Delhi contro Mamdani per la lettera all'attivista incarcerato Umar Khalid
L'India ha criticato un messaggio di solidarietà inviato del sindaco di New York (di origini indiane) all'ex ricercatore detenuto dal 2020 per le rivolte di Delhi. Sottolineato il rispetto per l’indipendenza della magistratura. Organizzazioni e legislatori internazionali denunciano l'arresto prolungato e chiedono un processo equo. Amnesty International: "Deragliamento della giustizia".
Delhi (AsiaNews) - Il governo di Delhi ha reagito con durezza alla breve lettera inviata dal sindaco di New York Zohran Mamdani all’attivista incarcerato Umar Khalid, 38 anni, affermando che i rappresentanti eletti devono rispettare l’indipendenza della magistratura negli altri Paesi democratici. Il portavoce del Ministero degli Affari Esteri Randhir Jaiswal ha affermato che esprimere pregiudizi personali non è consono a chi ricopre cariche pubbliche e ha consigliato di concentrarsi sulle responsabilità previste dal proprio ruolo.
“Ci aspettiamo che i rappresentanti pubblici rispettino l’indipendenza della magistratura nelle altre democrazie. Esprimere pregiudizi personali non è consono a chi ricopre cariche pubbliche. Invece di fare commenti del genere, sarebbe meglio concentrarsi sulle responsabilità loro affidate”. Sono le parole del portavoce Randhir Jaiswal, pronunciante durante una conferenza stampa.
All’inizio di gennaio, una fotografia della nota scritta a mano da Mamdani a Khalid - attivista studentesco ed ex ricercatore alla Jawaharlal Nehru University, detenuto dal settembre 2020 con l’accusa di cospirazione legata alle rivolte di Delhi dello stesso anno - è stata condivisa su X dall’amica Banojyotsna Lahiri, il giorno in cui Mamdani ha prestato giuramento come sindaco. Mamdani ha scritto: “Caro Umar, penso spesso alle tue parole sull’amarezza e all’importanza di non lasciarsi consumare da essa. È stato un piacere conoscere i tuoi genitori. Ti pensiamo tutti”.
Secondo i media, la nota è stata consegnata ai genitori di Khalid quando Mamdani li ha incontrati durante la loro visita negli Stati Uniti nel dicembre 2025. Lahiri ha dichiarato all’Hindustan Times che i genitori di Khalid, Sahiba Khanam e Syed Qasim Rasool Ilyas, si erano recati negli Stati Uniti prima del matrimonio della loro figlia minore per incontrare un’altra figlia che vive lì e che non ha potuto recarsi in India. Il 5 gennaio, la Corte Suprema indiana ha negato la libertà provvisoria a Umar Khalid e Sharjeel Imam nel caso delle rivolte di Delhi del 2020, in cui furono uccisi 36 musulmani e 15 indù, durante le proteste contro il Citizenship Amendment Act (CAA), e il Registro nazionale dei cittadini indiani (NRC), entrambi introdotti un anno prima, nel 2019.
La polizia di Delhi è stata accusata dagli attivisti di non essere intervenuta e aver agito a favore degli indù: 16 dei 18 imputati sono musulmani. Umar Khalid non era nemmeno presente, ma è stato condannato a 5 anni di carcere. Negando la libertà provvisoria, la Corte Suprema ha osservato che esisteva un caso prima facie ai sensi della Unlawful Activities (Prevention) Act (UAPA). Una commissione composta dai giudici Aravind Kumar e N V Anjaria ha stabilito che i ritardi nel processo non possono fungere da “carta vincente” per ignorare le garanzie previste dalla legge.
Otto legislatori statunitensi hanno anche scritto un appello all'ambasciatore indiano a Washington, esprimendo preoccupazione per la prolungata detenzione preventiva di Khalid. I senatori democratici e i membri della Camera hanno chiesto che gli fosse concessa un processo equo e tempestivo, affermando che il caso “solleva seri interrogativi in merito al giusto processo, ai diritti umani e agli obblighi dell'India ai sensi del diritto internazionale”.
Anche le organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno spesso cercato di dare risalto al caso. A settembre, in occasione del quinto anniversario della detenzione di Khalid, Amnesty International ha scritto che la sua “detenzione senza processo è un esempio di deragliamento della giustizia” ed è “emblematica di un più ampio schema di repressione che colpisce coloro che osano esercitare il proprio diritto alla libertà di espressione”.
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