05/06/2008, 00.00
IRAQ
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Autorità curde pronte a rinunciare al referendum su Kirkuk

Il premier del Kurdistan si dice pronto ad “una soluzione, non necessariamente il referendum”. L’ultima proroga sulla consultazione popolare scade a fine giugno. La possibilità di un compromesso fa sperare in maggiore stabilità e potrebbe fare comodo anche alla stessa Erbil.
Baghdad (AsiaNews) – Il Kurdistan iracheno si dice pronto a risolvere la questione di Kirkuk con una formula di “divisione dei poteri” con gli arabi, rinunciando così al referendum per lo status della città.  Per la prima volta le autorità curde dichiarano di voler uscire dallo stallo in corso da anni studiando “una soluzione, non necessariamente il referendum, che deve coinvolgere tecnicamente anche l’Onu, per la complessità della situazione”. Sono parole del premier della regione semiautonoma del Kurdistan, Nechirvan Barzani, riportate ieri dall’agenzia Reuters. I curdi, che vedono in Kirkuk la loro antica capitale, sarebbero, quindi, disposti ad un compromesso, dopo una lunga opposizione a qualsiasi altra soluzione che non fosse il referendum popolare. In esso contano infatti di incassare una vittoria certa: dalla guerra del 2003, sempre più curdi hanno fatto ritorno in questa zona, teatro della violenta arabizzazione voluta da Saddam Hussein.
 
Il discusso referendum su Kirkuk, che secondo la Costituzione irachena doveva svolgersi l’anno scorso, è stato però più volte rimandato. L’ultima proroga scade a fine giugno, ma è molto improbabile, nelle condizioni attuali, che si possa realizzare. Alle urne la popolazione - un mix di etnie tra curdi, assiro-caldei, turcomanni e arabi – deve decidere se annettere la città al Kurdistan oppure farla rientrare in una regione a statuto speciale sotto l’amministrazione del governo centrale. Ma troppi e troppo contrastanti sono gli interessi in gioco. Kirkuk si sviluppa sul secondo giacimento petrolifero dell’Iraq e possiede il 70 per cento dei depositi di gas naturale della nazione. Il rischio è che se al referendum prevalesse l’“opzione curda”, il governo di Erbil disporrebbe di una risorsa vitale e sufficiente a garantire una sua eventuale indipendenza dal resto dell'Iraq. Ipotesi avversa a vicini come Siria, Turchia e Iran che già fanno i conti con le spinte indipendentiste della comunità curda nei loro confini. Ma anche a Washington, che teme l’aprirsi di un nuovo fronte di tensioni etniche.
 
Per questo un compromesso su Kirkuk potrebbe fare comodo anche al governo curdo: migliori relazioni con Ankara, che già ha minacciato interventi militari qualora Kirkuk passasse al Kurdistan; con Baghdad, che potrebbe in cambio riconoscere gli accordi petroliferi siglati autonomamente da Erbil con compagnie straniere e finora ritenuti illegali; migliori relazioni anche con i vicini, il che potrebbe garantire maggiore sicurezza e attirare più investimenti esteri.
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