Beirut, la crisi iraniana e il futuro di Hezbollah fra ‘teocrazia e ragione’
Allerta in Libano per l’ondata di proteste nella Repubblica islamica. I vertici istituzionali e la popolazione seguono con attenzione gli sviluppi della situazione. L’appello di Aoun al movimento sciita: “Dalla logica della forza, alla forza della logica”. Al via la fase 2 del piano di disarmo, mentre continuano i bombardamenti israeliani.
Beirut (AsiaNews) - Le manifestazioni di protesta che da tre settimane scuotono l’Iran, sullo sfondo della crisi economica e del tracollo della moneta, hanno trovato una vasta eco in Libano. “Gli Stati Uniti interverranno in Iran come promesso da Trump ai manifestanti?”, “Ali Khamenei (86 anni), la guida suprema, verrà eliminato?”, “È possibile un ritorno della dinastia Pahlavi?” sono solo alcuni fra i quesiti ricorrenti. Le speculazioni su questo argomento occupano il primo piano della scena mediatica, mentre personalità occidentali stanno già seppellendo la Repubblica islamica.
Gli iraniani e migliaia di famiglie di entrambi gli schieramenti rimangono incollati ai loro schermi, seguendo con angoscia gli ultimi sviluppi della situazione, cercando di indovinare se le promesse e/o le minacce di Trump si realizzeranno. Per Kassem Kassir, analista vicino a Hezbollah e una delle poche persone ad aver mantenuto una relativa autonomia di pensiero su questo argomento, una caduta del regime è improbabile. “Non vi è alcun timore immediato di un simile scenario” afferma l’esperto ad AsiaNews. “Se il regime resiste - aggiunge - Hezbollah rimarrà forte, e viceversa”.
Tuttavia secondo Ali el-Amine, direttore del sito Al-Janoubia, in Iran si sta ripetendo quello che definisce il modello siriano: “Perdita di legittimità del regime, che l’80% degli iraniani ora disapprova e che resiste solo grazie a una coalizione di sostenitori incondizionati, alla forza dei Guardiani della rivoluzione e alla molteplicità dei centri di potere in Iran”. La repressione delle manifestazioni avrebbe causato migliaia di morti tra i manifestanti, rivelano alcuni siti senza che sia possibile verificarne il numero a causa del black-out mediatico.
Né Gaza, né Libano
Sebbene il potere della guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, non appaia oggetto di minaccia “nell’immediato”, i responsabili di Hezbollah sanno che il loro futuro dipende da lui; inoltre, i vertici del Partito di Dio libanese ben sanno che se gli Stati Uniti riusciranno a indebolire il regime, eliminandolo o in altro modo, si porrà automaticamente la questione delle loro scorte di missili. E non si tratta solo delle armi: molti sciiti libanesi sanno che soffriranno enormemente in assenza del sostegno iraniano ai loro ospedali, scuole e istituzioni, senza contare la paga dei combattenti e le pensioni delle vedove e degli orfani.
La Repubblica islamica ha trasferito centinaia di milioni di dollari ad Hezbollah nel corso dell’ultimo anno tramite uffici di cambio e società con sede a Dubai, come ha rivelato il Wall Street Journal. Il quotidiano statunitense ha inoltre precisato che Teheran sta cercando nuovi canali per trasferire denaro al suo proxy libanese, sullo sfondo del divieto dei voli Teheran-Beirut, delle restrizioni imposte al Paese dei cedri e della chiusura delle vie di rifornimento attraverso la Siria.
Questo è ciò che fa infuriare la popolazione iraniana, come dimostrano alcuni slogan scanditi durante le manifestazioni, fra i quali risuona a gran voce: “Né Gaza, né Libano, la mia vita è per l'Iran”. Questi slogan sono interpretati dalle forze ostili a Hezbollah come una totale disapprovazione delle guerre per procura combattute da decenni dagli ayatollah in Libano, Yemen, Iraq, Palestina e, fino a un anno fa, in Siria.
Araghchi a Beirut
È in queste drammatiche circostanze che il Libano ha appena ricevuto la visita del ministro iraniano degli Esteri Abbas Araghchi. Una presenza che ha scatenato lo stupore della classe politica. “Cosa ci fa in Libano il ministro degli Esteri iraniano, con un gruppo di uomini d’affari, con il pretesto di sviluppare gli scambi con il Libano? Non ha la televisione? Non vede cosa sta succedendo nel suo Paese?” ha chiesto Farès Souaid, figura emblematica della corrente sovranista libanese. Un Paese che deve affrontare una contestazione interna così massiccia può davvero presentarsi come partner credibile o modello regionale, soprattutto se si pensa alle inevitabili conseguenze economiche di qualsiasi violazione delle sanzioni statunitensi?
Nei media libanesi, in particolare quelli francofoni e indipendenti, il tono è risulta ancora più critico. Numerosi editorialisti sottolineano la contraddizione tra una diplomazia iraniana attiva all’estero e l'incapacità manifesta dei vertici di Teheran di rispondere alle aspirazioni della propria popolazione. La situazione attuale ha riacceso il dibattito interno al Paese dei cedri sul ruolo regionale della Repubblica islamica, la sua influenza in Libano e il costo reale da pagare in merito alle sue ambizioni geopolitiche. Tuttavia, secondo fonti concordanti l’argomento economico della visita sarebbe solo una copertura: in realtà l’Iran, sentendo cambiare il vento dopo il colpo di forza in Venezuela, cercherebbe di preservare la propria presenza sulla scena internazionale, sapendo che il Libano costituisce una piattaforma essenziale per comunicare, incrociare o scambiare messaggi con gli Stati Uniti.
Appello alla ragione di Aoun
Intanto il capo dello Stato Joseph Aoun ha approfittato della ricettività che la congiuntura regionale ha creato presso Hezbollah per tentare, ancora una volta, di persuaderlo a consegnare le armi allo Stato libanese. Dopo aver preso il controllo della zona di confine, dove il Partito di Dio ha abbandonato le posizioni e consegnato i depositi di armi e tunnel, l’esercito deve avviare la fase 2 del piano di disarmo, quella della zona situata tra i due fiumi, il Litani e l’Awali, all'altezza di Sidone. Tuttavia, il movimento filo-iraniano si oppone lasciando in questo modo aperta la possibilità a Israele di bombardare la zona a proprio piacimento.
In un’intervista esclusiva concessa a Télé-Liban, in occasione del primo anniversario della sua investitura, il presidente ha ricordato i timori dell’imam Mohammed Mahdi Chamseddiine (1936-2001). L’ex presidente del Consiglio superiore sciita già in passato aveva manifestato il timore di vedere la propria comunità sedotta e allontanata dal Libano dall’utopia teocratica khomeinista apparsa negli anni ‘80. Per l’imam scomparso, che ne ha fatto il suo “testamento politico”, la comunità sciita dovrebbe astenersi dall’aderire al progetto di una “umma” sciita transnazionale e accontentarsi di costruire un futuro di prosperità nella patria in cui si trova.
Il capo dello Stato ha Infine chiesto con insistenza al partito filo-iraniano di riconsiderare la sua scelta strategica, rinunciando alla sua autonomia militare a favore della sua integrazione nell’apparato statale. “Le armi di Hezbollah non servono più a nulla” ha affermato Aoun, considerando l’attuale rapporto di forze militari e politiche: “È tempo - ha concluso - di passare dalla logica della forza alla forza della logica”, per il bene di tutto il Libano e, in primo luogo, degli sciiti. Hezbollah finirà per dare ascolto alla ragione?
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