27/03/2021, 08.00
TURCHIA
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Istanbul: quattro ergastoli per l’omicidio di Hrant Dink, disappunto fra gli armeni

Condannati due ex capi della polizia e altri due ex alti funzionari del ministero degli Interni. Per la comunità armena la sentenza non ha reso giustizia alla vittima. Rsf: “Giustizia parziale” a 14 anni di distanza dalla morte. Gruppo Amici di Hrant Dink: ancora ignoti i meccanismi e i legami che hanno portato all’assassinio.

Istanbul (AsiaNews/Agenzie) - Un tribunale turco ha condannato ieri all’ergastolo quatto persone, due ex capi della polizia e altre due persone ai veri vertici della sicurezza, in relazione all’omicidio del giornalista di origine armena Hrant Dink. Per la minoranza locale è ancora viva la memoria del cronista ucciso davanti alla sede di Agos il 19 gennaio 2007 - processato due anni prima per aver scritto del genocidio e ucciso a sangue freddo con quattro colpi di pistola da un giovane - tanto da dedicargli di recente un centro giovanile a Istanbul. In relazione alla sentenza, la comunità armena in Turchia non nasconde il proprio disappunto perché non avrebbe reso giustizia alla vittima. 

Per il delitto sono stati condannati gli ex capi della polizia Ali Fuat Yilmazer e Ramazan Akyürek, insieme a due ex alti funzionari del ministero turco degli Interni, Yavuz Karakaya e Muharrem Demirkale. Vi era un totale di 27 imputati, alla sbarra per diversi reati fra i quali la mancata vigilanza finalizzata a prevenire l’assassinio. 

Tuttavia, gli altri imputati, fra i quali vi erano anche i massimi dirigenti della polizia di Istanbul e Trabzon, e accusati dalla famiglia della vittima di implicazioni nell’omicidio, sono stati prosciolti dai giudici “perché i reati loro ascritti sono andati in prescrizione”. Gli avvocati della famiglia del giornalista e direttore del settimanale bilingue turco e armeno avevano sottoposto alla Corte degli indizi che dimostravano il coinvolgimenti dei capi delle forze dell’ordine, che sarebbero stati avvertiti del piano finalizzato all’omicidio dell’allora 52enne Hrant Dink. A fronte dell’allarme, i massimi dirigenti non avrebbero fanno nulla per impedirlo lasciando mano libera all’assassino. 

All’epoca la sua morte aveva scosso le coscienze di molti cittadini e più di 100mila persone avevano partecipato alle sue esequie, riconoscendo l’opera di un cronista e intellettuale che aveva operato per la riconciliazione fra turchi e armeni. Tuttavia, i nazionalisti turchi non gli hanno mai perdonato le ripetute denunce del genocidio armeno del 1915, sempre negato con forza da Ankara.

Il suo assassino, Ogun Samast, 17enne disoccupato al momento dell’omicidio, ha confessato il crimine ed è stato condannato nel 2011 a 23 anni di galera. Difensori e attivisti pro diritti umani criticano il processo che si è concluso ieri e che non avrebbe fatto piena luce sulla vicenda. “Alcuni funzionari - afferma il rappresentante di Reporter senza frontiere (Rsf) in Turchia Erol Önderoglu - sono ancora a piede libero. Questa giustizia parziale resa dopo 14 anni lascia l’amaro in bocca”.

Bulent Aydin, del gruppo Amici di Hrant Dink, riferisce che “non si sa ancora con esattezza quali sono i meccanismi che hanno portato a pianificare e commettere il crimine”. Le autorità turche affermano che dietro l’assassinio vi sarebbe la rete del predicatore islamico Fethullah Gülen, nemico numero uno del presidente Recep Tayyip Erdogan dopo essere stato a lungo suo alleato, è ritenuto anche la mente del (fallito) golpe del luglio 2016. Durante la commemorazione dell’assassinio lo scorso gennaio la vedova del giornalista ha denunciato un tentativo di nascondere la responsabilità dello Stato.

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