30/03/2026, 13.00
NEPAL
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Kathmandu, arrestato l’ex premier: un percorso politico ancora fragile

di Steve Suwannarat

L’arresto dell’ex primo ministro KP Sharma Oli e dell’ex ministro dell’Interno Ramesh Lekhak riapre il capitolo delle responsabilità per la repressione delle proteste di settembre guidate dalle Gen Z, in cui hanno perso la vita almeno 76 persone. Mentre il nuovo governo guidato da Balendra Shah avvia un piano di rilancio, nel Paese restano forti tensioni e timori per le limitazioni ai diritti civili.

Kathmandu (AsiaNews) – L’arresto, avvenuto sabato 28 marzo, dell’ex primo ministro KP Sharma Oli e dell’ex ministro dell’Interno Ramesh Lekhak segna una nuova fase nella profonda trasformazione della scena politica nepalese. Immediata la reazione del Partito marxista-leninista unificato, che ha chiesto il pieno rispetto dei diritti dei suoi due dirigenti e il loro rilascio.

Entrambi sono ritenuti responsabili della repressione delle proteste dell’8 e 9 settembre scorso. Le mobilitazioni, guidate dalla generazione Z, erano culminate in violenze causando la morte di 76 persone, tra cui almeno una ventina di giovani.

Nel corso dell’udienza che ha portato al provvedimento di arresto, i legali del governo hanno sostenuto la necessità della custodia cautelare per consentire il proseguimento delle indagini. Il Tribunale distrettuale di Kathmandu ha disposto cinque giorni di arresto preventivo (rispetto ai dieci richiesti dall’esecutivo) stabilendo che l’ex premier KP Sharma Oli, 74 anni, li possa scontare in ospedale dopo essersi di recente sottoposto a un trapianto di rene.

La decisione si basa sulle conclusioni della commissione d’inchiesta istituita dopo le proteste, secondo cui l’atteggiamento “sconsiderato e negligente” dei due ex ministri avrebbe contribuito alla brutalità della repressione da parte delle forze di sicurezza.

In un’operazione apparentemente non collegata agli arresti di sabato, la polizia ieri ha fermato anche l’ex ministro dell’Energia, delle Risorse idriche e dell’Agricoltura, Deepak Khadka, esponente del Partito del Congress nepalese, accusato di riciclaggio sulla base di diverse prove raccolte dagli investigatori.

Le elezioni dei 5 marzo hanno segnato un netto ridimensionamento dei due principali partiti tradizionali – il Partito marxista-leninista unificato e il Congress nepalese – protagonisti della vita politica del Paese dalla fine della monarchia nel 2008. Il voto ha favorito l’ascesa di nuove figure politiche, tra cui il premier Balendra Shah, leader del Rastriya Swatantra Party, che con 182 seggi su 275 domina oggi la Camera dei rappresentanti.

Nonostante il cambiamento ai vertici, però, la situazione nel Paese resta tesa. Proseguono le proteste, sia per chiedere la liberazione dei ministri arrestati sia per porre fine a quello che molti osservatori definiscono un sostanziale stato d’emergenza, che limita in modo significativo i diritti individuali.

Le conseguenze degli arresti e le prossime mosse del nuovo governo sono seguite con attenzione sia a livello interno sia internazionale. Nelle ultime ore l’esecutivo ha annunciato un piano di rilancio in 100 punti, basato in gran parte sul programma elettorale del partito di Shah, ma resta da vedere se riuscirà a stabilizzare il Paese mentre continuano a manifestarsi profonde tensioni politiche e sociali.

Foto: AP Tolang / Shutterstock.com

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