Delhi e Islamabad a un anno dalla guerra: due vittorie, ma resta il rischio di escalation
A un anno dalla guerra lampo del maggio 2025, India e Pakistan continuano a celebrare il conflitto come una vittoria nazionale. Ma dietro la retorica patriottica emergono nuove vulnerabilità militari, una crescente corsa agli armamenti e tensioni irrisolte su Kashmir, terrorismo e risorse idriche, mentre i canali diplomatici tra le due potenze nucleari restano praticamente bloccati.
Islamabad/New Delhi (AsiaNews) - A un anno dalla breve ma intensa guerra che nel maggio 2025 ha riportato India e Pakistan sull’orlo di un conflitto aperto, entrambi i Paesi continuano a celebrare quella crisi come una vittoria nazionale. Ma dietro la retorica patriottica, il quadro regionale resta ambiguo: le capacità militari sono state rafforzate, ma sono anche vulnerabilità strategiche e soprattutto ancora non si vede una vera soluzione alle tensioni che avevano portato allo scontro.
In Pakistan, il mese di maggio quest’anno si è aperto con manifesti e striscioni dedicati ai vertici militari che, secondo la retorica ufficiale del governo, hanno guidato il Paese alla vittoria in quella che ha preso il nome di “Marka-e-Haq”. Alle celebrazioni che si sono tenute nella capitale Islamabad nei giorni scorsi hanno partecipato il presidente Asif Ali Zardari, il capo delle forze armate, Asim Munir, vero fautore della politica pakistana negli ultimi mesi, il capo della Marina, Naveed Ashraf, e quello dell’Aeronautica, Zaheer Ahmad Baber Sidhu.
Il primo ministro Shehbaz Sharif ha accusato ancora una volta l’India di avere usato l’attentato di Pahalgam dell’aprile 2025 contro decine di turisti indiani in Kashmir come “pretesto” per lanciare una guerra “non provocata”. “Il nemico, nel cuore della notte, ha attaccato le nostre moschee e i nostri bambini”, ha dichiarato, sostenendo che Islamabad aveva proposto “un’indagine trasparente” senza ricevere risposta da Delhi. Sharif ha inoltre affermato che “i nostri Shaheen hanno dominato il conflitto” e che “Operation Bunyanum Marsoos non è soltanto una vittoria storica, ma anche un trionfo del nostro onore nazionale e della nostra autostima”.
Le celebrazioni hanno coinvolto anche scuole, uffici pubblici e comunità religiose. In diversi istituti gli studenti hanno organizzato spettacoli, canti patriottici e rappresentazioni in uniforme militare.
Anche in India il governo continua a presentare il conflitto come un successo strategico. Il 7 maggio il primo ministro Narendra Modi ha cambiato la propria immagine profilo su X con il logo ufficiale dell’Operation Sindoor, l’offensiva lanciata da New Delhi contro il Pakistan nel maggio 2025 in risposta all’attentato in Kashmir. Il premier ha invitato gli indiani a fare lo stesso. “Un anno fa le nostre forze armate hanno mostrato coraggio, precisione e determinazione senza pari”, ha scritto Modi. “Restiamo fermamente impegnati a sconfiggere il terrorismo e a distruggere l’ecosistema che lo sostiene”.
Il conflitto era scoppiato dopo l’attacco del 22 aprile 2025 a Pahalgam, nel Kashmir amministrato dall’India, dove uomini armati avevano ucciso 26 civili, perlopiù turisti. L’India aveva attribuito la responsabilità al Pakistan, accusato di foraggiare i gruppi terroristici della regione, accusa Islamabad ha respinto.
La guerra, durata appena quattro giorni e conclusasi il 10 maggio grazie a un cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, è stata la più grave escalation militare tra i due Paesi degli ultimi decenni.
Nonostante entrambe le capitali insistano nel proclamare la propria vittoria, gli analisti sostengono che il conflitto non abbia prodotto un vero vincitore, lasciando la porta aperta per nuove sempre più violente escalation.
Il Pakistan rivendica il successo dello scontro aereo della notte tra il 6 e il 7 maggio 2025, quando i caccia cinesi J-10C in dotazione all’aeronautica pakistana abbatterono diversi velivoli indiani, inclusi i Rafale francesi. Al dialogo di Shangri-La a Singapore, il vice capo della Difesa indiano, il generale Anil Chauhan, ha successivamente ammesso le perdite seppur senza fornire numeri precisi.
