16/05/2006, 00.00
ISRAELE
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In Israele, famiglie divise per legge: sicurezza e latente xenofobia

di Arieh Cohen

Coinvolge decine di migliaia di persone la decisione della Corte suprema che ha respinto l'incostituzionalità della legge, motivata da ragioni di sicurezza, che vieta a palestinesi sposati con cittadini israeliani di ottenere diritto di residenza e cittadinanza.

Tel Aviv (AsiaNews) – La notizia ha fatto il giro del mondo: la Corte Suprema d'Israele, con una stretta maggioranza di sei giudici contro cinque, ha rifiutato di definire incostituzionale la legge che vieta a palestinesi sposati con cittadini israeliani di ottenere diritto di residenza e cittadinanza. In sostanza, la maggioranza della Corte ha accettato le argomentazioni del governo secondo cui i residenti dei Territori sono, a tutti gli effetti, membri di una nazione nemica - "nemici stranieri" - e che è ragionevole per uno Stato rifiutare loro l'accesso al suo territorio, la residenza permanete e la cittadinanza. Si potrebbe anche notare che i precedenti abbondano; basti pensare alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti al tempo della Seconda guerra mondiale. Le forze di sicurezza israeliane - esercito, polizia, servizi segreti – hanno sostenuto presso la Corte che, di fatto, più di un palestinese dai Territori occupati, ammesso in Israele tramite matrimonio con cittadino israeliano, in seguito ha collaborato con i terroristi, i quali seminano morte e distruzione in Israele.

L'altro schieramento di questa battaglia legale - durata diversi anni - è composto da rispettate organizzazioni per i diritti umani, ma anche da coppie e famiglie, per le quali la legge - e la sentenza della Corte - rappresenta una catastrofe personale e coniugale, una volta imposta in modo retroattivo. La questione non è solo che il coniuge o il genitore palestinese non possa ottenere residenza e cittadinanza, ma che questo venga con la forza allontanato fisicamente dalla sua casa, dalla sua famiglia. Come residente dei Territori, il membro palestinese di una famiglia non può rimanere in Israele e nemmeno sul territorio palestinese che si trovi dalla parte occidentale del "Muro di separazione", che Israele sta costruendo attraverso la Cisgiordania e l'area di Gerusalemme. La nuova legge, insieme al Muro - e alle misure amministrative ad esso legate – hanno già causato, letteralmente, la spaccatura di abitazioni. Prima della recente legge, ora confermata dalla Corte, vi era per lo meno una "procedura", un "processo" in atto, in cui i coniugi e i genitori palestinesi potevano "dimostrare"– nel corso di diversi anni – di non rappresentare una minaccia per la sicurezza dello Stato e che il matrimonio non era fittizio.

Ora persino questa speranza è stata rimossa duramente. Le famiglie si spaccheranno, mogli e madri saranno allontanate dai mariti dai figli, mariti e padri dovranno abbandonare le donne che amano e i bambini di cui si prendono cura. È una tragedia di vasta scala. Si stima che a soffrirne saranno decine di migliaia di persone.

È difficile negare la fondamentale logica del rifiuto di accettare nazionalità nemiche nei propri confini. Dietro vi sono concrete considerazioni legate alla sicurezza. Ma è anche difficile capire come questa legislazione possa di fatto essere retroattiva – specialmente se combinata con il Muro e la Chiusura (la totale esclusione del "nemico" palestinese da Israele) e perché non si prevede un  "processo" per esaminare casi singoli e vedere se ognuno di essi sia una reale minaccia alla sicurezza.

L'unico raggio di luce - dicono attivisti per i diritti umani - è che la Corte è stranamente divisa: 5 giudici contro 6 hanno votato per l'incostituzionalità della legge e almeno uno di questi 6 ha accennato alla possibilità di poter cambiare il suo voto se la questione verrà risollevata (come sicuramente avverrà). Il presidente della Corte Suprema, giudice Aharon Barak, ha votato contro.

Mentre l'argomento sicurezza sembra essere l'arma più forte del governo per difendere la legge, il caso evidenzia una latente tendenza alla xenofobia; molti sostenitori della legge hanno apertamente invocato il loro proposito di escludere, il più possibile, i non-ebrei dalla Terra d'Israele. Posizioni di questo tipo sono presenti in modo particolare nei partiti fondamentalisti di religiosi ebraici e anche nel secondo più grande partito d'opposizione, l'Israel Our Home, guidato dall'estremista di destra Avigdor Liebermann. Un'ondata di xenofobia in anni recenti ha già portato la polizia ad una massiccia "caccia all'uomo" degli immigrati non-ebrei "illegali"; questi venivano rimandati nei loro "Paesi d'origine" anche se da tempo non vi vivevano più, e i loro figli ormai parlavano ebraico. Molte di queste famiglie di immigrati erano cattoliche, dalle Filippine, i cui membri erano buoni lavoratori, rispettosi della legge e pacifici; in nessun modo potevano ritenersi una "minaccia alla sicurezza nazionale".

In ultimo, questa xenofobia è stata anche responsabile della grave crisi nelle relazioni con la Chiesa cattolica di un paio di anni fa, quando il governo ha semplicemente interrotto la concessione o il rinnovo di ogni visto ai sacerdoti e religiosi cattolici. Se, dietro enormi pressioni internazionali, quella politica non fosse stata modificata, la Chiesa sarebbe presto rimasta senza preti o religiosi nei luoghi sacri. Quelli, invece, già presenti fisicamente nel Paese rischiavano di essere incarcerati per non possedere un permesso valido.

Visti e permessi di residenza del personale di Chiesa sono stati per anni nell'agenda della Commissione bilaterale permanente di lavoro fra la Santa Sede e lo Stato d'Israele. Ad ogni modo, è probabile che le due delegazioni saranno in grado di riprendere l'argomento prima di terminare i negoziati in corso sull'Accordo per confermare lo status fiscale della Chiesa e per la salvaguardia delle sue proprietà, in particolare i luoghi sacri.

I colloqui vanno avanti da più di 7 anni, senza risultati. Di recente Israele ha posticipato l'incontro previsto per il 17-18 maggio; per ora non è stata scelta una nuova data.

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