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Dieci anni di Belt and Road Initiative: chi ha vinto e chi frena

di Alessandra De Poli

Dal 2013 ci sono stati tanti cambiamenti, spiega ad AsiaNews Hongyi Lai, docente dell'Università di Nottingham di origini cinesi. La "nuova via della seta" si è ampliata a nuovi settori e, anche se a ritmi molto lenti, sta continuando l'attuazione di diversi progetti infrastrutturali. Ma le difficoltà economiche che sta vivendo la Cina al momento non finiranno presto.

Milano (AsiaNews) - In questo mese di settembre ricorrono i dieci anni dal discorso del presidente cinese Xi Jinping all’Università di Nazarbayev ad Astana, in Kazakistan, con cui lanciò la “nuova via della seta”, oggi chiamata a livello internazionale Belt and Road Initiative (BRI). Da allora molte cose sono cambiate. Un numero di Paesi del mondo è entrato in qualche modo a farne parte (e Pechino lo celebrerà con un grande vertice il prossimo mese). Qualcuno (come l’Italia) sta cercando di uscirne, mentre altri ne hanno tratto grandi benefici, nonostante l’economia cinese stia oggi affrontando crescenti difficoltà. Le quali, sottolinea il professore Hongyi Lai della Scuola di relazioni internazionali dell’Università di Nottingham, nel Regno Unito, non si risolveranno presto, ma avranno al contrario un impatto a lungo termine. Quale bilancio allora?

“L’impatto della Belt and Road Initiative sulle economie dei singoli dipende da come vengono classificati i partecipanti all’interno del progetto”, risponde Hongyi Lai. Spesso infatti la nuova via della seta viene descritta come un unico grande progetto infrastrutturale, ma è molto di più, ed era iniziato “perché la Cina aveva bisogno di nuovi mercati e voleva proporre una nuova immagine di sé, diversa da quella creata dalla propaganda occidentale”, continua il docente, che si è a lungo occupato dell’impatto che hanno avuto le riforme politiche di Xi.

Sebbene in cinese abbia mantenuto la denominazione di “One Belt, One Road” (una cintura, una strada, in mandarino: 一带一路), nel corso degli anni le vie di cooperazione con gli altri Paesi sono andate moltiplicandosi. I quattro pilastri su cui si fonda l’iniziativa (connettività politica, infrastrutturale, finanziaria e facilitazione dei commerci) si sono ampliati ad altri settori, per cui a una via della seta terrestre si è aggiunta quella marittima; poi sono arrivate anche quelle sanitaria, digitale e persino spaziale; oltre all’utilizzo delle valute locali sono stati creati meccanismi di prestito come la Banca asiatica per gli investimenti nelle infrastrutture (AIIB) e il Fondo per la via della seta; ed è stata inoltre posta grande enfasi anche sullo scambio culturale e tra singoli individui. 

“L’annuncio della BRI era stato accompagnato da grande entusiasmo dieci anni fa, ora le cose sono molto meno rosee”, precisa Lai. “All’inizio sembrava che la Cina avesse raggiunto in poco tempo grandi risultati economici, e per questo era riuscita a includere nel progetto, e soprattutto nella AIIB, anche importanti economie europee. Ma se guardiamo più da vicino a quello che la AIIB fa, gli investimenti non sono sempre direttamente collegati alla BRI”, offrendo finanziamenti che vanno dal settore dell’energia, a quello dello sviluppo agricolo, passano per la protezione ambientale, le telecomunicazioni e le strutture igienico-sanitarie. E in ogni caso, prosegue l’esperto, “in anni recenti ci sono stati molti cambiamenti legati sia all’iniziativa in sé che alle relazioni esterne della Cina”.  

Il livello di partecipazione alla BRI potrebbe essere rappresentato da una serie di cerchi concentrici con al centro Pechino: “I Paesi che hanno finora più beneficiato dell’iniziativa sono quelli del sud-est asiatico, geograficamente ed economicamente più vicini alla Cina, e quelli dell’Asia centrale, se consideriamo tutto l’insieme di iniziative implementate da Pechino. Anche le economie di alcuni Paesi alleati nell’Asia meridionale, come il Bangladesh e il Pakistan, beneficiano della vicinanza alla Cina”, mentre la rivale India fin da subito aveva chiarito di non volerne fare parte e ora, con l’aiuto degli Stati Uniti, sta cercando di porsi come alternativa, soprattutto in Medio Oriente.

