30/09/2022, 12.07
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Dopo stretta contro gli islamisti, a Delhi chiesta la sospensione dei radicali indù

di Alessandra De Poli

Ieri il Tamil Nadu ha preferito probire al Rashtriya Swayamsevak Sangh di tenere una manifestazione per paura che si registrino scontri. Nei giorni scorsi il governo federale ha arrestato centinaia di membri appartenenti al Popular Front of India e ne ha dichiarato la messa al bando per cinque anni. Il continuo utilizzo della legge antiterrorismo rischia di alimentare gli estremismi.

Milano (AsiaNews) - Ieri il governo del Tamil Nadu ha proibito al Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss) di tenere una manifestazione pubblica autorizzata dall’Alta Corte di Madras una settimana fa. Il divieto arriva pochi giorni dopo l’ordine di scioglimento e la messa al bando per cinque anni del Popular Front of India (Pfi) da parte del governo centrale di Delhi sulla base della legge sulla prevenzione delle attività illegali (Unlawful Activities Prevention Act o Uapa).

Un funzionario del governo indiano ha detto in forma anonima all’Indian Express che nelle ultime due settimane nel Tamil Nadu ci sono stati almeno 20 diversi episodi di violenza causati dagli adepti delle due organizzazioni. L’Rss e il Pfi sono due gruppi radicali, il primo induista, il secondo musulmano. "Mentre il Pfi e l'Rss sono due facce della stessa medaglia, tranne che per la loro identità religiosa, c'è anche uno schieramento di partiti che si sta preparando a protestare contro i raduni dell'Rss”, ha spiegato il funzionario statale, “quindi abbiamo negato il permesso di protestare anche ad altre formazioni. Se gruppi rivali si scontreranno tra loro si creeranno seri problemi di ordine pubblico".

Nei giorni scorsi il governo ha condotto una maxi-operazione contro gli islamisti del Pfi, arrestando un centinaio di persone legate all’organizzazione e al Partito socialdemocratico indiano, il braccio politico del movimento. 

Il Pfi è nato nel 2007 e in pochi anni si è trasformato in un’organizzazione radicale e violenta: nel 2010 un gruppo di fanatici ha tagliato con un’ascia la mano di un professore cattolico del Kerala, accusato di aver fatto in classe commenti sprezzanti contro il profeta Maometto. Nel 2015 sono state incarcerate 13 persone, ma prima del 28 settembre di quest’anno i governi statali non avevano mai agito contro il gruppo, più volte accusato di attività legate al terrorismo. A giugno di quest’anno alcuni membri avevano decapitato un uomo indù nel Rajasthan.

“Il Pfi è coinvolto in una serie di casi criminali e terroristici e mostra una totale mancanza di rispetto nei confronti dell'autorità costituzionale del Paese con fondi e sostegno ideologico dall'esterno [leggi Pakstan] diventando una grave minaccia per la sicurezza interna della nazione”, ha dichiarato in una nota il governo federale, che ha anche citato legami con gruppi terroristici stranieri come lo Stato Islamico.

Oltre alla messa al bando per cinque anni verranno congelati i conti bancari e confiscati i beni del movimento. Il Pfi ha accettato lo scioglimento, ma ha anche accusato Delhi e i membri del Bharatiya Janata party (Bjp) - il partito nazionalista indù del primo ministro Narendra Modi - di creare “un clima di terrore”.

Ieri alcuni deputati del Congress Party hanno chiesto la messa al bando anche dell’Rss, un’organizzazione spesso descritta come paramilitare nata nel 1925 su ispirazione fascista e il cui scopo è quello di diffondere gli ideali dell’Hindutva, l’ultranazionalismo indù che sostiene la superiorità dell’induismo sulle altre religioni. L’Rss in realtà è già stata messa al bando tre volte nella storia dell’India indipendente: la prima nel 1948 dopo l’uccisione del Mahatma Gandhi da parte di un adepto del movimento e poi di nuovo nel 1975 e nel 1992 in momenti di particolare tensione politica. 

Lo stesso Modi in gioventù ha fatto parte dell’Rss e molti considerano il Bjp la sua estensione politica perché propugna l’idea secondo cui l’India sarebbe minacciata dalla presenza della minoranza musulmana (200 milioni di persone, oltre il 14% della popolazione). Nei giorni scorsi le persone che hanno protestato contro la repressione del Pfi sono state accusate di aver intonato slogan in favore del Pakistan.

Quello che si sta delineando all’orizzonte non è quindi solo un contesto politico caratterizzato da violenze settarie, ma di estremismo contro estremismo. 

È interessante sottolineare l'utilizzo da parte di Delhi della legge antiterrorismo (Uapa), la stessa che ha incarcerato p. Stan Swamy, il gesuita 84enne che lottava per il riconoscimento dei diritti tribali morto l'anno scorso in custodia giudiziaria. 

Più volte i critici hanno incolpato il governo centrale di usare la normativa contro la prevenzione delle attività illegali per reprimere il dissenso e imbavagliare attivisti e giornalisti che biasimano l’operato del Bjp. Dal 2014, anno in cui Modi è diventato premier, i casi registrati di terrorismo sono andati aumentando: 976 nel 2014, 897 nel 2015, 922 nel 2016, 901 nel 2017, 1.182 nel 2018, 1.226 nel 2019 e 1.321 nel 2020. L’anno scorso invece sono scesi a 814. Dal 2019 la legge dà al governo federale la possibilità di agire anche contro i singoli individui senza che vengano presentate prove contro di essi. Tuttavia solo il 2,2% dei casi registrati ai sensi della normativa tra il 2016 e il 2019 si sono conclusi con una condanna in tribunale.

Quello indiano è un quadro nazionale complesso, ma una cosa sembra certa: la mancata distinzione tra una reale minaccia alla sicurezza interna e la repressione dei diritti umani rischia di alimentare ancora di più i radicalismi; una sospensione delle manifestazioni di protesta potrebbe presto rivelarsi insufficiente a pacificare gli animi.

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