25/11/2022, 14.10
THAILANDIA
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L'autobomba a Narathiwat rialza la tensione con la minoranza islamica

di Steve Suwannarat

L'attentato ha provocato un morto e una trentina di feriti, nuovo atto di quel conflitto a bassa intensità che negli ultimi vent'anni ha provocato ben 7.300 vittime. I colloqui di pace tra governo e gruppi locali, ripresi nel 2013, non hanno prodotto risultati concreti. Sono il 4,5% i thailandesi musulmani presenti oltre che nel Sud anche a Bangkok e nelle grandi città. 

Bangkok (AsiaNews) - La devastante esplosione di un’autobomba che il 22 novembre ha semidistrutto una centrale di polizia nella città meridionale thailandese di Narathiwat - provocando la morte di un poliziotto e una trentina di feriti - mostra ancora una volta come persista la tensione nelle aree a forte presenza islamica al confine con la Malaysia. Una crisi che ha radici lontane ma è stata rinfocolata nell'ultimo ventennio da interessi in conflitto che la mantengono accesa a scapito della popolazione locale e di quella immigrata. L’attentato dei giorni scorsi è stato il secondo grave episodio del 2022, dopo che in agosto una serie di esplosioni coordinate in 17 diverse località era costata il ferimento di sette persone.

Dall’annessione nel 1909 all’allora Regno del Siam ma più ancora dal rafforzamento dell’azione di movimenti indipendentisti dagli anni Sessanta, il sud della Thailandia è interessato da un conflitto a bassa intensità che - dalla sua ripresa cruenta nel 2004, dopo due eventi che fecero decine di vittime tra giovani musulmani per azioni sconsiderate delle forze armate - ha provocato 7.300 morti. Se ovviamente le richieste di indipendenza o di maggiore autonomia e spirito identitario hanno un ruolo, lo scontro è esacerbato dalle autorità civili e militari di Bangkok, che continuano a mantenere un atteggiamento semi-coloniale verso le province di Narathiwat, Pattani, Songkhla e Yala che confinano o sono prossime al confine con la Malaysia.

Il 4,5% dei thailandesi musulmani - concentrati al Sud, ma con una presenza sensibile a Bangkok e in altre città del Centro-Nord - praticano un islam normalmente tollerante, non eccessivamente rigoroso sul piano dottrinale e pratico, che consente una sostanziale convivenza con le fedi diverse. Tuttavia lo stato di emergenza più volte applicato ha reso più difficili i rapporti tra la comunità musulmana e quella buddhista, maggioritaria nel Paese e in parte immigrata anche al Sud, con impieghi nei servizi pubblici, nell’esercito o nella polizia. I colloqui di pace tra governo e gruppi locali, ripresi nel 2013, non hanno finora dati risultati concreti; uno dei limiti - lamenta Bangkok - è la mancanza di un interlocutore chiaro e autorevole nella controparte.

In questa situazione di tensione, di scarso controllo se non per alcune aree e di difficoltà a far progredire economicamente la regione, le aree frontaliere, come pure le coste, restano aperte al contrabbando, all’immigrazione fuori dai canali ufficiali e alla tratta di esseri umani. Tutte attività aperte al contagio dell’islam radicale e jihadista che, qui come altrove nel Sud-Est asiatico, può trovare rifugio, spazi per operare e (sebbene in minoranza) attenzione per la propria propaganda.

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