14/07/2014, 00.00
ISRAELE - PALESTINA
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Israele, il rombo dei cannoni ha zittito la pietà. Persino per un ragazzo bruciato vivo

di Uri Avnery
Mentre risuonano le sirene di allarme su Gerusalemme e Tel Aviv e la vita a Gaza è divenuta un inferno di fuoco, il vero crimine è aver scordato la pietà e l'indignazione per omicidi atroci e razzismo dilagante. È quanto afferma Uri Avnery, giornalista israeliano, scrittore e leader di Gush Shalom (Blocco di pace), organizzazione indipendente che sostiene una soluzione pacifica all'annoso conflitto tra Israele e Palestina, e la creazione di uno Stato palestinese entro i confini del 1967. Di seguito, pubblichiamo un editoriale di Uri Avnery sulla nuova crisi che infiamma il Medio Oriente. Traduzione a cura di AsiaNews.

Tel Aviv (AsiaNews) - Le bombe piovono su Gaza e i razzi sulla parte meridionale di Israele, la gente muore e le case vengono distrutte. Ancora. Ancora senza alcuno scopo. Ancora con la certezza che, dopo che tutto questo finirà, tutto sarà di nuovo essenzialmente come era prima. Ma per me è difficile sentire le sirene che avvertono dell'arrivo dei razzi su Tel Aviv. Non posso allontanare i miei pensieri dalle orribili cose che sono avvenute a Gerusalemme.

Se un gruppo di neo-nazisti avesse rapito un giovane 16enne dal distretto ebraico di Londra nel cuore della notte, lo avesse portato ad Hyde Park, picchiato, costretto a bere gasolio, ricoperto dello stesso liquido e poi gli avesse dato fuoco - cosa sarebbe avvenuto? La Gran Bretagna non sarebbe esplosa in una tempesta di rabbia e disgusto? Il primo ministro non si sarebbe precipitato nella casa della famiglia del ragazzo, per scusarsi a nome dell'intera nazione? La leadership di questa banda neo-nazista, i loro sostenitori e i loro apologeti non sarebbero stati messi ai margini e condannati? Forse in Gran Bretagna. Forse in Germania. Ma non qui.

Questa abominevole tragedia è avvenuta a Gerusalemme. Un ragazzo palestinese è stato rapito e bruciato vivo. Nessun crimine razzista avvenuto in Israele si è mai neanche avvicinato a quanto è avvenuto. Bruciare viva una persona è un abominio ovunque. E in uno Stato che si proclama "ebraico" è un fatto ancora peggiore. Nella storia ebraica, solo un capitolo si avvicina a quello dell'Olocausto: l'inquisizione spagnola. Questa istituzione cattolica ha torturato e bruciato vivi gli ebrei. Tempo dopo, cose del genere sono avvenute a volte nel pogrom russi. Neanche il nemico più fanatico di Israele avrebbe mai potuto immaginare un crimine simile qui. Almeno fino ad ora.

Secondo la legge israeliana Gerusalemme Est non è un territorio occupato, è parte dello Stato e rientra nella sua sovranità. La catena degli eventi è stata questa: due palestinesi, sembra agendo da soli, hanno rapito tre adolescenti israeliani che stavano cercando di fare l'autostop da un insediamento nei pressi di Hebron. L'obiettivo era con ogni probabilità quello di farne degli ostaggi per ottenere il rilascio di prigionieri palestinesi.

Il piano è andato a rotoli quando uno dei tre è riuscito a chiamare il numero di emergenza della polizia israeliana dal suo telefono cellulare. I rapitori, convinti che la polizia sarebbe arrivata presto sulle loro tracce, sono entrati nel panico e hanno sparato ai tre ragazzi. Hanno gettato i loro corpi in un campo e sono fuggiti. (Va detto che la polizia ha lavorato male e ha lanciato le ricerche dei tre ragazzi soltanto la mattina dopo). Tutta Israele si è sollevata. Per tre settimane migliaia di soldati sono stati impegnati nelle ricerche dei tre, perlustrando migliaia di edifici, campi coltivati e cave.

Lo sdegno pubblico era di certo giustificato. Ma presto esso è degenerato in un'orgia di incitamenti razzisti, che si sono intensificati giorno dopo giorno. Giornali, stazioni radio e network televisivi si sono lanciati in una competizione reciproca basata su diatribe razziste, ripetendo la linea ufficiale fino alla nausea e aggiungendo ad essa i propri nauseanti commenti: ogni giorno, ogni minuto. Il servizio di sicurezza dell'Autorità palestinese, che ha collaborato a tutto campo con il servizio di sicurezza israeliano, ha ottenuto il risultato migliore identificando molto presto due dei rapitori (identificati ma non presi).

Il presidente dell'Autorità palestinese, Mahmoud Abbas, si è alzato durante un incontro delle nazioni arabe e ha condannato in maniera inequivocabile il rapimento, venendo definito da molti dei suoi un "Quisling arabo" [nome del presidente danese fantoccio durante il nazismo, comunemente usato per definire un collaborazionista - ndt]. I leader israeliani, dall'altra parte, lo hanno definito un ipocrita.

