01/07/2008, 00.00
IRAQ
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Baghdad si apre alle ditte petrolifere estere

L’Iraq tratta con decine di ditte estere per la tecnologia e i fondi necessari per aumentare la produzione e diventare il secondo maggior esportatore al mondo. Intanto migliora la sicurezza nel Paese. Esplode lo scandalo delle multinazionali che hanno sottratto miliardi di dollari di aiuti alla popolazione.

Baghdad (AsiaNews/Agenzie) – L’Iraq ha iniziato ad aprire l’industria petrolifera agli investimenti stranieri, per aumentare la produzione. Intanto a Baghdad si respira una nuova speranza, mentre diminuiscono gli attentati e rinasce la vita civile. Esplode lo scandalo per la sottrazione degli aiuti umanitari alla popolazione fino al 2003.

Ieri l’Iraq ha confermato che vuole aprire ad investimenti esteri lo sviluppo di 6 grandi giacimenti: Rumaila, Kirkuk, Zubair, Qurna occidentale, Bai Hassan e Maysan. Baghad vuole per ora pagare l’ausilio tecnico di ditte esperte senza cedere diritti di sfruttamento, come invece chiedono le multinazionali. Ha contatti con almeno 41 ditte estere, che vuole coinvolgere in operazioni specifiche insieme a ditte locali che dovranno avere almeno il 25% del valore dei contratti. L’Iraq ha giacimenti pari a circa 115 miliardi di barili di greggio, la terza maggior riserva al mondo, ma produce “solo” 2,5 milioni di barili al giorno, anche se è la massima produzione dall’invasione Usa del 2003, e vuole arrivare a 2,9 milioni per la fine del 2009 e a 4,5 milioni in 5 anni.

Hussain al-Shahristani, ministro per il Petrolio, osserva che l’Iraq vuole essere “il secondo o il terzo maggior esportatore”, ma gli occorrono tecnologia e fondi esteri per modernizzare le infrastrutture.

L’apertura alle ditte petrolifere estere potrà favorire maggiori investimenti in altri settori, finora impediti dalla diffusa violenza. Ma da mesi la situazione appare migliorata, non solo per l’aumento delle forze militari Usa nel Paese, ma anche grazie a un diverso approccio che –come è indicato nella “Guida di controinsorgenza” distribuita ai soldati - privilegia il rispetto e l’aiuto verso la popolazione civile. Washington pratica anche una politica di piccoli finanziamenti a negozi e piccole imprese di Baghdad – circa 2.500 dollari ciascuno, secondo fonti locali - favorendo la ripresa delle attività commerciali, e ha anche assunto molti giovani locali per la sicurezza civile nei quartieri, assicurando loro una fonte di reddito che molti altrimenti cercavano in ambienti estremisti. Anche se la situazione nel Paese “rimane mutevole e pericolosa”, come dice un rapporto del Congresso Usa, gli attentati sono molto meno degli oltre 1.000 a settimana di un anno fa e sono al minimo degli ultimi 4 anni.

Intanto ieri il governo irakeno ha citato in giudizio avanti a un tribunale di New York decine di compagnie estere chiedendo danni per 10 miliardi di dollari per quella che è stata definita “la maggiore frode finanziaria della storia” a danno del programma Onu petrolio-per-cibo. Il programma ha consentito all’Iraq dal 1996 al 2003 di vendere greggio in cambio di medicine, alimenti e generi essenziali, in deroga all’embargo decretato per l’invasione del Kuwait nel 1990. Ma ora un’inchiesta Onu accusa circa 2.200 ditte di 66 Paesi di avere pagato 1,8 miliardi di dollari a funzionari locali per aggiudicarsi i contratti, sottraendo alla popolazione l’equivalente di miliardi di dollari di aiuti. Tra le accusate ci sono la multinazionale Chevron e la svizzera Vitol. (PB)

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