01/10/2021, 12.47
BANGLADESH
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Dhaka, la difficile situazione delle lavoratrici rimpatriate per il Covid

di Sumon Corraya

Sono oltre 50mila le donne rientrate in Bangladesh a causa della pandemia. Non trovano lavoro e hanno debiti che non possono saldare. Una testimonianza: “In Arabia Saudita non mi pagavano ed ero vittima di violenza”. Secondo una ricerca ora devono affrontare anche in patria pregiudizi che rendono difficile il reinserimento sociale. 

Dhaka (AsiaNews) – A causa della pandemia da Covid-19, oltre 500mila bengalesi che erano migrati all’estero per cercare lavoro sono rientrati in patria. La maggior parte proviene dai Paesi del Golfo e oltre 50mila sono donne. Ed è proprio la condizione delle donne rimpatriate a preoccupare maggiormente nel Paese. Il Bangladesh Institute of Labour Studies (BILS), un istituto di ricerca sui problemi del lavoro, ha condotto un sondaggio in merito al fenomeno delle donne rientrate in patria dal 2020 ad oggi, evidenziando come il 60% di loro è senza lavoro e sta vivendo con ansia questa situazione di inattività. Il 55% delle donne è stato rimpatriato con la forza dal datore di lavoro - si legge nel report -. Il 7% ha subito molestie sessuali e il 38% ha subito percosse e molestie fisiche. L'87% delle lavoratrici migranti nell’ultimo periodo non ha ricevuto alcun salario.

“Quasi il 70% delle intervistate non ha un'istruzione formale che possa permettere loro di trovare un lavoro adatto in Bangladesh - ha dichiarato Monirul Islam, uno dei responsabili dell'isituto che ha condotto lo studio -. Tuttavia, alcune di loro sono molto giovani e hanno tutta la vita davanti. Ecco perché ora diventa fondamentale il reintegro sociale al fine di aiutarle a ricostruire la loro vita qui”. Secondo la ricerca, infatti, gli atteggiamenti discriminatori verso queste donne sono una barriera che impedisce loro di ricominciare una vita in patria: “Speso sono emarginate dalla società, abbandonate dai loro mariti, o considerate non adatte a un buon matrimonio - prosegue il ricercatore -. Una donna su tre ha dichiarato di essere percepita come ‘donna senza carattere’ dalle persone che le stanno accanto”.

Sufia Begum, una lavoratrice migrante che vive a Dhaka e che è tornata di recente dall'Arabia Saudita, ha raccontato ad AsiaNews di aver lavorato come donna di servizio. “Lavoravo più di 12 ore al giorno ma non ho mai ricevuto un salario - ha dichiarato -. Se protestavo, il mio datore di lavoro mi picchiava e mi molestava sessualmente. Con l’avvento del Coronavirus mi ha rimandato nel mio Paese a mani vuote”. Nella sua permanenza in Arabia Saudita, Sufia ha ricevuto numerose minacce da parte del suo ex-datore di lavoro: “Mi ha intimato di non protestare per il trattamento subito e di non denunciarlo”. Per andare a lavorare in Arabia Saudita, Sufia aveva chiesto un prestito di 1.500 euro. Una cifra che ora non può restituire: “Vivo in condizioni disumane con i miei due bambini - ha raccontato -. Mio marito mi ha minacciata di divorziare per aver contratto questo debito che ora non posso saldare”.

Sufia Begum è solo una delle donne che, in cerca di fortuna all’estero, hanno chiesto prestiti a banche o ad altre organizzazioni. Secondo la BILS, addirittura il 61% delle donne migranti è in questa situazione. Ma i debiti non sono l’unico problema per le lavoratrici rimpatriate: secondo i media locali, migliaia di donne bengalesi rientrate sono a rischio di aggressioni fisiche e sessuali, oltre che di pessime condizioni lavorative.

Più di 10 milioni di cittadini bengalesi vivono oggi fuori dal Paese e, con il loro lavoro, aiutano al sostentamento delle proprie famiglie rimaste in patria. La maggior parte di loro si trovano in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman, Bahrain, Kuwait, Libia, Iraq, Singapore e Malesia.

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