21/05/2026, 13.19
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Guandong in crisi, corre sullo Yangtze il nuovo motore dell'economia cinese

di Andrea Ferrario

I dati sull'andamento del primo trimestre 2026 in Cina confermano le difficoltà della provincia costiera meridionale che fu il laboratorio delle riforme avviate da Deng Xiaoping ma oggi soffre il ridimensionamento di Hong Kong e la crisi del manifatturiero. A trainare il Paese oggi sono Jiangsu e Zhejiang con Hangzhou che si sta affermando come il polo cinese dell'intelligenza artificiale. Ma crescono le differenze tra le diverse aree del Paese.

Milano (AsiaNews) - Per quarant'anni, chi voleva capire dove stesse andando l'economia cinese ha guardato a sud, verso il Guangdong, la provincia che è il principale motore economico del Paese. I dati provinciali del primo trimestre del 2026 suggeriscono però che gli equilibri economici interni stiano cambiando. Su 31 tra province, municipalità e regioni autonome della Cina continentale, 16 hanno registrato una crescita inferiore alla media nazionale del 5%, contro le dieci dell'anno precedente. Il rallentamento è diffuso, ma la sua distribuzione sul territorio mostra allo stesso tempo uno spostamento graduale del baricentro economico del Paese dalle province costiere meridionali verso quelle del delta dello Yangtze.

Il declino del Guangdong e l'ascesa del Jiangnan

Il Guangdong è stato il laboratorio delle riforme economiche avviate da Deng Xiaoping fin dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso. Vent'anni fa occupava il primo posto tra le province cinesi per PIL pro capite, con nove delle sue città nella classifica delle prime venticinque del Paese per lo stesso indicatore. Oggi ne restano soltanto tre. Shenzhen, che nel 2005 guidava la classifica nazionale, è scesa al sesto posto, Guangzhou (Canton) è passata dall'ottavo al ventiduesimo, mentre Zhuhai è retrocessa dal terzo al sedicesimo. Il fattore principale che in passato aveva alimentato la loro ascesa, cioè la vicinanza a Hong Kong e Macao, ha perso slancio in seguito al progressivo ridimensionamento del peso economico dell'ex colonia britannica. Il Guangdong continua a ospitare grandi aziende innovative come Huawei, Tencent e BYD, ma l'ecosistema delle startup più avanzate si è ormai consolidato altrove. A pesare è anche un limite meno visibile ma significativo, cioè l'assenza di università della provincia nelle prime dieci posizioni delle classifiche nazionali.

La crisi sta colpendo con particolare durezza i distretti manifatturieri tradizionali del Guangdong. Foshan, per anni uno dei principali centri produttivi cinesi di mobili, ceramiche ed elettrodomestici, nel 2025 ha registrato una crescita ferma allo 0,2%, stretta tra due pressioni convergenti. Da una parte la crisi immobiliare ha prosciugato la domanda di materiali da costruzione e arredamento, dall'altra i dazi statunitensi hanno colpito le esportazioni a basso valore aggiunto. Le conseguenze sono visibili anche sul territorio. Molte fabbriche hanno chiuso e numerosi lavoratori migranti rientrati nelle campagne per il capodanno lunare non sono più tornati perché nel frattempo il loro posto era svanito, mentre nei grandi centri espositivi del mobile i locali vuoti si susseguono per interi piani.

Jiangsu e Zhejiang, le due province che si estendono lungo la sponda meridionale dello Yangtze, nel territorio storicamente noto come Jiangnan, si stanno muovendo nella direzione opposta. Il Jiangsu ha conquistato il primo posto tra le province cinesi per PIL pro capite, lo Zhejiang è salito al terzo, mentre il Guangdong è arretrato al quarto. Il cambiamento emerge con ancora maggiore evidenza prendendo in esame le singole città. In vent'anni Suzhou è passata dal venticinquesimo al settimo posto, Wuxi dall'undicesimo al quinto e Nanchino dal trentunesimo all'undicesimo. Oggi il Jiangsu conta sette città tra le prime venticinque del paese e lo Zhejiang quattro.

