27/12/2025, 08.08
MONDO RUSSO
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La Chiesa ortodossa russa contro Babbo Natale

di Stefano Caprio

Nonostante la differenza dei calendari che li porta a celebrare il Natale il 7 gennaio, i russi a Capodanno fin dai tempi sovietici celebrano l'arrivo del Ded Moroz, il “Nonno Gelo” che scende dalle sponde ghiacciate per rallegrare con i doni i bambini. Questa narrazione - dalle radici antiche nella cultura locale, ma troppo simile a quanto accade in Occidente - oggi è sempre più criticata dai predicatori ortodossi che invitano a "non confondere" i più piccoli.

Il Natale di Cristo viene festeggiato dalla Chiesa ortodossa russa il 7 gennaio, che corrisponde al 25 dicembre secondo il vecchio calendario “giuliano” introdotto nel 46 a.C. dall’imperatore Giulio Cesare. Esso venne corretto dal papa Gregorio XIII nel 1582, e il suo rifiuto da parte dei russi si lega all’istituzione del patriarcato di Mosca nel 1589, intendendo mostrare la propria fedeltà alle tradizioni rispetto alle “innovazioni” dei latini e diventando uno degli elementi più simbolici della contrapposizione tra Oriente e Occidente nelle pratiche religiose. Molte Chiese ortodosse hanno poi accettato il calendario “papale”, e dall’anno scorso anche l’Ucraina ha proclamato ufficialmente la data gregoriana come la festa natalizia di tutto il Paese, irritando ulteriormente i russi che lamentano la “persecuzione dei propri fedeli” da parte dell’odiato nemico che si è venduto agli occidentali.

Una conseguenza del Natale in gennaio per la Russia è stata l’esaltazione popolare del Capodanno, vissuto con tutta la tipica euforia del Natale occidentale, che i russi chiamano con disprezzo il Krizmas (Christmas), il trionfo del consumismo e del rilassamento dei consumi. Dall’evocazione dei riti pagani anche in Russia si festeggia però il 31 dicembre l’arrivo di Babbo Natale, non quello rosso spumeggiante sulla slitta con le renne, ma il Ded Moroz, il “Nonno Gelo” gradito anche al regime sovietico, vestito con abiti consunti di colore verde scuro, che scende dalle sponde ghiacciate dell’Artico insieme alla Sneguročka (Biancaneve) per rallegrare con i doni i bambini sparsi per lo sterminato territorio eurasiatico. A lui corrisponde anche la Baba Yaga, la Befana russa che non viene relegata a una data specifica, ma dopo l’inizio dell’anno nuovo giunge per scatenare gli Svjatki, i “giorni santi” in cui s’indossano maschere per due settimane, il vero carnevale russo popolare.

Negli anni Novanta, ormai liberi dalle limitazioni dell’ateismo di Stato sovietico, la Russia ha riscoperto la religione e le antiche tradizioni, e allo stesso tempo è stata “invasa” dagli usi e costumi occidentali, compresi gli eccessi del Christmas e delle sue propagande pubblicitarie. Con l’avvento del sovranismo putiniano, le feste natalizie “gregoriane” vengono sempre più vituperate, lasciando alle minoranze cattoliche e protestanti l’incombenza di celebrare in giorni feriali, quando il presidente, il governo e la Chiesa ortodossa organizzano ogni tipo di impegno che aiuti a dimenticare la sintonia con il resto del mondo. E da quest’anno sembra che anche il Ded Moroz russo susciti reazioni di repulsione, come nella condanna della “ondata di passioni di Capodanno” da parte di uno dei parroci più autorevoli di Mosca, il protoierej Feodor Borodin della chiesa dei santi Cosma e Damiano, una chiesa dove fino a poco tempo fa si radunavano i fedeli più ecumenici dell’ortodossia russa al centro della capitale, eredi del grande “padre spirituale del dissenso”, padre Aleksandr Men, ucciso in circostanze mai del tutto chiarite nel 1990.

Padre Feodor ha definito “inaccettabile per un cristiano” la credenza nell’arrivo di Babbo Natale, che risulta in realtà “un inganno incompatibile con la fede in Gesù Cristo”. Il suo intervento è stato subito appoggiato da molti alti esponenti del clero patriarcale, come il padre Vjačeslav Kljuev, presidente del Comitato panrusso dei genitori ortodossi, secondo cui “raccontare di Babbo Natale ai propri bambini è un peccato grave e un inganno deliberato”, perché in questo modo “il genitore crea un mondo immaginario, un mondo fantastico, che prima o poi verrà dissipato”. La storia di Ded Moroz è una “quasi-religione” che veniva apposta alimentata ai tempi sovietici dal sistema ateista, per cancellare ogni traccia del cristianesimo, istillando “la fede nell’inesistenza di Dio”. Un altro sacerdote dell’eparchia di Ivanovo nella Russia centrale, lo ieromonaco Makarij (Markiš), ha invitato a “distinguere chiaramente nella mente dei bambini questo nonno con la barba da San Nicola il Taumaturgo”, il patrono della Russia tanto amato e che ha dato origine alle leggende natalizie.

