Nawruz tagiko e islam, tra folclore e religione
La coincidenza con la fine del Ramadan è stata l'occasione quest'anno per una riflessione sulla festa nazionale come "ponte tra le diverse epoche" che riporta alle fonti della civiltà irano-turanica. Do fronte all'ostilità dei predicatori salafiti che la considerano un rituale pagano, a Dushanbe si ricorda che gli stessi califfi arabi riscoprirono il valore delle tradizioni locali.
Dushanbe (AsiaNews) - Quest’anno la festa nazionale del Nawruz è coincisa in Tagikistan con la fine del Ramadan, suscitando grandi dibattiti sull’opportunità di sovrapporre le grandi manifestazioni folcloristiche ai rituali della religione islamica. Uno dei principali studiosi di storia tagica, Akbar Tursun, ha cercato di spiegare su Asia Plus le motivazioni del rapporto tra l’autocoscienza popolare e la religione.
Come egli osserva, per i tagichi il Nawruz è “un ponte tra le epoche della vita sociale”, non soltanto come simbolo della sopravvivenza delle antiche usanze attraverso i tempi difficili del passato, ma anche “la garanzia della conservazione della vita storica della nostra generazione per il futuro”. L’istituzione del Nawruz come festa nazionale è stata una delle decisioni più importanti nel passaggio dalla fine dell’epoca sovietica alla costruzione di una vera nazione tagica, nella comprensione contemporanea di questo termine.
Nel passaggio anche generazionale di questi eventi, la festa ha riportato alle “fonti della civiltà irano-turanica” di questi territori, una delle più antiche civiltà del mondo. In questo modo “si è allargato l’orizzonte del patriottismo tagico” attribuendo un significato spirituale all’unità nazionale dei tagichi. Tursun osserva che “purtroppo, tra il clero di lingua persiana e quello di lingua turcica si scontrano interpretazioni differenti, ritenendo che il Nawruz sia esclusivamente una festa zoroastriana degli adoratori del fuoco”, ciò che risulta inaccettabile per le norme rituali musulmane.
Le prese di posizione di alti rappresentanti dell’islam tagico contro il Nawruz appaiono quindi come contrapposizioni all’ideologia dello Stato, e un tentativo di propagandare la fede musulmana come superiore alle tradizioni popolari. L’esperto ritiene peraltro che non vi sia una reale contraddizione del Nawruz con i principi contenuti nei sacri testi musulmani, ma usa le parole del Corano: “Perché discutete di ciò che non conoscete?”. Il rifiuto proviene principalmente dal clero salafita, con la sua lettura rigida ed esclusiva dei versetti sacri.
Lo storico invoca l’importanza del “fattore umano”, richiamandosi al riformatore islamico di fine ‘800 Džamaluddin Asadabadi, l’ideologo afghano del “panislamismo”, che discuteva di queste questioni con l’esperto francese di islam Ernest Renan, affermando che “in sostanza l’islam non ha difetti; tutti i difetti esistenti sono la conseguenza del fatto che noi siamo musulmani”. In questo Asadabadi distingueva i concetti di “islam” e “musulmano”, tra la rivelazione divina al Profeta e la pratica umana dei principi religiosi sulla base delle interpretazioni delle gerarchie sacerdotali.
Si ricorda che nel primo secolo dell’islam, durante l’Egira che aveva rotto i vincoli tribali, il Nawruz era stato proibito come “rituale pagano”, ma in seguito i califfi arabi riscoprirono il valore delle tradizioni di doni dati e ricevuti durante il Nawruz, una pratica molto diffusa nelle corti degli imperatori persiani. Inoltre compresero che invece di vietare le pratiche popolari non islamiche, era molto più conveniente dare il diritto di compierle dietro compenso di una tassa suppletiva. Infine si scelse una posizione politica, come indicò l’emiro Muzaffar di Bukhara, dando alla festa del Nawruz un carattere formale invece delle tradizioni folcloristiche spontanee, dopo la sconfitta da parte dell’impero russo, che aveva messo seriamente a rischio la sua reputazione presso il popolo.
Lo stesso emiro fece incendiare un grande falò pubblico, per proclamare la “pace popolare” superando ogni delusione e ogni contraddizione. Per Tursun questo significa che “i musulmani avevano raggiunto la maturità della cultura spirituale nella società di queste regioni”, e l’attuale presidente tagico Emomali Rakhmon non disdegna certo il paragone con gli antichi emiri turco-persiani.
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