I maggiori leader politici israeliani hanno lanciato una salva di affermazioni che, in qualunque altro posto, sarebbero state definite come fasciste. Ecco una piccola selezione: Danny Danon, vice ministro della Difesa: "Se fosse stato rapito un ragazzo russo, Putin avrebbe abbattuto un villaggio dopo l'altro"; Ayala Shaked,  leader della fazione Jewish Home (parte della coalizione al governo): "Con un popolo che annovera fra i propri eroi degli assassini di ragazzi dobbiamo agire di conseguenza"; Noam Perl, presidente mondiale di Bnei Akiva (movimento giovanile dei coloni): "Una nazione intera e migliaia di anni di storia chiedono solo vendetta!"; Uri Banker, ex segretario di Uri Ariel, ministro delle Abitazioni e costruttore degli insediamenti: "Questo è il momento giusto. Quando vengono colpiti i nostri bambini dobbiamo avanzare senza indugi o limiti, smantellando l'Autorità palestinese, annettendo la Giudea e la Samaria (la Cisgiordania), fucilando i prigionieri condannati per omicidio e condannando all'esilio i familiari dei terroristi"; e infine Benjamin Netanyahu, parlando dell'intero popolo palestinese: "Non sono come noi. Noi santifichiamo la vita, loro santificano la morte!".

Quando i corpi dei tre ragazzi sono stati trovati da alcune guide turistiche, il coro dell'odio ha raggiunto un nuovo crescendo. I soldati hanno postato su internet migliaia di messaggi chiedendo "vendetta", i politici li hanno incitati, i media hanno aggiunto benzina sul fuoco e gruppi di persone si sono riuniti in varie parti di Gerusalemme pronti per cacciare i lavoratori arabi e linciarli. A parte poche voci solitarie, tutta Israele è sembrata divenire una grande rissa da stadio, al coro di "Morte agli arabi!". Qualcuno può immaginare una folla europea o americana che grida, oggi, "Morte agli ebrei!"?

Le sei persone arrestate fino a oggi per l'uccisione bestiale del ragazzo arabo venivano dritte da una di queste dimostrazioni. Come prima cosa, hanno cercato di rapire un bambino di 9 anni dallo stesso distretto arabo, quello di Shuafat. Uno di loro ha preso il bambino dalla strada e lo ha trascinato verso la propria macchina, cercando di tappargli la bocca. Per fortuna il bambino è riuscito a urlare "Mamma!", e la donna ha iniziato a colpire i rapitori con il suo telefonino. Loro sono entrati nel panico e sono fuggiti. I segni sul collo del bambino sono rimasti visibili per diversi giorni.

Il giorno dopo il gruppo è ritornato, ha preso Muhammad Abu-Khdair (un ragazzo di 16 anni con un bel sorriso), gli hanno versato gasolio in bocca e lo hanno bruciato. E come se non fosse abbastanza, le guardie di confine hanno preso suo cugino durante una manifestazione di protesta, lo hanno gettato a terra e hanno iniziato a prenderlo a calci in testa e in faccia. Il ragazzo, sfigurato, è stato arrestato; i poliziotti no.

In un primo momento, il modo atroce in cui Muhammad è stato ucciso non è stato neanche menzionato. Il fatto è stato divulgato da un patologo arabo che era presente all'autopsia ufficiale. Molti giornali israeliani hanno parlato del fatto in poche parole, nascoste nelle pagine interne. Molti canali televisivi non ne hanno proprio parlato.

In Israele, gli arabi si sono rivoltati come non facevano da molti anni. Per diversi giorni si sono verificate dimostrazioni violente per tutto il Paese. Allo stesso tempo, la linea di confine sulla Striscia di Gaza è esplosa in una nuova orgia di razzi e bombardamenti aerei che aveva già un nome: "Solid Cliff" (la propaganda dell'esercito ha inventato un altro nome in inglese). La nuova dittatura egiziana sta collaborando con l'esercito israeliano per soffocare la Striscia.

I nomi dei sei sospettati per questo rogo - diversi hanno già confessato l'orribile atto - sono ancora tenuti nascosti. Ma rapporti non ufficiali sostengono che appartengono alla comunità ortodossa. Apparentemente questa comunità, per tradizione anti-sionista e moderata, ha generato una prole neo-nazista che supera persino i loro avversari religiosi-sionisti. Terribile come l'atto in sé, dal mio punto di vista è stata la reazione pubblica. Perché non si è palesata.

È vero, alcune sporadiche voci si sono sentite. E molti cittadini ordinari hanno espresso il proprio disgusto in conversazioni private. Ma l'oltraggio pubblico alla morale che ci si sarebbe potuti aspettare non si è materializzato. È stato fatto di tutto per minimizzare "l'incidente", prevenire la sua pubblicazione all'estero e persino all'interno di Israele. Pochi leader governativi e qualche altro politico hanno condannato quell'orrore con frasi di routine, destinate al consumo estero. La Coppa del mondo di calcio ha scatenato molto più interesse. Persino nel campo della sinistra questa atrocità è stata trattata come un altro dei tanti problemi dell'occupazione. Dove sono il dolore, la ribellione morale della nazione, la decisione unanime di combattere il razzismo che rende possibili queste atrocità?

Il nuovo divampare di violenze all'interno e nei dintorni della Striscia di Gaza ha cancellato del tutto l'atrocità. Le sirene suonano a Gerusalemme e nella città settentrionale di Tel Aviv. I missili lanciati contro i centri abitati di Israele sono stati intercettati con successo (per ora) dalla contraerea. Ma centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini stanno correndo nei rifugi. Dall'altro lato, centinaia di sortite dell'aviazione israeliana hanno trasformato la vita nella Striscia di Gaza in un inferno.

Quando i cannoni tuonano, le muse tacciono. E lo stesso accade alla pietà per un ragazzo bruciato a morte.

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