Ma ancora oggi, nonostante il diminuito entusiasmo, non c’è dubbio che in queste regioni il lavorio per l’attuazione di nuovi progetti - che saranno realizzati, secondo una visione tipicamente cinese, nel lungo periodo - stia lentamente continuando: dall’ascesa al potere dei talebani nel 2021 la Cina è diventata oggi la prima nazione al mondo a insediare un ambasciatore nuovo in Afghanistan, una mossa, che più che a occupare il vuoto lasciato dall’Occidente, servirà a sfruttare le risorse minerarie ed energetiche afghane nella speranza di poter collegare il corridoio economico sino-pakistano all’Asia centrale. Una questione a cui Pechino potrebbe accennare durante il terzo Forum della Belt and Road Initiative previsto a ottobre, summit a cui parteciperà anche il presidente russo Vladimir Putin. “Nell’ultima decade il commercio energetico tra Russia e Cina è cresciuto moltissimo e Pechino ha investito anche nello sviluppo del know-how russo”.

Allontanandosi geograficamente dalla Cina, “l’Africa come continente ha decisamente beneficiato della BRI nei primi anni, perché ha permesso di ottenere infrastrutture economiche in tempi rapidi, mentre ora c’è una generale volontà (dettata anche dalle forti differenze culturali con la Cina) a sviluppare i propri progetti e il proprio settore manifatturiero utilizzando le proprie risorse. Non credo che in futuro questo potenziale possa essere interrotto, ma potrebbe venire controbilanciato dalle iniziative europee e statunitensi. Quindi per riassumere, il livello di coinvolgimento nella BRI è largamente disomogeneo nel mondo”, conclude l’esperto.

L’Italia si trova oggi in una situazione particolare: dopo aver siglato un memorandum di intesa a marzo 2019, il governo, ora guidato dalla premier Giorgia Meloni, ha segnalato la volontà di voler uscire dal patto con Pechino. Una mossa che preoccupa i funzionari italiani per il rischio di ritorsioni economiche. Ma, commenta Hongyi Lai, “la Cina ha varato sanzioni economiche pesanti nei confronti di Corea del Sud, Australia e in parte Giappone - tutti Paesi che insieme agli USA e altri alleati non partecipano alla BRI - perché si pongono come minaccia militare alla sicurezza nazionale cinese. E tuttavia, trattandosi di grandi economie, sono riuscite a superare i blocchi economici. Non penso che per l’Italia le conseguenze saranno così gravi, anche se subisce forti pressioni dall’Unione europea e degli Stati Uniti, ma ora per la Cina è più una questione di immagine”.

Quello che, secondo Lai, dovrebbe guidare i Paesi nella scelta di entrare o meno nella BRI, anziché una scelta ideologica, “dovrebbero essere i calcoli economici sul lungo periodo”, anche per evitare di finire nella cosiddetta “trappola del debito”: “Spesso è facile dare tutta la colpa dei propri debiti esteri alla Cina, ma è pur sempre una relazione a doppio senso. Sicuramente l’entusiasmo iniziale potrebbe non aver fatto pensare alle conseguenze a lungo termine. Un esempio lampante è il caso dello Sri Lanka, che oggi si trova a dover ripagare più creditori diversi, non solo la Cina, e questo pesa moltissimo sulla sua economia”.

Per chi si trova in questa condizione, la situazione economica appare più critica, perché l’economia cinese non si presenta più come dieci anni fa, quando il suo mercato interno era saturo e aveva bisogno di nuovi sbocchi. Oggi “a causa delle scelte compiute durante il periodo del covid e a causa di una leadership sempre più personalistica, diversa da quella collettiva e guidata dalle istituzioni che caratterizzava la Cina prima di Xi Jinping, regna un clima di grande incertezza”, spiega ancora il professore. “È noto che alcuni settori hanno sofferto molto a causa di scelte unilaterali da parte di Xi e il fatto che a decidere sia solo una persona crea enormi ansie tra gli investitori stranieri. La perdita di investimenti ha fatto precipitare la situazione in una spirale economica negativa che si sta rafforzando su se stessa. Questo significa che è molto difficile tornare indietro. Anche Hu Jintao (il precedente leader) aveva attraversato un periodo di grandi cambiamenti, ma era stato molto più cauto nelle decisioni economiche”. Per questo, sostiene Lai, l’attuale situazione difficilmente si risolverà in tempi brevi.

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