10/01/2026, 12.44
CINA-COREA DEL SUD
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La difficile partita di Lee tra Cina, Giappone e Stati Uniti

di Andrea Ferrario

Il viaggio in Cina del presidente sudcoreano ha segnato un significativo riavvicinamento diplomatico tra Seoul e Pechino dopo anni di gelo, ma lascia irrisolte questioni strategiche di fondo. Nonostante i tentativi di coinvolgimento sul dossier Pyongyang il governo cinese evita ogni riferimento alla denuclearizzazione. Gli accordi economici firmati dai conglomerati coresani su terre rare e minerali strategici

Milano (AsiaNews) - La visita di stato del presidente sudcoreano Lee Jae-myung a Pechino, svoltasi tra il 4 e il 7 gennaio, è la prima di tale livello dal 2017. Il viaggio assume un rilievo ulteriore se si considera che l’incontro di 90 minuti con Xi Jinping è stato il secondo vertice tra i due leader in appena due mesi, dopo quello a margine del forum APEC di Gyeongju dello scorso novembre. Lee ha definito il 2026 come "l’anno del pieno ripristino delle relazioni Seoul-Pechino", sottolineando la volontà di trasformare il riavvicinamento in una tendenza stabile e duratura. La visita indica un netto cambio di rotta rispetto alla linea del suo predecessore Yoon Suk-yeol, che aveva privilegiato l’allineamento con Washington. Accompagnato dai vertici dei principali conglomerati sudcoreani, tra cui Samsung e LG, Lee ha inoltre firmato numerosi memorandum d’intesa nei settori dell’innovazione scientifica e tecnologica, dell’ambiente, dei trasporti e della cooperazione economica.

Xi Jinping ha incentrato in buona parte la propria retorica sul richiamo alla storia condivisa. Il presidente cinese ha ricordato come, oltre ottant’anni fa, Cina e Corea del Sud abbiano sopportato enormi sacrifici nella lotta contro il militarismo giapponese, sostenendo che oggi i due Paesi dovrebbero cooperare per difendere i frutti della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale e preservare la pace e la stabilità nel Nordest asiatico. Lee ha risposto sulla stessa linea, affermando che i due Paesi hanno combattuto fianco a fianco contro l’aggressione militarista giapponese e lodando gli sforzi della Cina nel preservare i siti storici legati al movimento indipendentista coreano. Questa insistenza sulla memoria storica comune mette in luce la strategia di Pechino volta a creare un cuneo tra Corea del Sud e Giappone, una dinamica che Seoul si è astenuta dal contrastare anche se nei prossimi giorni il presidente sudcoreano è atteso proprio a Tokyo.

Mentre Lee veniva accolto con tutti gli onori, accompagnato da una delegazione di circa quattrocento imprenditori, centinaia di dirigenti giapponesi erano costretti a rinviare i propri viaggi in Cina a causa delle forti tensioni tra Tokyo e Pechino. Il giorno successivo al summit con Lee, Pechino ha inoltre annunciato nuovi controlli alle esportazioni nei confronti del Giappone. In questo contesto si inserisce l’esortazione di Xi a Lee a "stare fermamente dalla parte giusta della storia" e a "compiere le scelte strategiche corrette", un messaggio carico di implicazioni alla luce delle crescenti tensioni tra la Cina e il Giappone.

La Corea del Nord come cartina di tornasole

Sul dossier nordcoreano le divergenze tra le posizioni di Seoul e Pechino restano marcate. Lee ha esortato la Cina a svolgere un ruolo costruttivo nella promozione della pace nella penisola coreana. Secondo fonti sudcoreane, i due leader hanno riaffermato l’importanza di riaprire il dialogo con la Corea del Nord, mentre Xi ha confermato la disponibilità di Pechino a contribuire in questa direzione. Il comunicato del ministero degli Esteri cinese, tuttavia, non conteneva alcun riferimento alla denuclearizzazione nordcoreana. Questo silenzio riflette la crescente consapevolezza cinese del valore strategico di Pyongyang nell’ambito della rivalità con gli Stati Uniti. Diversi analisti ritengono che Pechino abbia progressivamente modificato il proprio approccio, accantonando la retorica della denuclearizzazione in favore di una posizione che, di fatto, accetta lo status nucleare nordcoreano come elemento di bilanciamento regionale.

