08/08/2023, 11.10
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La scure di Riyadh sul Libano e i timori di una crisi regionale

di Fady Noun

L’Arabia Saudita ha invitato i concittadini a lasciare “il prima possibile” il Paese dei cedri, seguita da altre nazioni del Golfo. Gli scontri fra fazioni palestinesi ad Aïn el-Héloué hanno risvegliato la diffidenza del mondo arabo. Timori di una escalation delle violenze. I focolai di crisi specchio di un “raffreddamento” nel dialogo fra regno wahhabita e Repubblica islamica. 

Beirut (AsiaNews) - In quello che sembra essere un indurimento della sua politica verso il Libano, caratterizzata negli ultimi mesi da una certa flessibilità diplomatica, l’Arabia Saudita ha invitato nel fine settimana scorso i propri concittadini a lasciare il Paese “il prima possibile”. Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Qatar e persino l’Oman hanno seguito il suo esempio nei giorni successivi. A fare da sfondo a questi avvertimenti sono stati i feroci combattimenti nel campo di Aïn el-Héloué, che hanno fatto temere una conflagrazione generale nei campi in seno al mondo palestinese.

I libanesi temono l’effetto a catena di questi avvertimenti - che riguardano un numero limitato di turisti, a causa del fatto che le precedenti restrizioni ai viaggi in Libano non sono ancora state revocate - perché potrebbero compromettere una stagione particolarmente fiorente quest’anno. Nel corso di una riunione d’emergenza tenutasi ieri, presieduta dal ministro libanese degli Interni Bassam Maoulawi, i membri del Consiglio centrale di sicurezza hanno dichiarato di non avere dati che giustifichino l’avvertimento lanciato dai Paesi del Golfo. Lo stesso giorno l’ambasciatore saudita in Libano, Walid Boukhari, ha confermato ciò che tutti supponevano, ovvero che gli avvertimenti erano giustificati alla luce di quanto appena accaduto nel campo palestinese di Aïn el-Héloué, vicino a Saïda.

La settimana scorsa, infatti, violenti scontri fra fazioni palestinesi rivali avevano scosso Aïn el-Héloué per cinque giorni dopo l’assassinio di Abu Ahmad al-Armouchi, capo militare e alto ufficiale di Fatah, assieme a quattro sue guardie del corpo. I cinque uomini sono stati uccisi a sangue freddo in una imboscata tesa dal gruppo salafita Osbat el-Ansar, vicino all’organizzazione dello Stato Islamico (SI, ex Isis). Gli scontri che ne sono seguiti hanno provocato dodici morti e più di 60 feriti e hanno allontanato dalle loro abitazioni una parte consistente della popolazione di questo campo sovraffollato, come testimoniano i numeri: 120mila persone in un’area di circa 3 chilometri quadrati.

Questi gravi scontri sono stati contenuti grazie agli appelli urgenti dell’Autorità palestinese e di Hamas. Un intervento che si è rivelato fondamentale nel contenimento nelle violenze e nell’evitare un bagno di sangue, assieme alla fermezza e alla prontezza delle truppe libanesi, che hanno blindato l’ingresso del centro e messo in sicurezza l’autostrada meridionale.

Se gli appelli dei Paesi del Golfo hanno colto di sorpresa l’intera classe politica e dirigente libanese, è perché sono stati lanciati nel momento sbagliato e dopo il ritorno alla calma. Alcuni leader libanesi vogliono quindi credere che si sia trattato semplicemente di una “battuta d'arresto”. 

Tuttavia, agli occhi degli osservatori, gli avvertimenti continuano a essere giustificati. Infatti, sebbene sia stata imposta la cessazione dei combattimenti ai gruppi armati di Aïn el-Héloué, la radice del problema - la rivalità tra l’Autorità Palestinese, Hamas e i gruppi salafiti - rimane irrisolta e i responsabili dell’assassinio di Ahmad al-Armouchi non sono ancora stati individuati e perseguiti.

Inoltre, gli scontri di Aïn el-Héloué coincidono con un palpabile rallentamento dello slancio che ha caratterizzato nell’ultima fase il riavvicinamento sul piano regionale di Arabia Saudita e Iran, avviato e mediato dalla Cina. Questi segnali di involuzione sono visibili ovunque, a partire dallo Yemen e nella difficoltà di prosciugare il traffico di captagon dalla Siria al Golfo. E ancora, nella timidezza delle riforme che il regime siriano dovrebbe introdurre nel Paese in cambio della normalizzazione delle sue relazioni con Riad. Infine, nel proseguimento della politica iraniana di esportazione della rivoluzione islamica ai quattro angoli del mondo arabo, in particolare in Yemen, Palestina e Libano.

Come nuovo ostacolo alla distensione, si potrebbe aggiungere la recente ripresa della disputa sul giacimento di gas di al-Durra, situato lungo i confini marittimi dell’Iran, del Kuwait e dell’Arabia Saudita. A ciò si aggiunge il rafforzamento della presenza degli Stati Uniti e di Israele nella regione e l’invio di un ulteriore cacciatorpediniere e di caccia F-16 e F-35 nei mari del Golfo, in un momento in cui si torna a parlare di una prossima normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele.

Alcune fonti libanesi vicine all’ex premier Saad Hariri parlano addirittura di una intenzione americana di interrompere - al confine siro-iracheno - la circolazione del traffico stradale nella “mezzaluna sciita” che inizia in Iran e termina nel Paese dei cedri.

Anche la situazione interna, dove persiste lo stallo presidenziale e si prolunga la crisi istituzionale, soprattutto per le richieste di Hezbollah, deve quindi essere analizzata e giudicata in questo contesto. A fronte delle parole rassicuranti del ministro degli Interni, vanno tenuti in debito conto - e analizzati - questa serie di fattori e agenti esterni destabilizzanti che pesano sul futuro della nazione. 

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