Il ritorno delle 'vedove dell'Isis' e la questione delle loro responsabilità
Il rimpatrio in Australia di donne e bambini legati allo Stato islamico riporta alla luce un tema rimosso. Rinchiusi in migliaia nei campi di Al Hol e Al Roj, gestiti dai curdi delle Forze democratiche siriane (Sdf), non sono solo l'ultima traccia materiale del califfato ma anche il terreno di scontro tra due esigenze non facili da conciliare: la tutela della sicurezza nazionale e obblighi nei confronti dei propri cittadini.
Milano (AsiaNews) - Il recente ritorno in Australia di un gruppo di donne e bambini legati allo Stato islamico ha riportato al centro del dibattito internazionale una questione che molti governi occidentali hanno cercato a lungo di evitare, se non di rimuovere: che cosa fare dei propri cittadini (uomini e donne) che, specie tra il 2013 e il 2019, hanno raggiunto Siria e Iraq per vivere (e combattere) sotto la bandiera nera del cosiddetto califfato dell'Isis?
Un capitolo a parte è quello delle spose dei jihadisti. Tra maggio e giugno 2026, diverse donne australiane e i loro figli sono rientrati nel Paese dopo anni trascorsi nel campo di Al Roj, nel nord-est della Siria. Alcune sono state arrestate all'arrivo: due sono accusate di crimini contro l'umanità e riduzione in schiavitù, un'altra deve rispondere di reati legati al terrorismo. Le autorità australiane hanno ribadito che il rimpatrio non equivale ad alcuna forma di impunità e che eventuali responsabilità penali saranno perseguite. I minori, invece, sono considerati vittime di guerra e pertanto bisognosi di tutela e assistenza.
La vicenda australiana è solo l'ultimo capitolo di una questione che coinvolge numerosi Paesi occidentali. Dopo la sconfitta sul campo dell'Isis nel marzo 2019, con la conquista dell'ultima roccaforte di Baghuz, migliaia di donne e bambini stranieri vennero rinchiusi nei campi di Al Hol e Al Roj, gestiti dalle Forze democratiche siriane (Sdf), alleanza a guida curda sostenuta dagli Stati Uniti. Oggi la situazione appare ancora più complessa. Dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad alla fine del 2024 e i successivi riassetti territoriali, il nord-est della Siria è entrato in una nuova fase di incertezza politica e militare. Il ridimensionamento della presenza internazionale ha alimentato dubbi sulla capacità delle autorità locali di continuare a gestire migliaia di detenuti e le loro famiglie. La posizione verso i curdi del nord della Siria (Rojava) del nuovo governo di Damasco, retto dall'ex-terrorista al Jolani (Ahmed al-Sharaa), è stata generalmente di diffidenza e conflitto politico-militare, in aperta opposizione alle aspirazioni autonomiste della regione.
Per anni questi campi hanno rappresentato una delle questioni più spinose. Organizzazioni umanitarie hanno denunciato sovraffollamento, assistenza sanitaria insufficiente, carenze educative e frequenti episodi di violenza. Allo stesso tempo, il rischio di radicalizzazione dei minori cresciuti in un ambiente ancora permeato dall'ideologia jihadista ha alimentato le preoccupazioni delle autorità preposte alla sicurezza.