In questo contesto, il principale fattore di rischio nella penisola coreana non è tanto una deliberata invasione statunitense o un’offensiva nordcoreana pianificata, quanto piuttosto la possibilità di errori di calcolo. Un movimento tattico minore, un problema di comunicazione o un’esercitazione non annunciata potrebbero essere interpretati da un comando nordcoreano già in stato di massima allerta come l’inizio di un’operazione simile a quella venezuelana del 3 gennaio scorso. Resta infine incerto quale ruolo costruttivo Pechino intenda effettivamente svolgere e se disponga ancora di un’influenza reale su Pyongyang, alla luce della crescente vicinanza del regime di Kim a Mosca.

Lee ha ribadito che la Corea del Sud tiene in considerazione gli interessi fondamentali e le principali preoccupazioni della Cina, aderendo al principio di "una sola Cina". In questo si è discostato si discosta dalla linea del predecessore Yoon, che si era sempre opposto apertamente alle mire di Pechino su Taiwan, provocando una dura reazione della dirigenza cinese. La scelta di Lee appare dunque funzionale al tentativo di mantenere un equilibrio tra le pressioni cinesi e gli impegni derivanti dall’alleanza con gli Stati Uniti.

Sul piano economico, resta un nodo sensibile il divieto informale dei contenuti culturali coreani in Cina, in vigore dal 2016. Nel comunicato congiunto si fa riferimento all’intenzione di ampliare gli scambi culturali in modo graduale e progressivo, un impegno molto vago. Un altro dossier critico riguarda le terre rare e i minerali strategici, ambito nel quale la Cina ha accettato di cooperare per consentire alle aziende sudcoreane di garantirsi l’accesso a tali risorse dopo le precedenti restrizioni alle esportazioni. Restano inoltre aperte le controversie sul Mar Giallo, legate a strutture galleggianti cinesi contestate da Seoul e alla pesca illegale da parte di pescherecci cinesi.

Il contesto strategico regionale

La visita si è svolta in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche, che ha ulteriormente complicato la già delicata strategia diplomatica della Corea del Sud. Da tempo Seoul tenta di collocarsi in una posizione intermedia tra Cina e Stati Uniti, spinta da interessi economici concreti e dalla speranza di ricavarne margini di manovra nei rapporti con la Corea del Nord. Il 3 gennaio, a soli due giorni dal vertice programmato, il sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti ha scosso gli equilibri internazionali ed è stato ufficialmente condannato da Pyongyang. Il tempismo ha offerto a Pechino l’occasione di sondare Seoul sull’operazione, e l’invito di Xi a "stare dalla parte giusta della storia" è stato interpretato come una pressione volta a chiarire la posizione sudcoreana.

Il consigliere per la sicurezza nazionale sudcoreano Wi Sung-lac ha riconosciuto che le posizioni dei due Paesi non coincidono, pur non essendo apertamente conflittuali. Proprio la domenica dell’arrivo di Lee a Pechino, la Corea del Nord ha lanciato missili balistici ipersonici verso la costa orientale, sotto la supervisione personale di Kim Jong Un. Il lancio, avvenuto mentre Lee atterrava in Cina, è stato interpretato come un messaggio sia a Seoul sia a Pechino: Pyongyang non intende rinunciare al proprio deterrente e non cederà ad alcuna pressione esterna.

Il quadro complessivo è quindi quello di una visita che segna un significativo riavvicinamento diplomatico tra Seoul e Pechino dopo anni di gelo, ma lascia irrisolte questioni strategiche di fondo. La Corea del Sud tenta di bilanciare l’alleanza con gli Stati Uniti e la necessità economica di mantenere relazioni stabili con la Cina, mentre Pechino cerca di allontanare Seoul da Washington e Tokyo nel contesto delle crescenti tensioni regionali. Per Seoul emergono interrogativi complessi sulla propria posizione geografica e sugli impegni impliciti dell’alleanza con Washington. Il comandante delle forze statunitensi in Corea del Sud ha lasciato intendere che le truppe stanziate nel Paese potrebbero assumere un ruolo regionale più ampio in caso di una crisi legata a Taiwan.

Pur non essendo direttamente coinvolta nelle dispute sullo Stretto, la Corea del Sud, per collocazione e vincoli di alleanza, difficilmente potrebbe restare estranea agli sviluppi regionali. Un’eventuale evoluzione del ruolo delle forze americane in Corea verso funzioni più estese aprirebbe una fase di gestione particolarmente delicata. Il riavvicinamento con Pechino offre a Seoul vantaggi economici concreti e la possibilità di influenzare gli sviluppi nordcoreani, ma la crescente polarizzazione rende sempre più difficile mantenere l'equilibrio tra Cina e Stati Uniti. Gli spazi per una posizione intermedia si assottigliano progressivamente, e le scelte che Lee dovrà compiere nei prossimi mesi difficilmente potranno soddisfare contemporaneamente Washington e Pechino.

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