07/02/2012, 00.00
TIBET - CINA
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Karmapa Lama: Tibetani, non perdete la fiducia e preservate le vostre vite

di Ogyen Trinley Dorje, XVII Karmapa Lama
Il “numero 3” del buddismo tibetano scrive ai suoi fedeli: “Abbiate fiducia nel futuro, continuiamo a seguire il Dalai Lama”. Mentre in Tibet continuano le auto-immolazioni, Pechino sceglie il pugno di ferro: emanata un’ordinanza ai quadri comunisti locali, che devono “fare di tutto” per mantenere la stabilità sociale.
Dharamsala (AsiaNews) – Mentre la protesta tibetana contro la repressione cinese non accenna a diminuire, arrivano nuove notizie di auto-immolazioni e di proteste violente contro la dominazione han e la mancanza di libertà religiosa in Tibet. Tre manifestanti si sono uccisi nella contea di Draggo e altre decine risultano al momento “disperse” dopo gli arresti sommari operati dalle autorità contro le manifestazioni pacifiche.

Inoltre, il governo di Pechino ha ordinato ai dirigenti e ai quadri comunisti di stanza in Tibet di “fare di tutto per mantenere la stabilità sociale” in vista del Nuovo anno tibetano, che porta con sé il quarto anniversario delle proteste di Lhasa. Il Karmapa Lama, “numero 3” nella gerarchia del buddismo tibetano, invita i suoi fedeli a “mantenere la fiducia nel futuro” e a “preservare la propria vita anche davanti alle avversità”. Ma attacca la Cina “incapace di vedere la verità del Tibet”. Di seguito il testo integrale del messaggio inviato dal Karmapa Lama.


È appena arrivata la notizia che altri tre tibetani si sono dati fuoco in un unico giorno nella parte orientale del Tibet. Questa notizia giunge poco dopo quella di altri quattro tibetani che si sono immolati e di altri morti durante le dimostrazioni in Tibet avvenute a gennaio. Mentre la tensione sale, invece di mostrarsi preoccupato e di cercare di capire le cause della situazione, il governo cinese risponde con maggiore forza e oppressione. Ogni nuova notizia di una morte tibetana mi provoca immenso dolore e tristezza; e tre in un unico giorno è più di quanto il cuore possa sopportare. Io prego che questi sacrifici non siano stati vani, ma possano portare un cambiamento nella politica che possa portare sollievo ai nostri fratelli e sorelle tibetani.

Avendo ricevuto il nome di Karmapa, appartengo a una linea di reincarnazioni vecchia di 900 anni che ha storicamente sempre evitato ogni coinvolgimento politico, una tradizione che non ho intenzione di cambiare. Eppure, come tibetano, ho molta simpatia e affetto per il popolo tibetano e ho molti dubbi sul rimanere in silenzio mentre loro soffrono. Il loro benessere è la mia preoccupazione maggiore.

Le dimostrazioni e le auto-immolazioni dei tibetani sono un sintomo di profonda (eppure non riconosciuta) insoddisfazione. Se ai tibetani fosse data un’opportunità reale di condurre le proprie vite come vogliono, preservare il proprio linguaggio, religione e cultura, non dimostrerebbero mai e tanto meno sacrificherebbero le proprie vite.

Dal 1959, noi tibetani abbiamo subito perdite inimmaginabili eppure siamo riusciti a trovare il bene nelle avversità. Molti di noi hanno riscoperto la loro vera identità di tibetani. Abbiamo riscoperto un senso di unità nazionale fra le popolazioni delle tre province del Tibet. E siamo giunti alla valorizzazione di un leader unificatore, nella persona di Sua Santità il Dalai Lama. Questi fattori hanno fornito a noi tutti degli ampi spazi di speranza.

La Cina sostiene di aver portato sviluppo in Tibet, e quando vivevo lì la regione era confortevole da un punto di vista materiale. Eppure la prosperità e lo sviluppo non si sono riversati sui tibetani nei modi che loro considerano più importanti. Il comfort materiale conta poco se non c’è soddisfazione interna. I tibetani vivono con il sospetto costante che saranno costretti ad agire contro le loro coscienze e a denunciare Sua Santità il Dalai Lama.

Le autorità cinesi continuano a definire Sua Santità come un nemico. Hanno respinto i suoi sforzi ripetuti per trovare una soluzione pacifica e negoziata al problema sino-tibetano. Hanno allontanato la fede di cuore e la lealtà con cui il popolo tibetano in tutto il mondo onora il Dalai Lama. Ogni tibetano nato in Tibet, anche decenni dopo l’esilio di Sua Santità, lo considera ancora come la propria guida e rifugio non soltanto per la vita, ma anche per la vita dopo la vita. Di conseguenza, continuare a definire Sua Santità il Dalai Lama con termini ostili è un affronto che non va a beneficio di nessuno. Nei fatti, colpire al cuore della fede dei tibetani danneggia la possibilità di ottenere la fiducia del popolo. Questo modo di fare non è efficace e non è saggio.

Io chiedo alle autorità di Pechino di guardare al di là del velo di benessere che presentano i dirigenti locali. Riconoscendo il reale disagio che vivono i tibetani e assumendosi la piena responsabilità di cosa accade in Tibet, le autorità potrebbero mettere una vera base per costruire fiducia reciproca fra tibetani e cinesi. Invece di trattare questa questione come un caso di opposizione politica, sarebbe più efficace se le autorità iniziassero a trattarla come una questione di benessere umano di base.

In questi tempi difficili, io mi appello con forza ai tibetani in Tibet: rimanete sinceri con voi stessi, mantenete la vostra equanimità nonostante le difficoltà e concentratevi sul lungo periodo. Tenete sempre a mente che le vostre vite hanno un grande valore, come esseri umani e come tibetani.

Mentre si avvicina il Nuovo anno tibetano, prego affinché i tibetani, i nostri fratelli e sorelle cinesi e i nostri amici e sostenitori in India e in tutto il mondo possano trovare la felicità durevole e la vera pace. Possa il Nuovo anno aprire un’era di armonia, caratterizzata dall’amore e dal rispetto reciproco e per la terra, la nostra casa comune.
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