La triade russa del passato e del futuro
La famosa formula degli zar ottocenteschi dell’Autocrazia-Ortodossia-Popolarismo è reinterpretata oggi dagli ideologi di Putin nella nuova triade Sovranismo-Tradizionalismo-Stato Sociale. Dove è però proprio quello ai "valori morali e spirituali" il riferimento meno chiaro, incapace di andare oltre la contrapposizione tispetto a quelli "distruttivi e degradati" dell'Occidente.
Il 2025 è stato un anno che ha lasciato tracce molto profonde nella ricerca dell’identità della Russia del futuro, come conseguenza e riassunto di un intero ventennio di “rinascita” dell’impero, dalle prime parole di rivincita nel 2004 alle azioni aggressive a partire dal 2008 del presidente Vladimir Putin nei confronti dell’Occidente “invasore”, della Georgia, dell’Ucraina e dei tanti paesi ex-sovietici “traditori”. L’arrivo a gennaio dell’amico Donald Trump sul trono americano ha suscitato quindi un moto di soddisfazione, culminato nel vertice di Ferragosto in Alaska che ha consacrato i due imperatori come i capi delle grandi potenze che si spartiscono il mondo, l’obiettivo principale delle tante “operazioni speciali” putiniane della guerra ibrida e catastrofica di questi anni.
Possiamo dunque considerare in qualche modo realizzata la “restaurazione ideologica” del regime moscovita al potere, che intendeva ridare vita nella nuova Russia a tutte le Russie del passato, dalla mitologica Rus’ di Kiev alla Terza Roma di Ivan il Terribile, dall’impero pietroburghese di Pietro il Grande all’Internazionale sovietica di Josif Stalin. L’espressione più completa delle tante smanie della “Grande Russia” era stata finora proposta dagli ideologi ottocenteschi, la famosa “triade zarista” dell’Autocrazia-Ortodossia-Popolarismo, oggi riproposta e rinnovata dal nuovo zar del Cremlino.
La nuova triade risulta all’orecchio meno efficace e apodittica di quella di due secoli fa, ma su di essa si insiste con dedizione ancora più ossessiva, celebrando il Sovranismo-Tradizionalismo-Stato Sociale, come risulta dai tanti documenti approvati quest’anno dal presidente-eterno Vladimir Putin fino alla Concezione dei Processi Sociali approvata e pubblicata sull’almanacco ufficiale del “Block-Notes della formazione sociale” di novembre-dicembre 2025. La sovranità della Russia è lo scopo più evidente perseguito con la contrapposizione e la guerra nei confronti del mondo intero, e la “socialità” erede del popolarismo zarista non è altro che il ritorno ad un sistema economico sempre più di tipo sovietico, con continue nazionalizzazioni e piani quinquennali che indicano il radioso futuro della società autarchica e “rivolta ad Oriente”.
L’ideale che rimane sempre piuttosto oscuro rimane quello della Tradizione e dei suoi “valori morali e spirituali”, che non si riescono a definire se non in contrapposizione a quelli “distruttivi e degradati” dell’Europa e dell’Occidente. A quale tradizione ci si riferisca non è molto chiaro, se a quella sovietica o a quella zarista, occidentalista o slavofila, kievliana, moscovita o pietroburghese, visto che le Russie del passato sono molte e assai diverse l’una dall’altra. I principati della Rus’ originaria erano in continuo conflitto gli uni con gli altri, tra le prime città di Novgorod, Kiev, Pskov, Vladimir e tante altre, e si può quindi considerare una “tradizione” anche l’attuale guerra “fratricida” della Russia con l’Ucraina, nel Caucaso e nelle terre della Bessarabia (Moldavia e Romania), dell’Ungheria e soprattutto della Polonia, il vero grande avversario storico e “speculare” per la conquista del dominio sull’Europa orientale.
La Moscovia del Quattrocento si era faticosamente liberata del Giogo Tartaro, che ha lasciato una traccia asiatica indelebile nell’animo russo, oggi tornata prepotentemente a galla. Il Gran Principe Ivan III il Grande ha cercato di riunificare le terre russe, diventando il modello della comunione dei popoli, la sobornost che oggi si ripropone come vocazione “tradizionale” della Russia. Suo nipote, il primo zar Ivan IV il Terribile, ha poi pensato di suddividere la Terza Roma in due livelli, zemščina e opričnina, la “terra dei sudditi” e quella dei “controllori”, i membri della Guardia Imperiale che opprimevano il popolo in nome della “vera fede”, galoppando per tutti i territori con le nere vesti monastiche, una lugubre visione dell’Ortodossia religiosa imperiale, anch’essa tornata di grande attualità sotto il minaccioso bastone del patriarca Kirill (Gundjaev).
