Phnom Penh, le ong chiedono più controlli sui maxi progetti cinesi
Un Forum che riunisce oltre cento organizzazioni della società civile, ha esortato il governo a imporre regole più severe per valutare l'impatto ambientale e sociale degli investimenti di Pechino in Cambogia. Per le ong i problemi riguardano le dighe idroelettriche e il controverso canale Funan Techo, mentre Phnom Penh difende i progetti come fondamentali per la crescita.
Phnom Penh (AsiaNews) - Alcune organizzazioni della società civile cambogiana hanno chiesto controlli più rigorosi sui grandi progetti infrastrutturali finanziati dalla Cina, accusati di danneggiare l’ambiente e la vita delle comunità locali.
L’appello è stato lanciato dal Forum delle ong della Cambogia, una rete che riunisce oltre cento organizzazioni locali e internazionali che hanno esortato il governo a rafforzare le procedure di valutazione dell’impatto ambientale e sociale dei progetti cinesi per tutelare le popolazioni vulnerabili e in particolare le comunità indigene.
“Gli investimenti cinesi hanno contribuito in modo significativo allo sviluppo economico della Cambogia”, ha dichiarato il direttore esecutivo del Forum, Soeung Saroeun, durante un incontro in cui hanno partecipato rappresentanti delle ong, funzionari governativi e diplomatici. “Ma oggi gli investimenti devono passare da una logica orientata esclusivamente alla crescita a una basata sulla sostenibilità. Trasparenza, responsabilità e partecipazione delle comunità sono essenziali per garantire benefici equi e duraturi”.
La Cina è da anni il principale partner economico della Cambogia. Secondo i dati ufficiali, le aziende cinesi costituiscono circa il 70% degli investimenti diretti esteri nel Paese. Nel solo 2025 oltre la metà dei 630 progetti approvati dal Consiglio per lo sviluppo della Cambogia, per un valore complessivo di circa 10 miliardi di dollari, era riconducibile a investitori cinesi.
Una presenza che ha contribuito alla costruzione di strade, ponti, aeroporti, zone industriali e impianti energetici, tra cui un piano idroelettrico nazionale da 5,8 miliardi di dollari che dovrebbe essere terminato entro il 2029.
Le organizzazioni per i diritti umani sostengono hanno però sottolineato che questi investimenti si accompagnano spesso a un costo sociale elevato. Secondo Human Rights Watch, alcune dighe costruite con il sostegno cinese hanno provocato lo sfollamento di comunità indigene nel nord-est del Paese, vicino al confine con il Laos, sommergendo terreni agricoli e luoghi di sepoltura.
Uno dei casi più controversi è quello della diga Lower Sesan II, che ha costretto fino a 10mila persone ad abbandonare le proprie case dopo aver allagato quasi 350 chilometri quadrati di territorio. Le dighe finanziate da Pechino hanno finora favorito la deforestazione e l’alterazione degli ecosistemi fluviali, incidendo sulle risorse ittiche dell’intero bacino del Mekong.
Le ong cambogiane hanno citato anche il canale Funan Techo, un’infrastruttura da 1,7 miliardi di dollari che dovrebbe collegare Phnom Penh al Golfo di Thailandia attraverso una rete di corsi d’acqua collegati al Mekong. Se per il governo cambogiano il progetto rappresenta una necessità strategica ed economica, che consentirebbe di ridurre i costi di trasporto delle merci e diminuire la dipendenza dalle rotte commerciali che attraversano il Vietnam, le voci critiche mettono in dubbio sia la sostenibilità economica dell’opera sia il suo impatto ambientale.
Anche il Vietnam ha espresso preoccupazione per le possibili conseguenze sul flusso delle acque del Mekong e sul fragile ecosistema dei propri fiumi, da cui dipende una parte significativa della produzione agricola del Paese.
Un sondaggio realizzato nel 2024 dal Forum delle ong della Cambogia mostra che circa l’80% degli intervistati nutre dubbi sul rispetto delle leggi cambogiane da parte delle aziende cinesi impegnate nei grandi progetti infrastrutturali.
Il ministero dell’Ambiente cambogiano ha finora respinto le accuse: “Tutti i progetti di sviluppo devono essere sottoposti a rigorose valutazioni dell’impatto ambientale e sociale”, ha dichiarato il segretario di Stato Tea Choup. Anche l’ambasciata cinese a Phnom Penh sostiene di incoraggiare le proprie aziende a rispettare le normative locali. La portavoce Chen Qiqi ha sottolineato che gli investimenti cinesi contribuiscono alla creazione di posti di lavoro e allo sviluppo delle comunità locali, aggiungendo che Pechino collabora con le autorità cambogiane per promuovere una crescita sostenibile.
Le critiche rivolte alle imprese cinesi in Cambogia si inseriscono nel dibattito più ampio che riguarda tutto il sud-est asiatico. Anche altri progetti infrastrutturali e industriali finanziati da Pechino in Paesi come Laos e Myanmar sono stati accusati di provocare degrado ambientale, spostamenti forzati di popolazione e inquinamento dei corsi d’acqua.
Una diplomatica del sud-est asiatico di base a Phnom Penh, che ha chiesto di restare anonima, ha riconosciuto il bisogno della Cambogia di modernizzare le proprie infrastrutture: “La questione non è se costruire, ma come farlo”, ha spiegato ad AsiaNews. “Esistono ancora interrogativi sulla trasparenza di alcuni contratti e sulle modalità con cui vengono stabilite le priorità. E spesso non si valutano adeguatamente le conseguenze per le persone che rischiano di perdere le proprie case”, ha aggiunto, ricordando anche il rapporto tra investimenti stranieri e potere politico locale. Molte principali partnership economiche, infatti, spesso coinvolgono gruppi vicini alla famiglia dell’attuale primo ministro Hun Manet e di suo padre Hun Sen, oggi presidente del Senato, ma che continua a esercitare una forte influenza sulla vita politica del Paese.
06/10/2021 12:22
08/05/2019 11:13





