Cristiana iraniana: popolo ‘abbandonato e oppresso’. Guerra per ‘la fine del regime’
Ad AsiaNews Attieh Fard, politica e avvocatessa da anni nel Regno Unito, parla di una nazione disposta ad accettare il conflitto per mettere fine a “torture e uccisioni” degli ayatollah. La nomina di Mojtaba fonte di “preoccupazione”: secondo alcuni sarebbe “peggio del padre” Khamenei. Il mancato sostegno esterno alle rivolte popolari e la necessità di proteggere i confini.
Milano (AsiaNews) - Un popolo “abbandonato” per anni, disposto ad accettare la guerra e le bombe pur di archiviare la Repubblica islamica, le sue “torture e uccisioni”, che sta pagando le conseguenze del conflitto con “l’aumento dei prezzi” di cibo e beni primari sperando al contempo in un futuro “diverso”. Attieh Fard, 44enne politica e avvocatessa cristiana nata in Iran ma da tempo trasferitasi nel Regno Unito, è fra le promotrici di una dichiarazione lanciata di recente e sottoscritta da oltre 200 leader religiosi e laici cristiani in Iran e all’estero, per la fine del regime (e il ritorno del principe ereditario Reza Pahlavi). Ad AsiaNews parla della guerra sferrata da Israele e Stati Uniti contro Teheran, che considera ormai forse “l’unico modo” per cambiare i vertici di una nazione che per decenni ha “oppresso” la propria gente.
L’attivista guarda con “preoccupazione” alla nomina ufficializzata ieri del figlio Mojtaba come successore della guida suprema, il grande ayatollah Ali Khamenei, ucciso nel primo giorno di raid il 28 febbraio scorso. “Il gruppo responsabile della scelta - spiega - era parte del Consiglio dei guardiani, ma sono stati bombardati” e la questione è “come si è arrivati a questa nomina, quale sia stata la procedura scelta“. Di certo vi è, aggiunge, che “Mojtaba è un esponente della linea dura e radicale, alcuni pensano che sia molto peggio del padre. E pure lui è corrotto, disponendo non si sa come di un portafoglio immobiliare nel Regno Unito da oltre 100 milioni di sterline”.
Negli ultimi mesi i cristiani in Iran e della diaspora “hanno pregato per la libertà” del Paese e del suo popolo, e non sono in pochi a sostenere l’intervento militare dall’esterno perché le rivolte, le proteste popolari e le sommosse di questi anni non hanno portato alcun cambiamento. Al riguardo, anche i timidi tentativi di dialogo fra Washington e Teheran delle scorse settimane non hanno determinato alcuna svolta significativa. “A livello personale - racconta Attieh Fard - non credo che vi fosse altro spazio per la diplomazia”. “Khamenei era il leader supremo - spiega - la persona al vertice dello Stato mentre il governo, i ministri e lo stesso [presidente Masoud] Pezeshkian non hanno molto potere”. La guida suprema “non era parte di nessuna trattativa, non era coinvolto” mentre un vero negoziato “non poteva prescindere da trattative dirette fra Khamenei e il presidente Usa Donald Trump”. Il quale, va detto per inciso, in passato non ha disdegnato di incontrare leader sanguinari come il nord-coreano Kim Jong-un. “Abbiamo visto a gennaio - ricorda l’attivista - cosa ha fatto Khamenei in termini di repressione e morti, quando è bastata una sua parola per il massacro il giorno seguente di 30mila persone, mentre Pezeshkian voleva continuare il dialogo col popolo”.
