01/07/2008, 00.00
INDIA
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Attivista per i diritti umani: “nelle carceri indiane 1.500 morti all'anno per la tortura”

di Nirmala Carvalho
Lenin Raghuvanshi, commentando i dati emersi dal rapporto 2008 sulle violenze nel Paese, denuncia l’uso arbitrario della forza da parte delle forze dell’ordine per estorcere confessioni. Nel quinquennio 2002/2007 nelle carceri indiane sono morte quasi 7.500 persone.

New Delhi (AsiaNews) – “La tortura è terrorismo di Stato legalizzato”. Lo afferma Lenin Raghuvanshi, direttore del Comitato popolare di vigilanza per i diritti umani (PVCHR), illustrando i dati emersi dal rapporto: “La tortura in India 2008: Uno Stato di privazioni” secondo il quale 7.468 persone – in media 1.494 all’anno – sono morte in prigione tra il 2002 e il 2007. Un dato analogo, se non addirittura maggiore, è stato registrato nelle aree teatro di scontri tra le forze armate e i ribelli, molti dei quali deceduti a causa delle torture inflitte dai militari.

“L’uso della violenza è una prassi diffusa – ribadisce l’attivista per i diritti umani – nelle 12mila carceri del Paese. L’India registra il più alto tasso di torture e di morti in prigione tra le nazioni cosiddette democratiche, e la legislazione in materia è carente. Le forze dell’ordine agiscono in un clima diffuso di impunità, la coercizione fisica è un metodo comune per estorcere confessioni”.

Il rapporto sulle torture in India ha preso in esame le violenze perpetrate dalle guardie carcerarie, dai militari, dai gruppi ribelli con una attenzione particolare per i Naxaliti (nome che indica i guerriglieri maoisti indiani, ndr) nella zona a nord-est del Paese, dai funzionari pubblici e da privati che sfruttano un potere derivante dalla casta sociale più elevata.

Lenin Raghuvanshi, insignito del Premio Gwangju 2007 per i diritti umani, sottolinea come i casi di abusi siano maggiori fra le caste inferiori, ovvero “i dalit, le comunità tribali e le minoranze: il sistema indiano basato sulle caste è diabolico e perpetua discriminazioni e crimini contro i più deboli”. Un sistema garantito dalla connivenza fra polizia e caste di grado superiore, che favorisce la legge del più forte secondo una logica ancora semi-feudale. “L’India – conclude l’attivista – deve ratificare la convenzione Onu contro le torture, ma i poteri forti del Paese, fra i quali il ministro dell’Interno, intendono preservare lo status quo”. 

 

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