Guerra e talebani afghani: boom dell’oppio in Iran
Da pratica nascosta e riservata, la coltivazioni di papaveri si è trasformata in risorsa per la sussistenza. Il cuore della produzione i monti Zagros, nell’ovest. Il valore stimato dell’oppio fino a 72 volte superiore al grano. A Teheran il prezzo del pane aumentato del 100%. Con la povertà cresce lo sfruttamento del lavoro minorile.
Teheran (AsiaNews) - Da pratica nascosta e riservata ad aree specifiche, a risorsa essenziale in materia di sussistenza - e di sopravvivenza - per le popolazioni rurali della zona, la cui economia segna il passo a causa del conflitto israelo-statunitense e per le sanzioni occidentali. La coltivazione del papavero da oppio, infatti, è un elemento ormai distintivo dei villaggi montagnosi di Zagros, nell’ovest dell’Iran. Un reportage di Iran International mostra come sui pendii accidentati, fra appezzamenti rocciosi e querce abbattute, la pianta non è più solo una coltura illegale; al contrario, essa è diventata un segno distintivo della crisi economica e della stagnazione di territori in cui grano, ceci e lenticchie non coprono più i costi dell’agricoltura e della vita quotidiana.
A pochi chilometri dalla strada, nel profondo dei monti Zagros, un piccolo appezzamento di terra emerge tra le querce abbattute. L’accesso, raccontano le fonti, è “difficile” e “appena visibile” dal villaggio. Il proprietario preferisce vegliare da lontano, anche perché - spiega - se le autorità trovano il raccolto resta pur sempre difficile dimostrare chi è il proprietario della terra. In questo modo le piante di papavero sono cresciute nel tempo lontane da occhi indiscreti, tanto da occupare vasti appezzamenti e tale da diventare una delle risorse primarie della regione.
Coltivazioni record
Da 10 anni la coltura è in espansione, ma negli ultimi tempi di guerra e crisi internazionali la crescita è ancora più marcata, favorita - sottolineano accademici e agronomi - da siccità, calo del reddito agricolo e mancanza di opzioni alternative al papavero. E pure gli esperti delle Nazioni Unite (Undp) sottolineano che combattere la coltivazione del papavero sarà difficile senza creare alternative economiche sostenibili, visto che il valore è andato aumentando: ad aprile, riferiscono media iraniani, il prezzo al dettaglio al grammo era di circa 250mila toman, circa 1,6 dollari.
Secondo i dati Onu per la droga e il crimine, i campi di papavero in climi simili a quelli iraniani producono in genere tra 20 e 30 chilogrammi di oppio puro per ettaro. In alcune regioni, la cifra supera i 50 chilogrammi. Un confronto tra il reddito del papavero e del grano, uno dei principali prodotti agricoli dell’Iran occidentale, aiuta a spiegare le scelte degli agricoltori: il valore di un campo di grano da un ettaro è di poco superiore ai mille dollari, mentre il papavero può generare fra i 31mila e i 47mila dollari in base al prezzo al dettaglio riportato. E nelle aree ad alto rendimento, dove la produzione può superare i 50 chilogrammi per ettaro, il valore potrebbe salire a circa 12,5 miliardi di toman, pari a 78mila dollari. Ciò significa che il valore stimato dell’oppio da 1 ettaro potrebbe essere da 29 a 72 volte superiore al grano coltivato sulla stessa area.
Secondo Mohammad Jamalian, membro della Commissione per la salute e la medicina del Parlamento (Majles), l’area in coltivazione di papaveri in Iran ha raggiunto circa 32mila ettari, una cifra oltre tre volte superiore rispetto agli anni precedenti. Stimare accuratamente l’area totale è difficile, perché molti campi sono allestiti in terre remote e fuori dalla vista pubblica. Tuttavia, una revisione dei rapporti pubblicati negli ultimi anni mostra che i nomi delle province di Zagros appaiono più spesso di altre e sono zone sempre più spesso alle prese con siccità, disoccupazione e crisi dei mezzi di sussistenza.
La storia del papavero non finisce nei campi di Zagros: a centinaia di chilometri di distanza, in Afghanistan, un declino senza precedenti nelle coltivazioni dopo il ritorno al potere dei talebani ha alterato le dinamiche del mercato in tutta la regione. Il quartier generale del controllo della droga iraniano ha affermato che il forte calo della coltivazione in territorio afghano ha portato a un notevole declino dell’ingresso e dei sequestri di oppio in Iran e ha persino creato problemi nella fornitura di materie prime per alcuni medicinali. E la guerra con Stati Uniti e Israele ha aumentato le pressioni, peggiorando la crisi nell’approvvigionamento dei medicinali nella Repubblica islamica, con i sanitari che segnalano carenze di quasi 1.000 tipi di farmaci in tutto il Paese.
