07/01/2026, 11.18
LIBANO - SIRIA
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L’allerta di Beirut per ‘cellule pro-Assad’ attive in territorio libanese

di Fady Noun

Informate da Damasco e da organi di stampa arabi e internazionali, le autorità libanesi raddoppiano gli sforzi in tema di vigilanza. Tuttavia, i “buchi” alla frontiera fra i due Paesi ostacolano la missione. Per l’Onu dalla caduta di Assad 69mila siriani, principalmente alawiti, sono fuggiti nel Paese dei cedri, anche se i dati sono parziali e difficili da verificare.

Beirut (AsiaNews) - Quanti siriani in condizioni di irregolarità rimangono in Libano? Le cifre al riguardo restano piuttosto vaghe, considerando il flusso migratorio in entrambe le direzioni che continua tra la Siria e il Paese dei cedri. Secondo Maroun Khawli, coordinatore generale della Campagna nazionale per il rimpatrio degli sfollati siriani, “nonostante l’aumento dei rimpatri, le reti di ingresso illegale dei siriani in Libano rimangono attive”. Secondo il responsabile interpellato da AsiaNews, i siriani continuano a tornare in Libano attraverso numerosi passaggi illegali lungo un confine ancora non delimitato, spesso trasportando merci e prodotti di contrabbando.

Dalla caduta del precedente regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024, l’Onu stima che 69mila siriani, in larga maggioranza alawiti in fuga dalle violenze, siano entrati in Libano. Ciononostante, il numero reale potrebbe essere molto più alto. Alcune fonti parlano di una quota che potrebbe raggiungere i 150mila ingressi illegali. Ci contro, più di 400mila rifugiati siriani, su un totale di 1,5 milioni entrati dal 2011, avrebbero fatto ritorno in Siria. Poiché il movimento della popolazione non avviene sempre attraverso i valichi di frontiera, il Libano e le organizzazioni internazionali sono costretti, in questo campo, a valutazioni empiriche e a cifre approssimative.

Motivi umanitari

Il ritorno illegale di migliaia di siriani nel Paese dei cedri è dovuto principalmente a motivi economici. Molti lo fanno perché non hanno trovato lavoro in Siria, né sono riusciti a riparare le loro case danneggiate o distrutte. Altri compiono regolarmente il viaggio dal Libano alla Siria per ricevere i sussidi concessi dall’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). Damasco chiude un occhio su questo “traffico” che le assicura entrate in valuta estera, ormai rare. Del resto, le autorità libanesi sanno che gli arrivi clandestini si verificano ogni volta che scoppiano disordini di natura confessionale nella nazione vicina, come è successo recentemente a Tartus, Latakia e Banias, città della costa siriana a maggioranza alawita, dove gruppi armati filo-Assad si erano infiltrati tra i manifestanti. In questi casi, l’esercito libanese decide di non intervenire per ragioni di carattere umanitario.  

Tuttavia, l’esercito e la Sicurezza Generale stanno ora dimostrando una maggiore vigilanza per identificare l’attività di ex ufficiali dell’esercito siriano ostili alla nuova leadership in Libano, protetti da Hezbollah e da altri gruppi pro-Assad. Questa maggiore vigilanza è dovuta agli allarmi provenienti da Damasco e alle informazioni diffuse dalla stampa. Tuttavia, le autorità libanesi hanno fatto capire alle loro controparti siriane che, in assenza di un reato in flagranza, non possono arrestare persone sul territorio libanese sulla base di semplici presunzioni. Al contempo, prima di qualsiasi arresto e a maggior ragione prima di qualsiasi estradizione, Damasco deve emettere mandati di cattura in buona e debita forma.

Detto questo, alcune settimane fa le emittenti Al-Jazeera e Cnn hanno riportato la notizia dell’esistenza in Libano di cellule sovversive di ufficiali siriani filo-Assad. Il network statunitense ha così diffuso, con immagini e registrazioni a sostegno, un’informazione che attesta la presenza a Beirut di un militare siriano, Bassam Hassan, che sarebbe coinvolto nella scomparsa del giornalista americano Austin Tice. L’uccisione di uno di questi ex ufficiali, Ghassan Naassan Al-Soukhni, trovato morto nella regione di Kfar Yassine (Monte Libano), è servita a dimostrare che questi ultimi hanno effettivamente trovato rifugio nel Paese dei cedri. L’alto militare in questione era noto per i suoi legami con Maher el-Assad, fratello del presidente deposto.

Inoltre, l’esercito ha arrestato dodici ex ufficiali siriani in possesso delle loro carte d’identità, che tentavano di attraversare clandestinamente il confine settentrionale del Libano verso la Siria. È emerso che questi ufficiali erano già comparsi davanti alle commissioni di sicurezza del nuovo regime siriano per regolarizzare la loro situazione. Sono stati consegnati ai servizi di sicurezza di Damasco, che li hanno accusati di voler istituire basi per attacchi contro le forze di sicurezza siriane nella regione di Tell Kalakh.

Hermel: il “complesso dell’imam Ali”

Infine, una quarta informazione presentata come prova dell’esistenza di “cellule sovversive” filo-Assad in Libano si è rivelata falsa. Ieri, infatti, l’esercito ha perquisito e ispezionato il “complesso dell’imam Ali” nell’Hermel (Beka’a settentrionale), che ospita famiglie prevalentemente sciite. Un comunicato dei militari ha successivamente indicato che non sono stati effettuati arresti, né sono state trovate armi sospette. Il campo ospiterebbe, per il 90%, sciiti naturalizzati libanesi fuggiti dal nuovo regime per paura di violenze da parte dei gruppi sunniti.

Tuttavia, le perquisizioni effettuate nel quartiere a maggioranza alawita di Baal Mohsen, a Tripoli, hanno portato al fermo di quattro persone e al sequestro di una grande quantità di armi, esplosivi e droga. Ciononostante, questo risultato è ben lungi dal giustificare l’allarmismo che ha colpito i media libanesi, soprattutto dopo la diffusione delle informazioni da parte di al-Jazeera. Essi dimostrano, invece, che l’incertezza che circonda la situazione e l’impossibilità di controllare totalmente i confini e la circolazione delle persone tra il Libano e la Siria sono malsane e che i due paesi devono rafforzare la loro cooperazione per risanare la situazione.

Questo risanamento deve iniziare con il rimpatrio in Siria di diverse centinaia di membri di Hay’at Tahrir el-Sham (Hts) oggi al potere e detenuti in Libano sulla base di semplici presunzioni, peraltro collegate ad alcuni fascicoli “fabbricati” da Hezbollah. Tuttavia, l’accordo su questo tema tarda a concretizzarsi, poiché i partiti libanesi subordinano il rilascio dei prigionieri all’ottenimento di informazioni sui libanesi rapiti dal regime deposto e dati da tempo per dispersi.

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