27/11/2007, 00.00
ISRAELE – PALESTINA – USA
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Ancora una volta: speranze di pace

di Arieh Cohen
Al via la Conferenza di Annapolis. Le possibilità di successo dipendono da un unico e semplice fattore: l’impegno per negoziati di pace che siano aperti e sinceri sulle due questioni chiave del ritiro di Israele dai territori occupati e della definizione dello status dei profughi palestinesi. Un invito a non compiere gli “errori” di Oslo, quando il “processo” ha oscurato la “pace”. La necessità di risolvere la “questione Gerusalemme”.
Tel Aviv (AsiaNews) - È stato molto difficile seguire le notizie riguardanti la Conferenza di pace di Annapolis negli ultimi due mesi. Sia le notizie ufficiali che quelle trapelate, più o meno “ispirate”, offrivano un quadro di vasta confusione, obiettivi mutevoli, e un’altalena infinita di ottimismo e pessimismo – e non sempre era chiaro esattamente su cosa.
Nonostante ciò una cosa è sempre stata evidente e continua ad esserlo, qualsiasi siano i commenti al termine della Conferenza: il successo o meno di questa coraggiosa iniziativa del Segretario di Stato Usa Condoleezza Rice, autorizzata dal presidente statunitense, può essere misurato in base a se riuscirà, in concreto, a lanciare negoziati su vasta scala per un trattato di pace tra Israele e i palestinesi; se tali negoziati procederanno in modo sistematico, a passo sostenuto; e se questi produrranno effettivamente la sigla di un trattato (prima che si verifichino troppe nuove sofferenze e violenze). Alla fine, tutto il resto non conta. Sebbene si tratti di un’osservazione scontata, è necessario farla, in un contesto dove il “processo” ha spesso teso ad oscurare la “pace”, che deve essere l’obiettivo ultimo.
 
Negoziati alla luce del sole
Non che il processo non sia importante. Lo è enormemente. Deve evitare, però, la lunga lista di sbagli fatti in passato. Deve, cioè, essere sincero. Deve dichiarare apertamente il suo scopo di portare ad una fine le due questioni, che insieme costituiscono il conflitto da risolvere: l’“occupazione belligerante” dei Territori conquistati nel 1967 e lo status di rifugiati della diaspora palestinese. Il processo deve farlo sulla base della legge internazionale e in modo imparziale e realistico.
Per fare ciò entrambe le leadership nazionali devono essere aperte ai rispettivi pubblici, evitando le ambiguità del “processo di Oslo”, che è stato costruito e perseguito in modo che le leadership evitassero di raccontare al loro popolo cosa deve succedere, più di tutto: da una parte, il ritiro dai Territori conquistati nel 1967; dall’altra, il definitivo non ritorno dei profughi palestinesi in Israele.
Le ambiguità strutturali del “processo di Oslo” hanno permesso ad entrambe le parti di fingere che questi non fossero i risultati necessari e hanno portato ad un crescendo insostenibile di dissonanze che ne hanno decretato la morte, e con esso lo spargimento di sangue e la sofferenza della seconda intifada.
Evitare gli stessi catastrofici sbagli significa che il processo dei negoziati deve svolgersi alla luce del sole. Non esiste una strada per aggirare le difficoltà maggiori attraverso “colloqui dietro le quinte” ed intese segrete, come hanno cercato di fare entrambe le parti ad Oslo. Tutti e due i popoli non sono bambini poco intelligenti e ogni tentativo di imporre loro trattati negoziati segretamente sarà con ogni probabilità causa di una reazione distruttiva. Si tratta di nazioni mature, che hanno mostrato di essere pronte a conseguire una pace sincera ed equa., che hanno elaborato proprie soluzioni apertamente e onestamente, con la loro stessa partecipazione – come spesso hanno dimostrato anche attraverso sondaggi di opinione pubblica.
 
