17/01/2023, 12.43
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Israele, la riforma della giustizia e l’inizio della fine del Terzo Tempio

di Dario Salvi

Almeno 80mila persone sono scese in piazza per manifestare contro la legge voluta dal ministro Levin e dal premier. Per avvocati, magistrati e critici è un “golpe” politico. I sostenitori parlano di semplice revisione per riequilibrare i poteri. Sullo sfondo i processi per corruzione e frode di Netanyahu. Il difficile tentativo di mediazione del presidente Herzog. 

Milano (AsiaNews) - Un “cambio di regime”. Un “golpe” a livello politico. Una semplice “riforma”. E ancora, un piano che se attuato trasformerà Israele in una nazione “senza magistratura indipendente” e con un governo libero di agire “in modo arbitrario”. Sono solo alcune delle definizioni associate alla riforma della giustizia anticipata dal premier Benjamin Netanyahu e firmata dal ministro Yariv Levin, fra le priorità del nuovo esecutivo in carica da qualche settimana.

Contro il quale si è registrata una vera e propria alzata di scudi da parte di ex magistrati, avvocati e rappresentanti del potere giudiziario, cui si è unita una parte consistente della società civile. Prova ne è la manifestazione di protesta che si è tenuta nel fine settimana scorso e ha visto marciare almeno 80mila cittadini in diverse zone del Paese. Una donna fra le tante scese in piazza a Tel Aviv, interpellata dalla Bbc, raccontava di essere una seconda generazione di sopravvissute all’Olocausto. “I miei genitori - ricorda - sono emigrati da regimi non democratici per vivere in una democrazia. Provenivano da un regime totalitario, per vivere in modo libero. E vederlo distruggere, fa spezzare il cuore”. Assieme ad altre manifestanti ha concluso dicendo di temere “cambiamenti radicali” col ritorno al potere di Netanyahu, ma non credeva sarebbero avvenuti “così in fretta”. 

Una riforma controversa

Il nuovo piano di riforma della giustizia ha ricevuto gli appellativi più svariati. Aharon Barak, autorevole ex presidente della Corte suprema non certo avvezzo all’uso di toni drammatici, ha paragonato il disegno di legge “all’inizio della fine del terzo Tempio”. Una espressione profetica per descrivere nientemeno che l’estinzione di Israele che, da sola democrazia in Medio oriente - come amava definirsi - rischia di trasformarsi in una “democrazia autoritaria”. Questo, almeno, è lo scenario migliore secondo l’ex procuratore generale Michael Ben-Yair, per il quale non è esclusa una deriva assai peggiore che finirebbe per sfociare in una “dittatura di una maggioranza parlamentare casuale”. Uno scenario da incubo caratterizzato dalla fine dell’indipendenza della magistratura, un aumento della corruzione, la pietra tombale sui diritti delle minoranze e una perdita generale di credibilità del sistema Paese, tanto da spingere i partiti di opposizione a una mobilitazione generale per “salvare la democrazia”. 

Ma cosa prevede la riforma? Secondo quanto ha annunciato il ministro della Giustizia Yariv Levin, in primis una maggioranza semplice alla Knesset (il Parlamento israeliano) avrà il potere di annullare le sentenze della Corte suprema. Ciò consentirebbe al governo di approvare leggi senza il timore che siano cassate dai supremi giudici. I politici avrebbero poi maggiore influenza sulla nomina dei giudici, perché la maggioranza dei membri del comitato di selezione sarebbe diretta emanazione dell’esecutivo. Inoltre, sarebbe più facile legiferare a favore degli insediamenti e degli avamposti ebraici in Cisgiordania, senza una possibile bocciatura come avvenuto in passato quando i giudici hanno fatto anche da scudo alle critiche internazionali contro le politiche espansioniste. A rischio il complesso, quanto delicato sistema di controlli ed equilibri fra poteri, ivi compresa l’indipendenza della magistratura che risulterebbe più debole rispetto all’esecutivo. Esempio ne è il cambiamento proposto alla Commissione che nomina i giudici: ad oggi la coalizione di governo ha tre seggi nel comitato di nove membri. Il nuovo piano ne concederà cinque, dando di fatto una chiara prevalenza. A questo si aggiunge il sospetto che la riforma possa servire anche da scudo al premier Netanyahu per proteggersi dai processi per corruzione, frode e intralcio alla giustizia nei quali è imputato e in cui si dichiara innocente e vittima di complotto. 

