16/10/2008, 00.00
CINA - TIBET
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Il dopo-Olimpiadi: nuovi ergastoli per i monaci tibetani

Il 23 settembre sono stati condannati in un processo segreto 8 monaci, per un attentato contro un palazzo pubblico, senza prove e con violazione di ogni diritto di difesa. Free Tibet: continuano detenzioni illegali e soprusi, “è urgente” che siano ammessi osservatori indipendenti.

Dharamsala (AsiaNews) – Otto monaci buddisti tibetani sono stati condannati all’ergastolo o a lunghe detenzioni per un attentato esplosivo senza feriti del 23 marzo contro un palazzo governativo della città di Gyanbe, circa 1.400 chilometri a est di Lhasa. I monaci, tutti del monastero Thangkya (Tongxia in cinese) vicino Gyanbe, in carcere da aprile, sono stati condannati il 23 settembre –subito dopo la fine delle Paralimpiadi- dal tribunale della prefettura di Chamdo, al termine di un processo celebrato in segreto, senza avvertire nemmeno i parenti, sebbene in genere la Cina dia grande clamore ai processi per simili attentati.

Fonti di AsiaNews dicono che sono stati violati i più elementari diritti di difesa: i monaci non hanno potuto vedere i familiari, né avere alcun aiuto legale, durante l’intera detenzione e fino alla condanna. Il quotidiano statale People’s Daily del 14 aprile ha riportato che tutti i monaci hanno confessato. Ma fonti di AsiaNews rispondono che questo “non è credibile” e che i religiosi sono stati torturati per estorcere ammissioni. La vicenda è indicata come molto simile a quella che nel 2002 ha portato alla condanna a morte di Tenzin Deleg Rinpoche, collaboratore di fiducia del Dalai Lama, pure accusato per un attentato esplosivo.

Sono stati condannati all’ergastolo i monaci Gyurmey Dhondup di 28 anni e Kalsang Tsering di 20, mentre gli altri 6 hanno avuto condanne da 5 a 15 anni di carcere, non si sa bene per quali accuse. Sono stati rilasciati altri due monaci arrestati ad aprile, mentre resta ignoto il destino del monaco Sichod, arrestato con loro ma poi scomparso. Resta in carcere il laico Tseten, che lavorava in un negozio presso il monastero ed è stato arrestato coi monaci.

Stephanie Bridgen, direttrice di Free Tibet Campaign, osserva che “questo caso, come molti altri in Tibet, dimostra quanto sia urgente che i media internazionali e le agenzie indipendenti possano accedere subito e in modo libero in ogni zona del Tibet per verificare le detenzioni arbitrarie e gli abusi contro i tibetani che continuano ad emergere. I leader mondiali debbono fare maggiori adeguate pressioni su quelli cinesi perché aprano il Tibet ad accertamenti indipendenti”.

Il 10 marzo in Tibet i monaci hanno iniziato proteste pacifiche, che dopo 4 giorni sono sfociate in scontri con polizia ed esercito, con morti e guerriglia civile. Da allora la zona è inibita ai media esteri. Solo alcune zone sono state riaperte al turismo, controllato con attenzione. Il governo tibetano in esilio a Dharamsala (India) denuncia che la Cina ha arrestato oltre 1.000 persone e ci sono stati almeno 140 morti, mentre Pechino parla di sole 22 vittime soprattutto etnici cinesi. (NC)

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