulla blasfemia del Paese musulmano. Aveva 42 anni.
Nato a Lahore in una famiglia cristiana devota, Bhatti passò dall’attivismo locale alla leadership nazionale. Fondò l’All-Pakistan Minorities Alliance (APMA) e trascorse decenni a battersi per la parità di cittadinanza, l’armonia interreligiosa e la protezione legale delle comunità vulnerabili. Nel 2008 divenne il primo cristiano a ricoprire una carica nel governo federale pakistano.
Durante il suo mandato, Bhatti sostenne con forza la riforma delle leggi che riteneva fossero utilizzate in modo improprio per colpire le minoranze religiose. Promosse anche l’introduzione di quote riservate per l’occupazione, così come fondi per lo sviluppo delle minoranze e l’istituzione di una Commissione nazionale per le minoranze. I suoi colleghi ricordano che si rifiutò di lasciare il Paese nonostante le ripetute minacce di morte, insistendo che il suo dovere era quello di stare dalla parte delle persone oppresse.
“Era consapevole dei rischi, ma ha scelto il coraggio invece della sicurezza”, afferma Kashif Aslam, attivista per i diritti delle minoranze, ricordando le posizioni spesso rivendicate da Bhatti. Un videomessaggio registrato poco prima della sua morte, diffuso dopo la tragedia di 15 anni fa, lo mostrava mentre affermava con calma che la sua lotta era per la giustizia, l’uguaglianza e la libertà religiosa.
L’assassinio di Bhatti sconvolse l’intero Paese, suscitando condanne internazionali. Le chiese di tutto il Pakistan celebrarono funzioni commemorative, mentre i leader mondiali lo salutarono come martire dei diritti umani. Tuttavia, molti difensori delle minoranze sostengono che le ingiustizie contro cui si batteva persistono: discriminazioni, conversioni forzate, violenza di massa e un’insufficiente rappresentanza di tali gruppi nelle istituzioni pubbliche.
Negli ultimi anni, ogni 2 marzo i gruppi della società civile hanno commemorato l’anniversario della sua morte con seminari, marce per la pace e preghiere interreligiose. Anche quest’anno sono previste commemorazioni simili in diverse città, che invocano un rinnovato impegno a favore delle tutele costituzionali per le minoranze.
P. Khalid Rashid Asi, direttore diocesano della Commissione cattolica per la giustizia e la pace, osserva che Bhatti rappresentava un raro ponte tra il potere statale e le comunità marginalizzate. A differenza di molti attivisti che operano al di fuori del governo, l’allora ministro degli Affari delle minoranze tentò una riforma dall’interno, un impegno che alla fine gli costò la vita.
Per molti cristiani pakistani e altri gruppi minoritari, l’eredità di Bhatti è profondamente interiorizzata. Sua madre, che gli è sopravvissuta per diversi anni dopo la tragedia, lo descriveva spesso non come un politico, ma come un figlio che non poteva ignorare la sofferenza delle persone. Nei quartieri dove un tempo il politico organizzava incontri comunitari, gli anziani ricordano ancora le sue visite a sorpresa e la sua disponibilità ad ascoltare.
Mentre in Pakistan si ricorda l’ennesimo anniversario del suo assassinio, la domanda che molti si pongono è se il Paese si sia avvicinato alla società tollerante che lui immaginava. Per i suoi sostenitori, ricordare Shahbaz Bhatti non è solo un atto legato al lutto, ma un invito all’azione, un promemoria per continuare la lotta per la parità dei diritti umani, la dignità, e la libertà religiosa. La sua vita rimane testimonianza del potere dei valori, di fronte alla paura e al prezzo che si paga per parlare a nome di chi non ha voce.
Interpellata da AsiaNews, Michelle Chaudhary, direttrice della Cecil and Iris Foundation - ong impegnata contro le discriminazioni nella società pakistana - dichiara: “Diamo il rosso del nostro sangue per proteggere il bianco della bandiera”. Come Shahbaz Bhatti; il bianco rappresenta i principi di tolleranza e pluralismo. “Il 2 marzo 2011 è una data impressa nei nostri cuori; giorno in cui una delle voci più forti contro l’estremismo religioso è stata brutalmente messa a tacere; le persone non musulmane in Pakistan hanno perso il loro Martin Luther King”, dice Chaudhary.
Shahbaz Bhatti, ministro pakistano per le Minoranze, esattamente 15 anni fa venne brutalmente ucciso, perché aveva osato denunciare la persecuzione religiosa in Pakistan. Ma 27 proiettili non riuscirono a zittirlo. Se n’è andato, ma non è dimenticato; la sua visione, la sua ideologia e la sua eredità vivono negli sforzi per mantenere vivo ciò per cui è morto. Riposa in pace, Shahbaz.
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