22/01/2026, 11.40
MYANMAR
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A Timor Est la minoranza Chin porta la giunta militare birmana davanti alla giustizia

di Gregory

Un’organizzazione per i diritti umani ha presentato a Dili una denuncia contro la giunta del Myanmar per crimini contro l’umanità. La scelta di Timor Est, entrato di recente nell’ASEAN e segnato da una propria storia di occupazione e violenze, apre un nuovo fronte giudiziario nel sud-est asiatico. I generali di Naypyidaw hanno reagito con una protesta diplomatica, accusando Dili di violare il principio di non ingerenza previsto dalla Carta dell’ASEAN.

Yangon (AsiaNews) – Per le vittime della repressione militare in Myanmar, Timor Est è diventato un nuovo terreno di battaglia. Non armato, ma legale. Un’organizzazione per i diritti umani che rappresenta la minoranza Chin ha presentato a Dili una denuncia contro la giunta militare birmana, accusandola di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Il ricorso è stato depositato lunedì 19 gennaio presso l’Ufficio del Pubblico Ministero di Dili, capitale dell’ultimo Paese ad aver ottenuto, lo scorso ottobre, lo status di membro a pieno titolo dell’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (ASEAN). La giovane nazione, segnata da una lunga occupazione militare e da gravi violazioni dei diritti umani, viene percepita come dotata di una particolare autorevolezza morale nella regione. Secondo diverse ricostruzioni, tuttavia, prima dell’ingresso nell’ASEAN Timor Est ha dovuto assicurare il rispetto del principio di non ingerenza negli affari interni degli altri Paesi membri. In questo contesto, il ministro degli Esteri timorese aveva dichiarato di non voler “consentire attività di organizzazioni illegali” sul proprio territorio, una formula con cui la giunta birmana etichetta l’opposizione.

A presentare il dossier sono stati i rappresentanti della Chin Human Rights Organization (CHRO), accompagnati da alcune vittime delle violenze. La documentazione consegnata alle autorità timoresi punta a chiamare a rispondere penalmente i vertici della giunta militare di Naypyidaw per le atrocità commesse nello Stato Chin, area a maggioranza cristiana nell’ovest del Myanmar, dopo il colpo di Stato del 2021.

“Siamo venuti a Timor Est perché questo popolo sa cosa significa soffrire sotto una brutale occupazione militare e lottare per la giustizia contro ogni probabilità”, ha dichiarato un portavoce della delegazione Chin a Dili. “Ora, come membro a pieno titolo dell’ASEAN, Timor Est ha una voce potente. Chiediamo che usi le proprie leggi e il proprio peso politico per aiutare a porre fine all’impunità di cui godono quelli che definiamo i terroristi di Naypyidaw”, ha aggiunto, riferendosi ai vertici militari impegnati nella guerra civile contro i gruppi armati della resistenza anti-golpe.

Il fascicolo presentato descrive una lunga serie di abusi attribuiti all’esercito birmano: tra questi lo stupro di gruppo di una donna incinta, il massacro di dieci civili – inclusi un giornalista e un ragazzo di 13 anni – e la distruzione deliberata di decine di chiese, scuole e strutture sanitarie attraverso bombardamenti aerei ripetuti. Secondo la CHRO, le violenze avrebbero costretto alla fuga quasi metà della popolazione dello Stato Chin.

L’iniziativa dell’organizzazione a Timor Est non rappresenta un caso isolato, ma si inserisce in una strategia giuridica sempre più articolata contro la giunta militare birmana, mentre il conflitto civile entra nel suo quinto anno.

Sul piano internazionale, nel 2024 il procuratore della Corte penale internazionale aveva chiesto un mandato di arresto contro il capo della giunta, Min Aung Hlaing, per crimini contro l’umanità legati alla persecuzione della comunità rohingya nel 2017. Pur senza considerare i crimini commessi dopo il golpe del 2021, la richiesta è stata interpretata dalle organizzazioni per i diritti umani come una breccia significativa nel muro di impunità costruito dai militari.

Parallelamente, la Corte internazionale di giustizia, il tribunale delle Nazioni unite incaricato di dirimere le controversie tra Stati, sta esaminando il ricorso presentato dal Gambia contro il Myanmar, accusato di aver violato la Convenzione sul genocidio. La Corte aveva già imposto misure provvisorie per prevenire nuovi atti genocidari, ma secondo numerosi osservatori restano largamente disattese mentre le violenze continuano nello Stato Rakhine, dove si concentra la popolazione rohingya.

Accanto ai tribunali internazionali, cresce anche il ricorso al principio della giurisdizione universale, che consente ai tribunali nazionali di perseguire i crimini più gravi indipendentemente dal luogo in cui sono stati commessi. In Argentina, un tribunale ha già ordinato l’interrogatorio di alti ufficiali dell’esercito birmano per i crimini contro i rohingya. Denunce simili sono state esplorate o presentate anche in Germania, Turchia e Indonesia, spesso grazie al lavoro della CHRO e dell’Independent Investigative Mechanism for Myanmar (IIMM), l’organismo delle Nazioni Unite incaricato di raccogliere e conservare le prove.

L’apertura di un fronte giudiziario nel sud-est asiatico stesso, con il caso di Timor Est, rappresenta però un passaggio particolarmente simbolico e delicato. La giunta ha presentato una protesta diplomatica formale contro Dili per l’incontro del presidente José Ramos-Horta con rappresentanti Chin, sostenendo che ciò violi gli impegni di “non interferenza” previsti dalla Carta dell’ASEAN.

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