26/07/2023, 13.51
SIRIA
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A cinque mesi dal terremoto, l'impegno della Custodia di Terra Santa per ricostruire la Siria

Aiuti concreti ma anche momenti di incontro per sanare le ferite dell'animo, che nella popolazione siriana erano già presenti prima del sisma a causa del conflitto civile. I frati francescani stanno cercando di creare un senso di attaccamento nei giovani, che, con poche speranze a causa della depressione economica, avrebbero solo voglia di lasciarsi la sofferenza del loro Paese alle spalle. Un reportage pubblicato sull'ultimo numero della rivista "Terrasanta" ha raccolte le testimonianze di chi lotta per un nuovo futuro.

Aleppo (AsiaNews) - È ancora lontano un ritorno alla normalità per le popolazioni in Siria e Turchia che il 6 febbraio sono state colpite da un tremendo terremoto. Le comunità cristiane nelle città di Aleppo, Damasco e Latakia, dove operano i frati francescani della Custodia di Terra Santa, sono impegnate nella ricostruzione (non solo materiale) e nel portare aiuti a chi è rimasto quasi senza niente. In Siria almeno 8mila morti causati dal sisma si sono aggiunti alle migliaia di vittime del conflitto civile iniziato nel 2011. 

“Eravamo già stanchi della guerra e su di noi si è abbattuto il terremoto”, ha raccontato fra Khokaz Mesrob,dei francescani di Aleppo, a Terrasanta, la rivista della Custodia, che nell’ultimo numero ha raccolto diverse testimonianze in un lungo reportage. Già prima della catastrofe la città, un tempo polo industriale del Paese, si era svuotata di almeno un terzo dei suoi abitanti. Ancora oggi molti giovani sono tentati di partire, ma restano in Siria trovando nella fede, nell’amicizia e nella condivisione delle difficoltà un senso al loro restare. “La situazione in cui siamo cresciuti non è già in sé normale. Avevo 12 anni all’inizio della guerra”, ha spiegato George, oggi 24 anni, cristiano della parrocchia di Aleppo. Nonostante la città non sia stata distrutta dal terremoto come altre località, durante e dopo la scossa la chiesa latina locale è servita come riparo per diverse famiglie che erano già sfollate a causa del conflitto, e si è subito attivata con una rete di solidarietà.

Ad accumunare i giovani è un passato di dolore e un presente di totale depressione economica, a causa della quale è impossibile vivere senza aiuti umanitari. “Ma - ha raccontato Cristine, un’altra giovane - è stato possibile creare ricordi belli insieme. Smetti di pensare che i grandi siano supereroi, condividi preghiere e pensieri. C’è una felicità che nasce nel dare più che nel ricevere e che aiuta a superare la paura”. 

L’attaccamento alla parrocchia è ciò che impedisce a universitari - ma anche minorenni - di andare via. “C’è questo continuo senso di disperazione, voglia di scappare, trovare qualsiasi mezzo per uscire. Non importa la destinazione, l’importante è andarsene”, ha raccontato fra Bahjat Karakash, parroco della chiesa di San Francesco ad Aleppo. “Si ha la sensazione di rattoppare un abito ormai da buttare. Le difficoltà economiche non hanno solo un impatto sulla vita pratica di ogni giorno, ma anche sull’animo della gente”. 

I corsi di arte, canto, teatro e sport organizzati dai frati della Custodia tengono accesa una luce di speranza nella comunità, e sono possibili solo grazie agli aiuti dall’estero, sottolineano i religiosi. Alcune attività, inoltre, sono aperte anche alla popolazione musulmana mediante la collaborazione con il muftì Mahmoud Akam: nella parte orientale di Aleppo, la più povera, sono stati aperti tre centri per donne e bambini. Secondo l’Unicef in Siria ci sono infatti almeno 29mila minori figli di ex combattenti dello Stato islamico abbandonati a loro stessi perché visti come “figli del peccato”. 

Ma gli aiuti permettono di organizzare anche momenti di ritrovo per i più anziani, alcuni dei quali sopportano ferite profonde e forse insanabili: un uomo, per esempio, da otto anni attende notizie del figlio scomparso nella violenza della guerra civile.

Gli stessi problemi sono condivisi dalla popolazione nella capitale Damasco, che non ha subito danni per il terremoto, ma ha comunque sentito la scossa. Per la gente, commenta fra Firas Lufti, il parroco locale, “arrivare a fine mese è un problema concreto”. Chi se n’è andato non vuole tornare: oltre alla depressione economica, ampie fette di territorio restano sotto il controllo di varie forze armate, siano esse di ribelli o di eserciti stranieri.

A parte la presenza di qualche pellegrino sciita iracheno, il turismo è scomparso anche a Latakia, la terza città del Paese, sulla costa, dal 2015 occupata da militari russi. Qui la comunità cristiana è composta da 700 famiglie, per la maggior parte rifugiate interne e quindi provenienti da diverse regioni della Siria, alcune anche molto lontane. “Se non ci fossero le rimesse dei parenti emigrati, le Chiese, la Croce e la Mezzaluna rossa, molti non ce la farebbero”, hanno raccontato al bimestrale della Custodia di Terra Santa fra Fadi Azar, originario della Giordania, e fra Graziano Buonadonna, di Napoli. “Non abbiamo molti fondi perché spesso vengono diretti verso grandi città", hanno proseguito i religiosi. Ma almeno 500 persone ogni mese ricevono assistenza per le cure mediche, che con gli stipendi locali non sarebbero in grado di permettersi.

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