Ivan IV fece uccidere il metropolita Filipp (Kolyčev) nella sua cella di detenzione monastica, dove era rinchiuso per essersi rifiutato di benedire le guerre dello zar, e oggi i sacerdoti russi vengono scomunicati, imprigionati o cacciati all’estero se non pronunciano le litanie per ottenere la vittoria in Ucraina, riportando la Russia del Duemila a quella del Cinquecento. Questo è proprio quanto si propone nel Block-Notes ideologico, come scrive nella presentazione il direttore del dipartimento governativo sociale Boris Rapoport: “La politica statale deve basarsi anzitutto sull’esperienza storica della Russia”. Quindi ogni scelta deve in qualche modo ribadire e contraddire quelle precedenti, come accadde alla Russia dei Torbidi seicenteschi che provocarono continui scismi interni a livello sociale, politico, militare e religioso, o quella settecentesca che tra Pietro il Grande e Caterina II vide la successione delle imperatrici con i loro amanti, alternando quelli filo-germanici con quelli gallicani che parlavano soltanto il francese aristocratico, tranne poi rimanere terrorizzati dalla rivoluzione del 1792 e dalle mire imperiali di Napoleone.
La Tradizione russa corrisponde alla Ortodossia della triade zarista, la fede cristiana che nel periodo originario kievliano si sovrapponeva alle diverse varianti del paganesimo scandinavo e caucasico, lasciando in eredità una “doppia fede”, la tipica dvoeverie russa da non condividere con nessun altro e che riassume in sé tutte le altre fedi. La coincidenza della rinascita di Mosca con la rovina di Costantinopoli ha poi conferito alla religione russa un particolare impeto missionario, da “forza istitutrice dello Stato” a bastione della vera fede contro ogni avversario eretico o invasore, fino a ispirare la rivoluzione mondiale sovietica e la costruzione dell’ideale società comunista, tutto questo oggi sintetizzato nel compito di proclamare il “giusto mondo multipolare”, il nuovo regno dei cieli sulla terra. Anche in campo teologico e ascetico non ci si preoccupa di accostare ideologie e strutture del tutto contraddittorie tra di loro, come l’impero occidentalista che cancella il patriarcato o il regime ateista che lo restaura per metterlo al suo servizio, per poi riproporre una grottesca “sinfonia” di Stato e Chiesa nella Russia dei “due Vladimir” pietroburghesi, il presidente Putin e il patriarca Kirill.
Nell’introduzione di Rapoport la nuova Ortodossia non è semplicemente una “doppia fede”, ma presenta addirittura una tripla estensione: “Abbiamo tre fedi, perché crediamo nella Patria, crediamo in coloro che sono vicini a noi e crediamo nel futuro”. I valori morali e spirituali tradizionali collegano a quelli della “fede ortodossa” anche quelli “tipicamente umani”, e pazienza se gli uni contraddicono gli altri in qualche dettaglio, come la fedeltà coniugale e la necessaria “multipolarità” di ogni famiglia, come quella molto variegata del presidente, e secondo alcune inchieste di questi giorni anche quella del patriarca, che sarebbe riuscito a nascondere per decenni la moglie, facendo credere di avere altre preferenze. E comunque la definizione per esteso afferma che “la società tradizionale della Russia è costituita dalla famiglia delle famiglie nella continuità delle generazioni, la fedeltà a quanto viene tramandato e agli orientamenti morali e spirituali”, e ancora si specifica che “la società tradizionale non è una forma di stagnazione, ma uno sviluppo inarrestabile, che assume la linfa dalle proprie radici”.
A corredo della concezione ideologica ufficiale si illustrano i dati dei sondaggi ufficiali Vitsom, secondo i quali solo il 2% dei cittadini russi ritiene che la Russia debba mettere al centro dei suoi interessi l’economia, non si parla nemmeno dello sviluppo tecnologico, mentre si sottolinea la necessità di “sconfiggere ogni debolezza”, espressa con l’ambiguo termine antikhrupkost, “anti-fragilità”, affrontando e superando “tutte le sfide geopolitiche e ideologiche del mondo contemporaneo”. Si usano per specificare questo concetto anche termini di natura religiosa, dallo sviluppo alla “trasfigurazione e ascensione” della Russia alla gloria imperitura. Mentre l’Istituto Puškin di San Pietroburgo, massima autorità della lingua russa, ha decretato che la parola dell’anno 2025 è stata Pobeda, “Vittoria”, tanto auspicata quanto per ora rimandata forse a quest’anno nuovo per quanto riguarda la guerra in corso, e celebrata per gli ottant’anni dalla gloriosa fine della Grande Guerra Patriottica, l’evento celebrativo di ogni tradizione della Russia.
Volendo indicare la parola russa decisiva dell’ultimo quarto di secolo putiniano, certamente tocca esaltare la necessaria premessa della Vittoria, cioè Voina, la Guerra e i suoi surrogati, dalla “operazione antiterroristica in Cecenia” agli albori del regno di Putin, alla “costrizione alla pace” nei confronti della Georgia, la “primavera russa” in Crimea fino alla Svo, l’operazione militare speciale in Ucraina, visto che “guerra” è un termine che può pronunciare solo il patriarca Kirill dall’altare della cattedrale di Cristo Salvatore, intesa come “guerra santa”. La guerra in Russia riassume tutte le triadi ideologiche, l’economia e la società, il potere politico e quello religioso, e ad essa si riferiscono tutti i termini che riempiono le cronache quotidiane soprattutto nell’anno appena concluso, dai “droni” alle “trattative” che si richiamano a vicenda: più trattative sono in corso, più droni vengono scagliati, per festeggiare l’anno nuovo.
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