Questo spostamento si riflette nelle priorità del nuovo piano quinquennale, pubblicato a marzo, che individua proprio in quest'area il fulcro delle industrie considerate strategiche. Hangzhou, capoluogo dello Zhejiang, si è affermata come il principale polo cinese dell'intelligenza artificiale e della robotica, grazie anche alla crescita di aziende come DeepSeek e Unitree, sviluppatesi intorno all'ecosistema di Alibaba. Nel settore biofarmaceutico, un gigante come WuXi Biologics ha invece consolidato una presenza distribuita tra Hangzhou, Suzhou e Wuxi.

La crescente distanza tra le due aree nel campo dell'alta tecnologia può essere spiegata in parte dalla presenza di istituzioni accademiche di primo piano. Un'analisi dell’Economist ha rilevato che il ruolo svolto dall'Università dello Zhejiang nella trasformazione di Hangzhou in un centro delle startup ricorda quello avuto da Stanford nello sviluppo della Silicon Valley. Sia l'Università dello Zhejiang sia quella di Nanchino figurano stabilmente tra le prime dieci del Paese, insieme a diversi atenei di Shanghai e della vicina provincia dell'Anhui.

Le province in difficoltà e la questione dei dati

Il confronto tra il Guangdong e l’area dello Yangtze non basta a spiegare quanto sta accadendo. Segnali di difficoltà emergono anche in altre parti del Paese e restituiscono l'immagine di una Cina economicamente sempre più frammentata. Il Liaoning, nella Cina nordorientale e da lungo tempo in declino, ha chiuso il primo trimestre con una crescita del 2,8%, ben al di sotto dell'obiettivo annuale del 4,5%, accompagnata da un crollo del 20% degli investimenti fissi e da vendite al dettaglio sostanzialmente ferme. Lo Hunan, nella Cina centrale, si è fermato al 3% di crescita, con consumi in calo, e sui social network cinesi la sua situazione è stata spesso riassunta con una battuta diventata ricorrente secondo cui lo Hunan sarebbe diventato "il Liaoning della Cina centrale". Anche lo Shaanxi attraversa una fase difficile: la provincia, fortemente dipendente dall'industria automobilistica, ha visto la produzione di veicoli dimezzarsi nel primo trimestre, fino al punto da essere superata dallo Jiangxi per dimensioni del PIL.

Per capire fino in fondo questi numeri bisogna tenere presente un problema che da anni accompagna l'economia cinese. Molti funzionari locali hanno gonfiato sistematicamente le statistiche economiche per decenni, nel tentativo di favorire la propria carriera, tanto che la somma dei PIL provinciali finiva regolarmente per superare il dato nazionale. Nel 2025 l'Ufficio nazionale di statistica ha sanzionato diverse province per manipolazione dei dati e nel gennaio scorso Xi Jinping ha chiesto ai funzionari locali di rivedere i criteri di valutazione, nel tentativo di spezzare il meccanismo riassunto dalla formula ironica «i numeri producono funzionari e i funzionari producono numeri». Il mese successivo il Partito comunista ha avviato una campagna interna di cinque mesi volta a scoraggiare una cultura politica incentrata esclusivamente sui numeri e sugli obiettivi di crescita. Il peggioramento dei dati locali potrebbe quindi derivare in parte da una rappresentazione meno artificiosamente ottimistica della realtà.

Un Paese a più velocità

La decisione di Pechino di abbassare per la prima volta in oltre trent'anni l'obiettivo di crescita al di sotto del 5%, collocandolo tra il 4,5% e il 5%, è sintomo della consapevolezza che il Paese sta entrando in una fase diversa, segnata da ritmi di sviluppo più moderati rispetto al passato. Questo cambiamento giunge nel momento in cui l'economia cinese si trova ad affrontare contemporaneamente il ridimensionamento del settore immobiliare, il peso del debito locale e la necessità di ripensare interi distretti industriali.

La Cina appare sempre più differenziata al proprio interno. Alcuni poli tecnologici continuano a correre, mentre vaste aree fanno ancora fatica a individuare nuovi motori di crescita. L'immagine di un Paese compatto e uniforme, ancora diffusa fuori dai suoi confini, rischia di nascondere trasformazioni profonde che nei prossimi anni peseranno sempre di più sulle scelte politiche di Pechino.

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