Il cessate il fuoco non porta pace in Libano: Israele non si ferma
Nonostante gli sforzi del presidente Aoun per ricomprendere anche questo fronte nell'intesa mediata dal Pakistan, il governo Netanyahu ha intensificato le azioni militari: 89 morti in un solo giorno. Hezbollah aveva fermato gli attacchi proclamando la vittoria, ma Trump nega che il Libano sia coinvolto negli accordi. Anche al convoglio con il patriarca Rai impedito di raggiungere Debel, tensione tra l'esercito israeliano e la scorta dell'Unifil.
Beirut (AsiaNews) - Tregua fra Stati Uniti e Iran, ma la guerra in Libano per il momento continua. Anzi: ha conosciuto nelle ultime ore una delle sue giornate più sanguinose, mentre le parti in causa fornivano versioni differenti. Il governo libanese ha diffuso un bilancio - ancora provvisorio - che parla di 89 morti, tra cui 12 membri del personale medico, e 722 feriti.
A Beirut l’annuncio del cessate il fuoco era stato accolto favorevolmente dal capo dello Stato Joseph Aoun e dal primo ministro Nawaf Salam, che hanno sostenuto gli sforzi europei e internazionali invitando Israele a rispettarlo anche in Libano. I due leader hanno insistito, nelle loro dichiarazioni, sul fatto che solo le autorità libanesi, escludendo Hezbollah, sono autorizzate a negoziare con Israele, le cui attività militari sono state dichiarate “illegali” dal governo. Il presidente del Parlamento, Nabih Berry, ha dal canto suo annunciato che il Libano è coinvolto nella decisione.
Hezbollah, agendo di propria iniziativa e confermando che il suo sforzo bellico è sotto comando iraniano, aveva dichiarato che rispetterà il cessate il fuoco. Dall’1 di notte, il partito-milizia non ha più rivendicato alcun attacco né nel nord di Israele né contro soldati israeliani in territorio libanese.
Tuttavia, in un’escalation senza precedenti, l’esercito israeliano si è scatenato dal tardo pomeriggio di ieri su Beirut e la sua periferia, così come nel Libano meridionale e nella Bekaa; i suoi raid hanno raggiunto la città di Hermel, nel nord della Bekaa, dove è stato bombardato il centro della Difesa civile. Questi attacchi hanno colpito diversi quartieri della stessa Beirut. Il bilancio è impressionante: si contano circa cento morti per un centinaio di raid eseguiti nell’arco di 15 minuti! Gli ospedali di Beirut e Saida sono ormai saturi.
Durante la notte, un raid ha preso di mira un obiettivo civile: un caffè di Saida dove alcuni appassionati seguivano una partita di calcio, causando diversi morti e feriti.
E questa sera lo stesso presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che il Libano non sarebbe incluso nell'accordo " a causa di Hezbollah".
Corsa verso il Sud
Da parte sua Hezbollah ha diffuso un comunicato celebrando la propria vittoria e quella di Teheran, ma ha invitato gli abitanti a non rientrare nei loro villaggi prima della stabilizzazione della situazione.
Di fatto, una corsa entusiasta e in parte ingenua verso il Libano meridionale aveva fatto seguito immediatamente alla notizia del cessate il fuoco. Questo movimento è costato la vita a numerosi libanesi (il bilancio è ancora incerto al momento).
Per evitare una strage, l’esercito libanese, sostenuto dai media del tandem sciita, ha lanciato stamattina un appello urgente agli sfollati affinché non tornino nel sud, precisando che i bombardamenti continuano e che il Libano non è stato incluso da Israele nella tregua tra Iran e Stati Uniti. “L’esercito invita i cittadini ad attendere prima di tornare nelle città e nei villaggi del sud”, ha dichiarato in un comunicato. L’esercito ha inoltre bloccato una strada che conduce al Libano meridionale, all’altezza di Bourj Qalaouiyé, tra i distretti di Tiro e Nabatiyé, per impedire agli sfollati di farvi ritorno, secondo i corrispondenti sul posto.
Il patriarca Rai impedito di raggiungere Debel
L’escalation israeliana ha anche impedito a un convoglio di aiuti umanitari, guidato dal patriarca maronita Béchara Rai e dal nunzio apostolico Paolo Borgia, di raggiungere Debel. Il convoglio comprendeva numerosi vescovi e responsabili maroniti, tra cui p. Samir Ghaoui, presidente di Caritas Libano, e Fouad Abounader, presidente dell’associazione Nawraj. Il giorno precedente, un altro convoglio guidato dal nunzio e comprendente una delegazione dell’Œuvre d’Orient era stato anch’esso fermato nello stesso punto. Il nunzio aveva comunque colto l’occasione per leggere pubblicamente il messaggio di sostegno di papa Leone XIV rivolto ai cristiani del Libano meridionale che rifiutano di lasciare le loro terre.
Arrivato attraverso la Bekaa, il convoglio si è fermato nuovamente ieri a Kaoukaba, una cittadina a popolazione mista drusa e cristiana, riferisce la collega Katia Kahil, che precisa che vi è stata persino uno scontro tra l’esercito israeliano e l’UNIFIL, sotto la cui protezione avanzava il convoglio. Un incidente che ha portato al fermo da parte di Israele di un membro del contingente francese della forza internazionale per due ore. Dopo Kaoukaba il patriarca ha poi visitato anche Marjeyoun e Kley’a ed è rientrato a Beirut.
Katia Kahil sottolinea l’entità delle distruzioni causate dagli scontri avvenuti intorno a Khyam e nelle località attorno a Bent Jbeil, dove l’esercito israeliano intendeva penetrare. Da parte sua la presidenza libanese sta cercando di esercitare con Parigi Riyad e Washington una pressione internazionale al fine di costringere Israele a un cessate il fuoco, preludio al lancio di un processo negoziale che ponga fine alla guerra al confine meridionale, recuperare la totalità del territorio e applicare l’accordo di Taëf. Un piano che si scontra con il proposito dello Stato ebraico, ribadito anche in queste ore dal capo di Stato maggiore dell’esercito Eyal Zamir, di proseguire “con i bombardamenti diretti a Hezbollah”.
Questi bombardamenti massicci, improvvisi e indiscriminati sono un “colpo di coda” di Israele, consapevole di non poter proseguire la sua offensiva in Libano? È quanto ritengono alcuni osservatori, tra cui l’attivista Rony Chatah, figlio di Mohammad Chatah, un parlamentare sunnita assassinato negli anni della dominazione siriana. Non è però l’opinione di Amal Chahadé, corrispondente della televisione LBCI a Haifa.
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