Islamabad ritiene inoltre di avere ottenuto un vantaggio diplomatico accettando pubblicamente la mediazione del presidente statunitense Donald Trump, arrivando persino a candidarlo al premio Nobel per la pace. Nell’ultimo anno il Pakistan ha rafforzato il proprio profilo internazionale, soprattutto grazie al ruolo svolto da Asim Munir nella mediazione tra Washington e Teheran nella guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran.
L’India, dal canto suo, rivendica il successo dei missili BrahMos, che hanno colpito diverse basi aeree pakistane, tra cui Nur Khan a Rawalpindi e Bholari nel Sindh. Delhi sottolinea inoltre l’efficacia dei droni israeliani penetrati fino a Karachi e Lahore e considera un risultato strategico anche la sospensione del Trattato delle acque dell’Indo, annunciata il 23 aprile 2025, il giorno successivo all’attentato di Pahalgam.
A un anno di distanza, sia India sia Pakistan stanno cercando di correggere le vulnerabilità emerse durante il conflitto. A Rawalpindi, l’esercito pakistano ha presentato pubblicamente la nuova Army Rocket Force Command (ARFC), dotata - secondo i vertici militari - di sistemi capaci di colpire “con alta precisione da ogni direzione”. Islamabad ha annunciato l’introduzione dei missili Fatah-III, Fatah-IV e Fatah-V, con gittate fino a mille chilometri.
Muhammad Faisal, esperto di difesa, sostiene però che il conflitto abbia dimostrato anche i limiti pakistani: “La performance iniziale dell’aeronautica è stata notevole”, ha spiegato ad Al Jazeera, “ma i successivi attacchi dei BrahMos contro le basi aeree hanno mostrato lacune nelle difese terrestri”.
Il sistema antimissile cinese HQ-9B non è infatti riuscito a intercettare i missili indiani durante la guerra. Islamabad starebbe ora cercando di acquisire il più avanzato HQ-19. Nel frattempo il Pakistan ha aumentato del 20% il budget della difesa, arrivando a 2.550 miliardi di rupie pakistane (circa 9 miliardi di dollari), pur in pieno programma di austerità imposto dal Fondo monetario internazionale. Tra le possibili acquisizioni future figurano anche fino a 40 caccia cinesi di quinta generazione J-35A, mentre Washington ha notificato al Congresso un pacchetto da 686 milioni di dollari per modernizzare la flotta pakistana di F-16.
Gli analisti ritengono però che il vero cambiamento strategico sia legato alla fine della “profondità geografica”. I missili indiani hanno colpito obiettivi fino a Rawalpindi, Karachi e Sukkur, dimostrando che gli ostacoli geografici possono essere superati.
Anche l’India, tuttavia, ha dovuto fare i conti con le proprie vulnerabilità. New Delhi continua a mantenere una posizione ufficialmente trionfalistica e molto opaca sulle perdite militari. C. Uday Bhaskar, ex ufficiale della Marina indiana, ha osservato che in una democrazia “sarebbe stato più appropriato” che il governo riferisse apertamente al Parlamento sui danni subiti durante il conflitto. L’India inoltre ritiene di aver dimostrato di poter condurre una guerra limitata sotto la soglia atomica. Ma proprio questa convinzione rischia di aumentare il pericolo di future escalation.
Tra tutte le conseguenze del conflitto, quella potenzialmente più destabilizzante potrebbe essere la sospensione del Trattato delle acque dell’Indo, che regola la distribuzione delle risorse idriche tra i due Paesi dal 1960. Il sistema alimenta oltre l’80% dell’agricoltura pakistana e sostiene direttamente la vita di più di 240 milioni di persone. Il Pakistan dispone di riserve idriche pari a circa 30 giorni, contro i 120-220 giorni dell’India.
Il problema principale però riguarda la chiusura dei canali diplomatici, senza i quali è impossibile affrontare le cause profonde che hanno dato avvio alla guerra: la divisione del Kashmir, il terrorismo transfrontaliero, la competizione militare e la condivisione delle acquw. Per cui il rischio di una nuova crisi rimane alto.
(ha collaborato Shafique Khokhar)
06/07/2017 08:49
02/05/2016 15:43