Infine, l’Iran occidentale si trova anche vicino a una delle rotte chiave della regione per il traffico di oppiacei, che passa attraverso l’Iraq e il Kurdistan continuando il proprio tragitto verso la Turchia e l’Europa. Sebbene non vi siano prove che la coltura prodotta dagli allevatori di papaveri negli Zagros sia esportata, l’esistenza di un mercato di consumo e la delicata geografia della regione sono tra i fattori che potrebbero creare terreno fertile per l’espansione del fenomeno.
Pane: aumento del 100%
Fra le conseguenze della guerra che, al momento, sembra congelata in attesa di un accordo più ampio fra Washington e Teheran vi è un aumento vertiginoso del presso del pane in tutta la provincia della capitale, che di recente hanno toccato il 100%. Uno degli alimenti base della dieta della popolazione iraniana ha dunque registrato una crescita fra le più significative in tema di materie prime, sollevando nuove preoccupazioni sui piani governativi finalizzati alla revisione del sistema di sussidi del Paese.
I cittadini dell’area metropolitana di Teheran nei giorni scorsi si sono imbattuti, loro malgrado, nei nuovi prezzi ufficiali in vigore a seguito di un ordine emesso dalle autorità provinciali e anticipato dal gruppo di lavoro sulla farina e il pane della Camera delle corporazioni iraniane. Secondo le nuove tariffe, la focaccia lavash ora costa 27mila rial (due centesimi), il barbari 100mila rials (sei centesimi) e sangak 155mila rial (10 centesimi). Il salario mensile medio in Iran è stimato in circa 150 dollari e una famiglia che si affida esclusivamente al pane per il consumo di cibo spenderebbe fra gli 8 e i 17 dollari al mese, a seconda del tipo di pane acquistato.
L’aumento è arrivato solo due giorni dopo che il ministro dell’Agricoltura Gholamreza Nouri Ghezeljeh aveva escluso possibili aumenti dei prezzi del pane e che il governo stava proseguendo il piano di sussidi per le famiglie attraverso un sistema di voucher elettronici rafforzato. L’escalation dei prezzi era già iniziata durante la presidenza di Ebrahim Raisi e ha accelerato con Masoud Pezeshkian, anche a causa della guerra. Rispetto a meno di un anno fa, i registru ufficiali mostrano che i prezzi del sangak sono aumentati del 104%, del barbari dell’85% e del lavash del 93%. Il fenomeno segue aumenti di prezzo simili in altre parti del Paese, come il West Azarbaijan dove si registrano picchi fra il 70% e il 100% il mese scorso, mentre i prezzi a Mashhad sono aumentati in media del 49% a metà giugno.
Lavoro minorile
Infine, fra le conseguenze del conflitto vi è anche la crescita del lavoro minorile che segue di pari passo il dato di una povertà sempre più diffusa, unito allo sfruttamento sessuale, alla violenza e alla malnutrizione. A lanciare l’allarme è Hassan Mousavi Chalak, capo dell’Associazione iraniana degli assistenti sociali, secondo cui il peggioramento delle condizioni economiche costringe sempre più famiglie a fare affidamento sul reddito dei figli per soddisfare i bisogni di base. “Dobbiamo accettare il fatto che la povertà in Iran si sia aggravata” ha detto Mousavi. “Più più difficili diventano le condizioni economiche, più aumenta l’uso - aggiunge - della capacità lavorativa dei bambini per coprire le spese familiari”.
Criticando quelli che ha descritto come sforzi politici per minimizzare la questione, Mousavi ha detto che il lavoro minorile si è esteso ben oltre i bambini visibili nelle strade della città. Egli ha quindi sottolineato l’uso di bambini in macelli, allevamenti di bestiame, laboratori sotterranei, frutteti, fattorie e ambienti industriali, avvertendo che molti sono rimasti nascosti alla vista del pubblico mentre affrontavano condizioni di lavoro “pericolose e dannose”. Ad oggi “non vi sono statistiche affidabili” sul numero di bambini lavoratori in Iran, ma appare evidente che “il fenomeno sia più diffuso nelle principali città e nelle destinazioni di pellegrinaggio e turistiche”.
18/09/2023 12:04
05/12/2016 13:06