Queste dichiarazioni sono poi state confermate da un rappresentante ufficiale delle strutture patriarcali, il vice-presidente del dipartimento per le relazioni tra la Chiesa e la società Vakhtang Kipšidze, che ha proposto di “ricoverare in manicomio quelli che parlano con Babbo Natale”, impegnandosi a “disincantare” il mito dell’anno nuovo, asfaltando tutte le “metafore, le false immagini e i simboli inappropriati”. In questo modo si impone di razionalizzare la fede, e di “non ritornare alle condizioni dell’uomo primitivo”. Tempo fa, l’allora vice-patriarca e metropolita Ilarion (Alfeev), ora in esilio nelle terme della Repubblica Ceca, aveva proposto di trovare delle modalità di compensazione per rendere “accettabile a livello ecclesiale” la figura di Babbo Natale, definendolo “una figura esaltata nel periodo sovietico come Ded Moroz, ma che discende dalla storia di san Nicola di Myra”. A inizio degli anni Duemila, il potente sindaco di Mosca Jurij Lužkov aveva identificato come luogo di residenza del Babbo Natale russo la cittadina estrema settentrionale di Velikij Ustjug, e l’arcivescovo ortodosso di Vologda Maksimilian (Lazarenko) aveva addirittura proposto di battezzare simbolicamente l’eroe delle favole invernali, ciò che gli fu impossibile da realizzare, a causa della sua pronta rimozione dalla cattedra episcopale in seguito alle sue dichiarazioni.

L’astio ortodosso nei confronti di Babbo Natale sta suscitando reazioni piuttosto confuse nel pubblico della Russia, dove si insiste ossessivamente sull’importanza dei “valori tradizionali”, escludendo da essi una figura tanto amata come il Ded Moroz e tutta la mitologia a lui collegata, che anche in Russia discende da narrazioni molto antiche. Come si chiede Aleksandr Soldatov, corrispondente di Novaja Gazeta, questo potrebbe portare a definire i “credenti in Babbo Natale” membri di una “organizzazione terroristica”, come già avvenuto per la setta dei satanisti.

Nelle cronache e nel folklore russo non vi è alcuna chiara indicazione di una connessione tra il ciclo di festività attorno al solstizio d'inverno con Nonno Gelo o Sneguročka. Riti di Capodanno simili a quelli odierni iniziarono ad affermarsi solo sotto Pietro il Grande, con lo spostamento del Capodanno al 1° gennaio del 1699, "seguendo l'esempio delle nazioni cristiane". Un decreto reale prescriveva anche di decorare le case con rami di pino per Natale, ma questa usanza tardò ad affermarsi su larga scala. Fu solo a metà del XIX secolo che i simboli del Capodanno russo presero forma. Così, grazie agli sforzi del collezionista di fiabe russo Aleksandr Afanasev e del poeta Nikolaj Nekrasov, lo spirito malvagio Morozko fu trasformato nel buono Moroz. Gli studiosi del folklore moderno individuano parallelismi tra il Morozko slavo orientale (noto anche come Morok, Studenets o Zyuzya) e la divinità unna Yerlu, che discese sulla terra la notte di Capodanno. Morozko-Morok portò forti gelate che distrussero i raccolti invernali, quindi dovette essere placato con frittelle e focacce.

Un altro prototipo folcloristico del Ded Moroz è anch'esso un personaggio piuttosto cupo: il Ded è un antenato che torna a casa sotto forma di spirito o fantasma durante gli Svjatki. Anche questo Nonno aveva bisogno di cibo rituale e, se gli piaceva, proteggeva la casa; altrimenti, mandava disastri. Forse la prima interpretazione positiva di questa immagine fu offerta negli anni Quaranta dell'Ottocento dallo scrittore Vladimir Odoevskij, nella sua fiaba per bambini "Nonno Gelo". I bambini si recavano nella sua capanna nella foresta per invocare l'arrivo della primavera. Nel periodo sovietico durante gli anni staliniani apparve quindi un tentativo di appropriazione di queste favole, in seguito a un articolo del 1935 di Pavel Postyšev, allora vice-segretario del Comitato Centrale del Pcus, in cui si invitava a “organizzare per l’anno nuovo una bella festa per i nostri bambini”. Sugli alberi di Natale cominciò ad apparire l’immagine di “Nonno Lenin”, e il culto della personalità di Stalin venne accostata anche al buon Ded che porta i regali, in un rituale sovietico celebrato perfino alla Casa dei Soviet nel Cremlino, mettendo al centro una solenne figura di Babbo Natale molto simile al dittatore georgiano.

Ora il Ded Moroz tanto deprecato dagli ortodossi non ha più nulla a che fare con le celebrazioni presidenziali putiniane, che non ha voluto riprendere le simbologie folcloristiche per evitare eccessive confusioni. Il Babbo è tornato nelle terre del grande nord, assumendo dimensioni trascendentali che fanno infuriare il patriarca Kirill e i suoi collaboratori, che quando arriva il vero Natale ortodosso si sentono messi sempre più in secondo piano, per colpa di quel maledetto calendario dell’imperatore romano.

 

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