Vi è poi la perdita di potere della stessa Corte suprema nei confronti della Knesset. Oggi i supremi giudici possono bocciare leggi dell’esecutivo e approvate dal Parlamento, se contraddicono le 13 norme base di Israele (che dovrebbero essere le fondamenta della futura Costituzione di un Paese che ancora ne è privo) e che vanno dalla dignità umana ai diritti civili. Il progetto di riforma voluto da Levin prevede una “clausola di annullamento” che permette ai deputati di reintrodurre una norma bocciata dalla Corte suprema con una maggioranza di 61 (sul totale di 120). Nonostante le critiche di magistrati, avvocati, giudici e organizzazioni attiviste che parlano di “attacco frontale” al sistema giudiziario, il governo tira dritto e lo stesso Netanyahu difende il progetto: “Completeremo le leggi di riforma - ha detto durante una riunione di gabinetto - in modo da correggere ciò che deve essere corretto, tutelando i diritti individuali e ripristinando la fiducia dell’opinione pubblica nel sistema giudiziario con una riforma a lungo invocata”. 

Società polarizzata

Il tema della fiducia dei cittadini verso le istituzioni, dal potere esecutivo a quello giudiziario, è uno degli elementi attorno ai quali si polarizza lo scontro, che difficilmente potrà risolversi attraverso la mediazione delle parti. Un sondaggio diffuso nei giorni scorsi (ma effettuato a ottobre, prima del voto) mostra che il 58% degli israeliani è favorevole al diritto di cancellazione delle norme parlamentari da parte della Corte suprema, nel caso in cui siano in conflitto con i principi democratici. Uno studio intitolato Israeli Democracy Index, giunto alla 20ma edizione, mostra però che la fiducia nei giudici è crollata al 42% dopo essersi attestata per anni al 59,5%. Molto più bassa quella nel Parlamento, che è del 18,5% con un valore leggermente inferiore nella comunità araba. In un Paese che vira sempre più a destra, soprattutto fra i giovani, l’85% degli ebrei israeliani ripone fiducia nell’esercito (Idf), mentre solo l’8,5% crede nei partiti politici. In calo l’ottimismo verso il futuro (49% contro il 76% del 2012) e crolla la sensazione di sicurezza dal 76% del 2020 al 38% del 2022, così come è in declino l’appartenenza allo Stato e ai suoi problemi.

Naomi Chazan, ex vice presidente della Knesset e professoressa (emerita) di scienze politiche all’Università ebraica di Gerusalemme attacca: “Tutti i segnali oggi indicano che il nuovo governo sta facendo di tutto - consapevolmente e sistematicamente - per equiparare il bene comune a ciò che vuole” a partire dalla “sottomissione della magistratura (e in particolare dell’Alta Corte) ai dettami dell’esecutivo”. “Il nuovo governo - prosegue - crede di poter ripetere gli errori del passato e ignorare l‘esperienza di altri regimi, portando a risultati diversi. Questo è folle, arrogante e sbagliato”. In gioco, conclude, “vi è il destino stesso di Israele”. Le modifiche proposte hanno esposto in tutta la sua portata la polarizzazione della società, combattuta fra il preservare gli ideali liberali e democratici o allontanarsi da essi. Il presidente Isaac Herzog, che normalmente svolge un ruolo in gran parte simbolico e di garanzia, è intervenuto per cercare di colmare il divario fra le parti incontrando i vari leader politici e dicendosi pronto a lavorare per scongiurare “una crisi costituzionale dalla portata storica”. 

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