Il fiume d'oro del Tagikistan e il mondo dei sogdiani
Gli scavi archeologici nella valle dello Zeravšan, iniziati negli anni Trenta, proseguono ancora oggi offrendo nuove scoperte sul ricco mondo di questo popolo antico, capace di consegnare un importante contributo alla cultura mondiale.
Dushanbe (AsiaNews) - Dal Tagikistan all’Uzbekistan scorre il fiume Zeravšan, che in persiano antico significa “il diffusore d’oro” della provincia di Sogda, che secondo le antiche tradizioni della regione fu creato dal Fuoco, dal Sole e dall’Acqua, quando gli elementi fondamentali della natura erano considerati degli dèi che trasferivano agli uomini grandi energie creative. Il professore tagico di architettura Munavar Mamadnazarov ha provato a spiegare su Asia Plus quali sono i segreti dell’energia dei sogdiani, e quali fossero le radici religiose che hanno dato vita a queste grandi tradizioni.
Gli scavi archeologici nella valle dello Zeravšan erano iniziati negli anni ’30 dello scorso secolo, e proseguono ancora oggi offrendo nuove scoperte sul ricco mondo di questo popolo antico, capace di consegnare un importante contributo alla cultura mondiale. Negli Avestā, gli antichi inni dello zoroastrismo, si trovano iscrizioni risalenti a oltre 2.500 anni fa che contengono riferimenti a vette dorate dalle quali il dio iraniano Mitra contempla l'intera terra ariana, inclusa Gava in Sogdiana. Questa è probabilmente la più antica menzione della valle di Zeravšan. Documenti decifrati provenienti dal castello sul monte Mug hanno confermato le radici iraniche orientali della lingua sogdiana, e hanno anche rivelato i tragici eventi che colpirono i sogdiani in seguito alla conquista araba dell'VIII secolo.
Gli scavi sensazionali dell'antica città di Pendžikent hanno rivelato un quadro finora sconosciuto, vivido e unico della vita in una piccola comunità sogdiana. Pendžikent, o Panč come la chiamavano i sogdiani, era stata fondata tra il IV e il V secolo e fu distrutta dagli Arabi nell'VIII secolo. La città fu abbandonata dai suoi abitanti e non venne mai ricostruita, consentendo agli archeologi di studiarla in dettaglio, a differenza delle capitali della Sogdiana, cioè Bukhara e Samarcanda. La città sorgeva su due terrazze circondate da mura fortificate: la terrazza superiore, che si ergeva sopra l'area circostante, ospitava la cittadella con il palazzo del sovrano, mentre lo šakhristan, la città vera e propria dove viveva la maggior parte della popolazione, si trovava al di sotto.
La cittadella, separata dal resto della città da un profondo fossato, ospitava un grande palazzo, un complesso a più livelli con gli appartamenti del sovrano nella parte superiore. Le terrazze aperte del palazzo offrivano un pittoresco panorama sulla città sottostante. La sezione cerimoniale del palazzo comprendeva una spaziosa sala del trono, di 250 metri quadrati, con un palco rialzato accessibile tramite una rampa situata sull'asse centrale. Due imponenti piloni quadrati e una profonda nicchia nella parete di fondo conferivano all'interno un'adeguata solennità e monumentalità. Il sovrano sedeva su un trono nella parte rialzata della sala, mentre i suoi sudditi sedevano nella parte inferiore su suffas che correvano lungo le pareti. La sala del trono era coperta da una spettacolare e complessa struttura in legno a gradoni inclinati, con un lucernario in cima. Frammenti di legno intagliato e numerosi dipinti sulle pareti indicano che, in termini di ricchezza decorativa, il palazzo del sovrano di Pendžikent non era inferiore ai palazzi dei sovrani di Bukhara.
I due templi di Pendžikent, situati su piattaforme artificiali, incutono un'impressione maestosa anche tra le rovine. Ciascun tempio possedeva un ampio cortile interno, costruito lungo il perimetro, con un portale d'ingresso cerimoniale sull'asse principale. Gli spaziosi baldacchini colonnati (iwan) dei templi erano rivolti a est. Sotto i raggi del sole nascente, i fedeli potevano ammirare un colonnato slanciato ed elegante, numerosi bassorilievi e affreschi multicolori. Tutto ciò doveva creare un'atmosfera solenne e festosa. Oltre al pantheon generale degli dèi, le singole famiglie sogdiane veneravano le proprie divinità protettrici, legate alla storia e alla genealogia familiare e alle gesta degli antenati.
Un'immagine di tale divinità patrona veniva posta sulla parete di fronte all'ingresso della sala principale, ma la religione principale dei sogdiani era indubbiamente lo Zoroastrismo, nella sua variante sogdiano-battriana, forse con radici indo-iraniche più antiche, successivamente arricchita da influenze indiane, mediorientali ed ellenistiche, che oggi si cerca di far rivivere non solo negli scavi archeologici, ma anche nelle coscienze dei popoli di questi antichi territori.
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