24/04/2026, 10.50
MYANMAR
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Cresce l'appello per il rilascio di Aung San Suu Kyi. Il figlio: 'Non so se è ancora viva'

di Gregory

Aumenta la pressione internazionale sulla giunta militare birmana affinché fornisca prove verificabili sulle condizioni di salute della leader democratica, detenuta in isolamento dal 2021, attraverso la campagna "Proof of Life". Da anni non si hanno notizie attendibili sul suo conto. Il figlio Kim Aris ad AsiaNews: "Il popolo birmano ama mia madre quanto me".

Yangon (AsiaNews) - Alla vigilia del suo 81° compleanno, cresce la pressione internazionale sulla giunta militare del Myanmar affinché fornisca una prova verificabile che Aung San Suu Kyi sia ancora viva e in buone condizioni. Nei giorni scorsi, in occasione del Capodanno buddhista, i militari birmani hanno concesso il rilascio di migliaia di detenuti politici, incluso l’ex presidente del Myanmar, U Win Myint, stretto alleato della leader democratica.

Tuttavia su Aung San Suu Kyi non ci sono informazioni attendibili. Per questo è nata la campagna “Proof of Life”, promossa dal movimento All In One Piece e sostenuta anche da esponenti di alto livello dell’ASEAN e delle Nazioni Unite.

“La campagna Proof of Life” è, nella sua essenza, una richiesta semplice e profondamente umana”, ha dichiarato ad AsiaNews Kim Aris, figlio minore della premio Nobel per la Pace. “Come figlio, non ho ancora alcuna notizia sulle condizioni o sul luogo in cui si trova mia madre. Sono profondamente preoccupato e mi chiedo se sia ancora viva, dato che le autorità militari continuano a rimanere in silenzio”, ha continuato. “Sono ben consapevole che il popolo birmano ama mia madre quanto me e condivide le mie stesse preoccupazioni. Questo non è solo un appello personale, ma collettivo, da parte di molte famiglie che vivono nell’incertezza riguardo ai propri cari”.

Durante il colpo di Stato del 1° febbraio 2021, Aung San Suu Kyi è stata arrestata e condannata a 27 anni di carcere sulla base di 19 capi d’accusa costruiti ad arte dalla giunta militare. Sono passati quasi 1.900 giorni dal suo arresto senza che siano mai emerse informazioni credibili sulle sue condizioni. Già due anni fa Kim Aris aveva dichiarato di aver ricevuto solo aggiornamenti frammentari, accompagnati da segnali preoccupanti di un possibile peggioramento della salute della madre.

“La popolazione in Birmania e in tutto il mondo, compresi i leader mondiali, comprende che mia madre può svolgere un ruolo fondamentale in qualsiasi percorso verso la riconciliazione nazionale”, ha detto ancora Kim Aris. “La sua continua assenza e il suo isolamento non fanno che accentuare l’incertezza che circonda il futuro della Birmania. Chiedere una prova di vita è l’appello più elementare a favore della dignità, della trasparenza e della responsabilità. Finché non ci saranno informazioni chiare e credibili, continueremo a chiedere”.

La giunta birmana non ha più fornito dichiarazioni ufficiali sullo stato dell’ex Consigliera di Stato dopo la conclusione dei processi, condotti a porte chiuse nella capitale militare Naypyidaw. Le autorità giustificano il silenzio affermando che, avendo ricevuto una condanna, non può ricevere visite internazionali né partecipare a incontri diplomatici.

Tuttavia, questa posizione ha già dimostrato i suoi limiti dopo che nel luglio 2023 l’allora ministro degli Esteri thailandese, Don Pramudwinai, ha potuto incontrarla in carcere. La notizia della visita è emersa solo in seguito, durante una riunione dell’ASEAN. Da allora, ogni informazione sulle sue condizioni proviene esclusivamente da fonti militari. Anche il luogo esatto della sua detenzione resta segreto.

Il silenzio della giunta ha suscitato ripetuti appelli alla trasparenza. Le Nazioni Unite e l’ASEAN – l’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico, la cui presidenza di turno quest’anno tocca alle Filippine – hanno chiesto la liberazione incondizionata di tutti i prigionieri politici. Il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha più volte invocato la liberazione immediata di Aung San Suu Kyi. Anche l’Unione Europea, pur accogliendo con favore una recente amnistia legata al Capodanno birmano Thingyan, ha ribadito la richiesta di un rilascio completo.

L’iniziativa “Proof of life” coincide con la nomina alla presidenza del generale Min Aung Hlaing, dopo elezioni prive di legittimità che si sono svolte mentre in diverse aree del Paese continua a imperversare la guerra civile. Diverse aree restano sotto il controllo dei gruppi armati che compongono la resistenza e che in alcuni casi stanno dando vita ad amministrazioni locali indipendenti.

Il 17 aprile Min Aung Hlaing, insieme all’annuncio di un’amnistia per oltre 4.500 detenuti, ha decretato anche una riduzione di un sesto della pena di Aung San Suu Kyi, pari a quattro anni e mezzo. Le organizzazioni per i diritti umani denunciano che si tratti dell’ennesimo tentativo da parte della giunta militare di ottenere maggiore legittimità internazionale e non un reale tentativo alla riconciliazione. Solo il 14% delle persone rilasciate nei giorni scorsi, infatti, appartiene alla categoria dei prigionieri politici. Lo stesso U Win Myint, una volta liberato, ha chiesto immediatamente notizie di Suu Kyi, ammettendo di non avere alcuna informazione su di lei.

Dal 2021 l’esercito birmano ha cercato di cancellare l’eredità politica di Aung San Suu Kyi. Il suo partito, la Lega nazionale per la democrazia, è stato sciolto; le autorità hanno tentato di confiscare la sua storica residenza a Yangon e ne hanno imposto un isolamento quasi totale. Una durezza che riflette i timori dell’esercito nei confronti della sua figura, ancora tenuta in alta considerazione dalla maggior parte della popolazione. Nel frattempo il contesto conseguente alla guerra civile resta drammatico, con decine di migliaia di persone uccise, oltre 22mila detenuti politici e circa cinque milioni di sfollati interni.

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