Inoltre, la morte dell’ayatollah non implica automaticamente il crollo del regime, che può contare “su un sistema di intelligence e un apparato di potere capillare”. Serve cambiare la Costituzione e impedire al clero di disporre dell’ultima parola sulla vita delle persone, avviando un processo di transizione democratico. “Tuttavia, i chierici - avverte l’avvocatessa cristiana - non lo accettano” e la nomina di Mojtaba ne è ulteriore conferma. “La struttura - avverte - ad oggi resta e un altro, con la stessa ideologia del predecessore, è oggi al potere”. Vi sono poi i Pasdaran “che sono più forti dei militari” ed esercitano un’influenza che va oltre l’ambito militare, ma è anche “economia e politica. Fino a che non sarà sciolto il Consiglio di sicurezza, non potranno esservi reali cambiamenti, questo lo so per certo perché sono cresciuta con loro, li conosco bene e so i valori in cui credono. La loro lealtà al sistema e all’ideologia è superiore” al rischio di una guerra e non ammette sconfitte.
Fra guerra e repressione degli ayatollah, per Attieh Fard “qualcosa sta già accadendo” all’interno del Paese. “Abbiamo visto milioni di persone - ricorda - scendere in piazza a gennaio, chiedere il ritorno di Pahlavi, libertà e diritti. Le persone sono pronte per il cambiamento e se i meccanismi oppressivi del regime vengono distrutti con l’aiuto militare o se i vertici decideranno di deporre le armi, penso vi sia una possibilità per una nuova e diversa struttura politica, per elezioni libere”. Al tempo stesso, avverte, “è necessario proteggere i confini dell’Iran”, anche ricorrendo a un “aiuto esterno” affinché talebani o altri gruppi “non possano invadere il Paese, quando è debole sul piano militare ed è qui che la comunità internazionale deve intervenire”. Resta un quadro interno complicato “come raccontano amici e conoscenti che ho sentito in questi giorni, i quali parlano di criticità legate ai prezzi del cibo che è aumentato anche di sei volte rispetto a prima della guerra” e di distruzioni. “Ma il regime per qualcuno - chiosa - è peggio del conflitto”.
Il retaggio di violenze e repressione, di carcere e torture, di ragazze stuprate parte integrante di questo regime islamico “spinge le persone anche a celebrare un conflitto, se questo è l’unico modo per mettere fine alla barbarie” spiega l’avvocatessa di origini iraniane. Lei stessa ha vissuto in prima persona la guerra con l’Iraq degli anni ‘80, le persecuzioni di parenti per la loro visione critica della politica e delle ideologie dominanti, per la mancanza di giustizia. La sua prima campagna risale a quando aveva poco più di 16 anni, per una migliore istruzione delle donne. Due anni più tardi, quando era poco più che maggiorenne, è dovuta fuggire nel Regno Unito, dove ha proseguito gli studi e l’impegno per un Iran libero dall’oppressione. “Anche minori torturati, uccisi, imprigionati - racconta - da un apparato che ha armi e meccanismi oppressivi. Anche gli iraniani con cui ho parlato e che erano contrari alla guerra a giugno - afferma - adesso stavano aspettando una nuova operazione militare” come unica via per rovesciare il regime. E “il popolo ci spera”.
Infine, un’ultima riflessione la riserva al valore e alle difficoltà dell’essere cristiano e di voler professare la fede nella Repubblica islamica dell’Iran. “Stai sempre attento ai tuoi movimenti e non sai mai - racconta - cosa ti può succedere. Ero adolescente quando frequentavo una chiesa che celebrava in lingua farsi, erano aperte in quel momento. Volevo essere battezzata - ricorda - ma avevo un giovane uomo che mi seguiva e faceva domande sul perché volessi andare in chiesa, dicendomi che era collegata alla Cia [il servizio di intelligence statunitense, ndr], che se fossi diventata membro e avessi seguito le attività, la Repubblica islamica mi avrebbe giustiziato”. Negli ultimi sei mesi “i cristiani iraniani e nel mondo hanno pregato per la libertà del Paese, perché Dio faccia giustizia”. Certo, i conflitti non sono mai la soluzione ai mali, alle storture nel mondo ma la speranza, conclude, è che “questa guerra possa mettere fine al male e all’oscurità”.
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