Le dimensioni del fenomeno, pur ridotte rispetto agli anni immediatamente successivi alla caduta dell'Isis, restano significative. Se nel 2019 i campi ospitavano complessivamente circa 70 mila persone, le stime più recenti indicano una popolazione compresa tra le 40 e le 45 mila unità. La maggioranza dei residenti è costituita da bambini. Le donne adulte presenti nei campi, secondo le stime disponibili, sarebbero ancora tra le 20 e le 25 mila, in larga parte siriane o irachene. Tra queste figurano mogli, ex mogli e vedove di combattenti dello Stato islamico, ma anche familiari la cui posizione individuale richiede accertamenti individuali
Per quanto riguarda le straniere, nei campi del nord-est siriano si stima si trovino ancora tra le 5 e le 6 mila persone provenienti da oltre quaranta Paesi, comprendendo donne e minori. Le donne adulte straniere sarebbero oggi tra le 1.500 e le 2.000. Si tratta del segmento che continua a porre i dilemmi più delicati ai governi occidentali: rimpatriarle, lasciarle nei campi o cercare soluzioni giudiziarie internazionali finora mai realmente decollate. Il dibattiti sulla natura del loro impegno nel califfato divide politici, giuristi e attivisti dei diritti umani. Da una parte vi sono coloro che ritengono molte delle donne partite per il califfato pienamente allineate a un progetto fondato sulla violenza e sulla sopraffazione. Chi sposa questa posizione considera il rimpatrio un rischio troppo elevato: significherebbe trasferire nei Paesi d'origine problemi di sicurezza difficili da gestire, oltre a rappresentare un'offesa per le vittime dell'Isis. Viceversa, c'è chi sottolinea come alcune possano essere state costrette, manipolate o reclutate in giovane età.
Alcune fonti riferiscono che Al Hol abbia avviato un graduale processo di svuotamento, mentre Al Roj avrebbe visto diminuire il numero dei residenti grazie ai programmi di rimpatrio. Resta però aperta la questione delle migliaia di miliziani dell'Isis detenuti nelle carceri del nord-est siriano, considerati dagli osservatori una delle principali minacce alla sicurezza regionale. Secondo le stime più frequentemente richiamate da autorità curde e osservatori nternazionali, sarebbero ancora circa 10 mila i combattenti maschi detenuti nelle strutture controllate dalle Sdf. Tra questi, tra i 2 mila e i 2.500 sarebbero cittadini stranieri provenienti da decine di Paesi diversi.
Le stesse autorità curde hanno più volte sostenuto di non poter sostenere indefinitamente il peso economico (ma anche di controllo) derivante dalla gestione di campi e carceri. Il timore è che eventuali crisi politiche o nuovi scontri possano favorire fughe di detenuti o il rafforzamento delle reti clandestine dello Stato islamico.
Proprio questo scenario ha spinto diversi governi occidentali a riconsiderare le proprie posizioni. Per anni molti Stati hanno adottato un approccio prudente o apertamente ostile ai rimpatri. Francia e Regno Unito hanno privilegiato valutazioni caso per caso, spesso permettendo il ritorno solo per minori vulnerabili. Londra ha inoltre fatto ampio ricorso alla revoca della cittadinanza per alcuni soggetti con doppia nazionalità, suscitando critiche da parte delle organizzazioni per i diritti umani.
L'Australia, inizialmente molto restrittiva, aveva autorizzato già nel 2022 il ritorno di un primo gruppo di donne e bambini. I rientri del 2026 sembrano indicare una linea più definita: disponibilità ad accogliere cittadine australiane che riescono a lasciare la Siria, ma accompagnando il loro ritorno con un'attività investigativa che ha come scopo quello di accertare responsabilità penali.
Nonostante lo Stato islamico sia stato sconfitto sul piano territoriale e sopravviva soltanto attraverso cellule sparse e attività clandestine, il problema delle cosiddette "vedove dell'Isis" non è affatto scomparso. Le tende di Al Hol e Al Roj rappresentano non solo l'ultima traccia materiale del califfato, ma anche il luogo in cui si confrontano due esigenze certo non facili da conciliare: la tutela della sicurezza nazionale e il rispetto delle responsabilità che ogni Stato ha nei confronti dei propri cittadini.
Per anni delegare la gestione di questa "eredità scomoda" alle milizie curde del nord-est siriano è sembrata la soluzione più semplice, politicamente meno costosa. L'evoluzione del conflitto siriano e i fragili equilibri emersi dopo l'ascesa al potere di Ahmad al-Sharaa nel dicembre 2024 hanno mostrato tutti i limiti di quella scelta. E il tempo dei rinvii sembra ormai finito.
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