Il mondo arabo
La presenza del resto del mondo arabo alla Conferenza manifesta il cambiamento radicale avvenuto da quando nel 1968 il summit di Khartoum aveva fortemente respinto ogni idea di pace con Israele. Da quando la sua storica iniziativa è stata adottata al summit di Beirut del 2002, la Lega Araba ha continuato ad offrire la normalizzazione delle relazioni con lo Stato di Israele, una volta che questo avesse firmato trattati di pace con i suoi tre più immediati vicini: Siria, Palestina e Libano, con cui mantiene ancora uno stato di conflitto. La delegazione siriana sarà in linea con i ripetuti recenti appelli di Damasco per una ripresa dei negoziati di pace con Israele. Ed è molto difficile pensare ad una stabile e sicura pace israelo-palestinese senza la pace tra Israele e Siria. Se questo trattato non avvenisse, la Siria ha la capacità e potrebbe avere la determinazione di inferire un colpo mortale alle relazioni tra Israele e Palestina. Inoltre la pace israelo-palestinese non è possibile realmente senza risolvere, prima di tutto, la gravissima situazione dei profughi palestinesi in Libano: la pace con il Libano è, quindi, un'altra condizione affinché la pace di Israele con la Palestina abbia una possibilità di funzionare come deve.
 
La comunità internazionale
Allo stesso tempo è indispensabile anche l’impegno della comunità internazionale, rappresentata ad Annapolis. La definitiva ricollocazione dei rifugiati palestinesi (compreso il pagamento di qualsivoglia risarcimento venga concordato), come pure il ritorno in Israele di diverse centinaia di migliaia di coloni dai territori occupati, richiederà un’enorme somma di denaro, che solo uno sforzo internazionale ampio e coordinato potrà mettere a disposizione. La speranza è che la comunità internazionale – specialmente le sue economie più ricche – comprenda che questa spesa sarà molto più utile di quella comunque richiesta da un eventuale prolungamento di questi conflitti collegati. Qualunque sia la cifra, non sarà lo stesso costo della guerra in Iraq con le sue ancora incalcolabili conseguenze.
Possiamo dire che Annapolis sarà un successo nella misura in cui rinnoverà lo spirito e gli obiettivi della Conferenza di Madrid del 1991, nella misura in cui fisserà di nuovo la visione di quel lancio del “processo” che ancora cerca realizzazione.
 
Annapolis e il futuro dei cristiani
I cristiani hanno ulteriori ragioni per guardare ad Annapolis e alle sue conseguenze con particolare attenzione. Le difficoltà sperimentate dalla Chiesa e dai suoi membri in diverse parti della Terra Santa sono per lo più legate - almeno in alcuni casi significativi – alla mancanza di pace, alla guerra, alla generalizzata insicurezza, e alle conseguente necessità di più stretti controlli. Solo la pace può garantire alle diverse comunità nazionali in Terra Santa la possibilità di crescere realizzando gli obiettivi da tempo dichiarati, di creare e conservare società pienamente democratiche.  
Infine, la pace in Terra Santa impone la soluzione della “questione Gerusalemme” nei suoi vari aspetti. Mentre gli aspetti territoriali e politici possono essere il tema di colloqui di pace bilaterali tra Israele e Palestina, la dimensione universale della “questione Gerusalemme” può essere stabilita legalmente e moralmente solo in modo multilaterale. Una tale soluzione deve realizzare i propositi della Risoluzione Onu del 29 novembre 1947, deve convincere la comunità internazionale a considerare l’applicazione di un’amministrazione internazionale per Gerusalemme come corpus separatum, che è il presente status de jure della Città a dei suoi dintorni. Nel 2000 l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) concordò ufficialmente con la Santa Sede sui contenuti essenziali del necessario “statuto speciale, garantito internazionalmente” per Gerusalemme. Tra questi vi è “la libertà di coscienza e di religione per tutti”, come anche “l’uguaglianza davanti alla legge per le tre religioni monoteistiche e le loro istituzioni e fedeli nella Città”; ma anche la salvaguardia della “reale identità e del carattere sacro della Città e del suo universale significato religioso e patrimonio culturale” e della “libertà d’accesso a” e di “prendere parte ai servizi religiosi” nei Luoghi santi, insieme al regime legale speciale applicabile ad alcuni di questi Luoghi. Non vi è nulla nella dichiarazione che non possa essere accettato equamente anche da Israele; la dimensione internazionale di Annapolis e il suo “processo” deve essere una garanzia che la comunità internazionale come insieme sarà pronta a sostenere ed integrare il consenso israelo-palestinese sorvegliando l’aderenza agli stessi principi.
 
 
*Esperto di religione e politica in Terra Santa
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