Denuncia episodi di corruzione: giornalista fermato (nonostante le campagne di Xi)
Un noto reporter di Chengdu privato della libertà insieme a un suo collaboratore per aver raccontato in un post su un social media cinese gli abusi di potere di un funzionario del Partito comunista locale che hanno portato al suicidio un professore. Mentre a Pechino il segretario del Partito sbandiera la "lotta alla corruzione" per motivare le epurazioni.
Milano (AsiaNews/Agenzie) - In nome della “lotta alla corruzione” Xi Jinping continua a far saltare teste ai vertici del Partito comunista cinese. Ma se in Cina, in una vicenda locale, un giornalista denuncia pubblicamente e in maniera circostanziata episodi di corruzione, finisce in carcere. È quanto raccontano le notizie arrivate negli ultimi giorni da Pechino.
Proprio mentre ieri i media di Stato informavano della condanna all’ergastolo dell’ex ministro della Giustizia Tang Yijun (in carica dal 2020 al 2023 accusato di aver intascato nella sua carriera politica a Ningbo tangenti per 137 milioni di yuan) e gli analisti di tutto il mondo si interrogano sui contraccolpi dell’ennesima epurazione ai vertici dell’esercito con la rimozione per “gravi infrazioni disciplinari e penali” del generale Zhang Youxia (potente vice-presidente della Commissione centrale militare), dalla Cina arrivano nuove testimonianze su quanto sia rischioso per un semplice cittadino raccontare gli abusi degli uomini di potere.
Il 2 febbraio la polizia del distretto di Jinjiang ha diffuso sui social media un avviso in cui si afferma che una persona di cognome Liu, 50 anni, e un’altra di cognome Wu, 34 anni, sono state “sottoposte a misure coercitive penali in conformità con la legge” con l’accusa di aver presentato “false accuse” e di aver svolto “operazioni commerciali illegali”.
Secondo il media cinese Caixin, i due fermati sono il noto giornalista Liu Hu e il suo collaboratore, Wu Lingjiao. Liu è un reporter investigativo che in precedenza aveva lavorato per il quotidiano New Express con sede a Guangzhou. Negli ultimi anni ha gestito un account sui social media come giornalista indipendente, occupandosi di controversie tra imprese private e autorità governative locali.
In un articolo pubblicato la scorsa settimana, poi cancellato, Liu citava una fonte secondo cui Pu Fayou, il segretario del Partito comunista della contea di Pujiang, sotto la giurisdizione di Chengdu, avrebbe abusato del proprio potere per reprimere imprese private. L’articolo sosteneva inoltre che Pu fosse coinvolto nella demolizione forzata di due proprietà appartenenti al professore di letteratura locale Tuo Jiguang, che si è tolto la vita nel 2021 dopo una disputa durata anni riguardo alle abitazioni.
Liu era già stato arrestato nel 2013 per presunta diffamazione, anche se le accuse furono successivamente ritirate. Dopo il suo nuovo arresto è circolato online uno screenshot di una conversazione tra il giornalista e una persona che sosteneva di far parte della Commissione per la Disciplina di Chengdu - l’ente incaricato di indagare su accuse di corruzione e cattiva condotta. Il messaggio ricordava a Liu di presentare eventuali denunce attraverso i canali legali. La risposta affermava che l’articolo “non era né una segnalazione né una petizione, quindi non c’è bisogno del promemoria da parte del vostro ufficio”.
L’arresto di Liu e Wu non è un fatto isolato. Pochi giorni fa il sito della rete Chinese Human Right Defenders raccontava la storia dell’ex agente di polizia Yang Shunmin, originario della città di Rui’an, nella provincia dello Zhejiang. Dal 2021 denunciava presunti abusi di potere da parte di funzionari pubblici all’interno dei dipartimenti legali locali. Registrava e pubblicava video sui social media, tra cui WeChat e Douyin. Nel 2024 i suoi video hanno raggiunto in media 20.000 visualizzazioni e nel 2025 stavano diventando sempre più popolari.
Finché il 18 aprile 2025 la polizia lo ha fermato, sostenendo che i suoi video avessero provocato un “impatto sociale negativo”. La procura di Rui’an ha incriminato Yang per il reato di “provocare disordini” e ha trasferito il caso a Wenzhou, nella stessa provincia, dove il Tribunale distrettuale di Ouhai lo ha condannato a due anni e sei mesi di reclusione nel dicembre 2025.
L’accusa di “istigazione a litigi e provocazione di disordini” è utilizzata frequentemente dalle autorità cinesi per reprimere denunce pubbliche e proteste. A settembre 2025, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite l’aveva definita eccessivamente ampia e vaga, chiedendone l’abrogazione. A febbraio 2023, un delegato al Congresso Nazionale del Popolo, Zhu Zhengfu, aveva dichiarato che la normativa dovrebbe essere rivista perché poco chiara e soggetta ad abusi.
14/12/2022 10:51





