L'angoscia delle famiglie bangladesi per i parenti migranti nel Golfo in guerra
Le monarchie arabe del Golfo ospitano milioni di lavoratori asiatici che finora sono stati tra le principali vittime degli attacchi iraniani nella regione. In Bangladesh alcune famiglie non riescono a contattare i loro familiari, bloccati a causa delle continue cancellazioni dei voli, mentre i Paesi arabi cercano di estendere i visti e i regimi fiscali.
Dhaka (AsiaNews) - “Non riesco a contattare mio marito in Kuwait. Il 5 marzo c’è stato un attacco missilistico vicino al suo luogo di lavoro. Un operaio bengalese, Zahed Hossain, è stato ucciso. Siamo estremamente preoccupati”. Con queste parole Priyanti Rozario, donna cattolica del Bangladesh, ha espresso la paura che oggi accomuna molte famiglie bangladesi separate dai propri cari emigranti in Medio Oriente per lavoro.
Le monarchie arabe del Golfo che ospitano questi lavoratori continuano a essere scosse da ondate di violenza a causa dell’allargarsi del conflitto tra Israele e Stati Uniti e Iran. Missili e droni hanno finora colpito basi e infrastrutture in Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein e Iraq. Nonostante la propaganda degli influencer occidentali residenti in questi Paesi, i governi hanno chiesto alla popolazione di non uscire di casa, mentre i collegamenti aerei sono stati ridotti, lasciando i lavoratori migranti e le loro famiglie in una condizione di profonda incertezza. Per famiglie come quella di Priyanti Rozario, ogni giorno senza notizie accresce il timore che i propri cari, costretti a vivere in un’improvvisa situazione di guerra, possano non fare più ritorno a casa.
Il Bangladesh conta una delle più grandi comunità di migranti al mondo nel Golfo e in Medio Oriente. Si stima che circa cinque milioni di bangladesi lavorino in questi Paesi, soprattutto nei settori dell’edilizia, del lavoro domestico, dei trasporti e dell’industria. Secondo i dati ufficiali condivisi dalle monarchie, finora sette migranti bangladesi hanno perso la vita: uno in Bahrein, uno a Dubai, uno in Kuwait, uno in Iraq, e tre in Arabia Saudita.
Da settimane le famiglie rimaste in patria vivono nell’angoscia di una telefonata che potrebbe non arrivare mai. L’Eid al Fitr, la festa di fine Ramadan tradizionalmente tempo di gioia e ricongiungimento, quest’anno è segnata dall’ansia. Al momento nessun nuovo lavoratore può entrare nella regione, mentre chi desidera tornare a casa per l’Eid non riesce a viaggiare. Gli Emirati Arabi Uniti stanno proponendo di mantenere invariato il regime fiscale di coloro che hanno intenzione di lasciare il Paese per un periodo più lungo per poi fare ritorno.
Tuttavia dal 28 febbraio centinaia di voli sono stati cancellati. Quasi 40mila lavoratori non sono potuti partire per raggiungere i luoghi di lavoro, mettendo a rischio contratti e scadenze dei visti. Il 67% dei migranti bangladesi lavora in Arabia Saudita. I dati del Bureau of Manpower, Employment and Training (BMET) confermano la dipendenza dal Golfo: solo a gennaio sono emigrate 95.092 persone, di cui 65.410 verso l’Arabia Saudita, 5.912 in Qatar e 2.610 in Kuwait. A febbraio il numero è sceso a 65.629, mentre nei primi 17 giorni di marzo si è ulteriormente ridotto a 33.805.
Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti hanno prorogato di un mese i visti d’ingresso scaduti. Il ministero per il Welfare degli Espatriati e l’Occupazione all’Estero del Bangladesh ha diffuso istruzioni per gli altri lavoratori, che sono stati invitati a contattare il proprio datore di lavoro o richiedere il rinnovo dei documenti online, nonostante la situazione resti fortemente instabile.
Secondo le autorità del Golfo le attività lavorative non sono completamente paralizzate, anche se alcuni cantieri e siti produttivi sono stati temporaneamente chiusi. Le agenzie di reclutamento hanno già segnalato perdite economiche importanti, ma secondo alcuni esperti, se il conflitto dovesse protrarsi, ci sarebbero gravi conseguenze al mercato del lavoro. E se anche solo una parte - ad esempio un quinto - degli oltre cinque milioni di migranti fosse costretta a rientrare, il Bangladesh si troverebbe ad affrontare una crisi di reintegrazione senza precedenti.
03/12/2019 08:49
05/08/2019 08:56




