09/03/2026, 12.00
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Italia espelle otto cinesi: spiavano i dissidenti per le 'stazioni di polizia' di Pechino

Dopo una lunga indagine Roma ha espulso otto cittadini cinesi accusati di sorvegliare e intimidire alcuni oppositori e dissidenti della diaspora. Il caso riporta l’attenzione sulle cosiddette “stazioni di polizia” cinesi all’estero, parte di una rete di repressione transnazionale attiva in diversi Paesi. 

Roma (AsiaNews) - Giovedì 5 febbraio l’Italia ha deciso di espellere otto cittadini cinesi accusati di spiare per Pechino oppositori e dissidenti loro connazionali. La notizia è stata data dal quotidiano italiano il Foglio, che spiega come la decisione sia stata presa in seguito a “un’intensa indagine”, della Digos e della procura di Torino, che hanno documentato l’operato della rete delle cosiddette “stazioni di polizia all’estero”. Tre cinesi sono stati immediatamente espulsi, mentre altri quattro avevano già lasciato il territorio italiano. Una donna sarebbe ancora in custodia cautelare in attesa di ricevere l’esito della propria domanda di asilo. 

Secondo Safeguard Defenders, associazione che si occupa dei diritti degli oppositori del regime, i cittadini espulsi avrebbero molestato e perseguitato un noto dissidente attivo online con il nome di Maestro Li. “Negli ultimi tre anni, io e il mio team abbiamo sostenuto con fermezza la libertà di stampa, documentando e diffondendo eventi sociali in Cina che sono censurati a livello nazionale”, ha commentato l’attivista. “Allo stesso tempo, abbiamo subito una prolungata repressione transnazionale da parte del governo cinese. Io, il mio team e le nostre famiglie abbiamo dovuto affrontare continue e generalizzate molestie, minacce e violazioni. Siamo rincuorati nel vedere il governo italiano intervenire contro la repressione cinese all'estero. Questo rappresenta non solo una forma di protezione per noi, ma anche la difesa dei principi democratici fondamentali e dello stato di diritto”.

Quello italiano non è un caso isolato. Da tempo è noto il fenomeno delle stazioni di polizia cinesi oltremare in diversi Paesi occidentali. Formalmente queste strutture vengono presentate come centri di assistenza amministrativa per la diaspora cinese, dove si può per esempio rinnovare i documenti, ma diverse indagini giornalistiche hanno svelato che in alcuni casi sono utilizzate anche per monitorare membri della diaspora critici verso il governo di Pechino.

Negli ultimi anni diversi governi hanno condotto indagini. Nel 2023 l’FBI statunitense aveva arrestato due persone accusate di aver gestito una di queste strutture a Manhattan all’interno di un’associazione della comunità cinese. Secondo l’accusa, l’ufficio operava per conto del dipartimento di sicurezza pubblica della città di Fuzhou raccogliendo informazioni su dissidenti residenti negli Stati Uniti. Anche in Canada la polizia federale ha avviato indagini su presunti centri simili nella provincia del Québec, mentre nei Paesi Bassi il governo ha ordinato la chiusura di due strutture dopo che un’inchiesta giornalistica aveva rivelato attività di sorveglianza sulla diaspora. Episodi analoghi sono stati segnalati anche in Irlanda, Germania e Spagna, dove le autorità hanno chiesto chiarimenti alle rappresentanze diplomatiche cinesi. Nel 2023 il Regno Unito aveva chiuso diverse “stazioni di polizia” definendo “estremamente preoccupanti” le loro attività. Nell’ottobre 2022 un manifestante del movimento pro-democrazia per Hong Kong venne trascinato e picchiato all’interno del consolato cinese a Manchester. La polizia britannica aprì un’indagine e in seguito sei funzionari cinesi lasciarono il Paese prima di poter essere interrogati; il governo britannico disse che la Cina li aveva “rimossi”.

Pechino ha sempre presentato queste operazioni come parte di più ampie campagne anticorruzione chiamate “Fox Hunt” e “Sky Net” e avviate a partire dal 2014. Secondo i dati ufficiali diffusi da Pechino, migliaia di persone sono state rimpatriate per questo motivo negli ultimi dieci anni. Tuttavia, le organizzazioni per i diritti umani sostengono che in alcuni casi il rimpatrio sarebbe avvenuto in seguito a pressioni, intimidazioni o procedure di espulsione accelerate, senza le garanzie previste dal diritto internazionale.

La Spagna, per esempio, è diventata uno dei pochi grandi Paesi europei disposti a collaborare con le richieste di estradizione avanzate da Pechino. Nel 2019 Madrid aveva autorizzato l’estradizione di 94 cittadini taiwanesi verso la Cina, accusati di far parte di una rete di truffe telefoniche. La decisione, presa sulla base del trattato di estradizione firmato tra i due Paesi nel 2005, aveva suscitato forti proteste da parte di organizzazioni per i diritti umani e del governo di Taiwan, che chiedeva che i sospetti venissero trasferiti sull’isola e non nella Repubblica popolare. Tuttavia, negli anni successivi la cooperazione tra Madrid e Pechino è proseguita. Secondo quanto riportato dal quotidiano El País, la Spagna è oggi l’unico grande Paese europeo che continua ad autorizzare estradizioni verso la Cina, nonostante le preoccupazioni espresse da diversi organismi internazionali sul rischio di tortura, trattamenti degradanti o processi non equi nel sistema giudiziario cinese. La Corte europea per i diritti dell’uomo aveva chiesto di valutare caso per caso se sussiste il rischio di tortura. Tra il 2023 e il 2024, il governo spagnolo ha autorizzato nove estradizioni e almeno una persona è già stata consegnata alle autorità cinesi.

Altri Paesi europei in anni recenti hanno rafforzato la cooperazione con Pechino. Nel 2024 la Serbia ha firmato un trattato di estradizione, parte di un più ampio rafforzamento delle relazioni strategiche con la Cina. L’accordo consente la consegna reciproca di persone ricercate dalle autorità giudiziarie, una decisione che ha suscitato critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani che temono possibili rimpatri di dissidenti o attivisti.

Un’evoluzione simile si sta verificando anche in Ungheria, dove il governo è guidato da Viktor Orbán. Budapest ha firmato un accordo che consente ad agenti di polizia cinesi di pattugliare alcune città in cui si concentrano i turisti e i residenti cinesi insieme alle forze dell’ordine ungheresi. Sebbene l’intesa sia stata presentata come uno strumento per migliorare la sicurezza e la cooperazione internazionale, diversi osservatori ritengono che si tratti di un’intesa per rafforzare il controllo di Pechino sulla diaspora cinese.

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