06/06/2026, 08.55
MONDO RUSSO
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La ‘re-stalinizzazione’ dello zar Putin, imperatore senza ideologia

di Stefano Caprio

Al declino delle ideologie, il Cremlino risponde col culto della Grande Vittoria. Analogie fra “putinismo” e fascismo, tratti comuni con Hitler. Ma sottolineare le somiglianze rischia di oscurarne le caratteristiche distintive. Esso rifiuta le idee socialiste e ridicolizza la ricerca di uguaglianza. E fa del messianismo della Chiesa ortodossa russa una parte fondamentale della sua politica.

I tanti tentativi di descrivere le caratteristiche specifiche dell’ideologia di Vladimir Putin e dell’attuale classe dirigente del Cremlino si sono finora rivelati piuttosto infruttuosi, al di là delle suggestioni della “Eurasia” o del “Mondo Russo” ispirate da pseudo-filosofi piuttosto confusi. Il motivo in realtà è semplice: il Cremlino non possiede alcuna vera ideologia, come è risultato evidente anche nei vuoti proclami del Forum economico di San Pietroburgo di questi giorni. In un’epoca di declino delle ideologie, la politica della memoria col culto della Grande Vittoria è diventata il principale strumento di legittimazione del regime, senza elaborazioni di prospettiva. Il concetto di ideologia non fa che complicare la comprensione del putinismo: i russi hanno vissuto nell’ultimo quarto di secolo sotto il giogo dei servizi di sicurezza mafiosi di cui Putin è il principale esponente, in una società profondamente corrotta dove nulla garantisce diritti o libertà “né al poeta né al cittadino”, come afferma la storica Dina Khapaeva del Georgia Institute of Technology.

Prima dell'invasione dell’Ucraina, gli analisti sostenevano che il punto cruciale risiedesse nei “successi oggettivi” del governo di Putin. Affermavano che egli fosse il garante della “stabilità e dell’ordine”, tanto desiderati dai russi dopo i turbolenti anni Novanta, e finché l’oleodotto continuava a funzionare a sufficienza da garantire una parvenza di prosperità, almeno nelle grandi città, questa argomentazione convinceva molti. Ora che la guerra contro l’Ucraina ha causato centinaia di migliaia di vittime sul fronte russo, e gli attacchi dei droni sono diventati così frequenti che Putin non può più organizzare una parata militare senza il permesso di Volodymyr Zelenskyj, è diventato molto meno chiaro il motivo per cui “il popolo tace”.

L’idea che il putinismo sia una forma di fascismo si è diffusa tra i critici di Putin fin dal suo secondo mandato presidenziale, concluso con la guerra in Georgia del 2008. Il politologo americano Aleksandr Motyl, figlio di ucraini fuggiti dalla seconda guerra mondiale, è stato uno dei primi a formulare questa ipotesi; a suo avviso, “iper-nazionalismo, imperialismo e suprematismo” sono tratti comuni alle ideologie di entrambi i regimi di Hitler e Putin. Lo storico Timothy Snyder di Yale sottolinea piuttosto l’influenza del filosofo filo-fascista Ivan Il’in, emigrato dopo l’instaurazione del regime sovietico, che Putin ama citare nei suoi discorsi e le cui ceneri ha fatto seppellire nuovamente nel monastero Donskoj. Inoltre, molti sostenitori russi del putinismo esprimevano apertamente le loro simpatie per il fascismo fino a quando, naturalmente, la propaganda del Cremlino non ha dichiarato gli ucraini “nazisti”.

Indubbiamente esistono delle analogie tra putinismo (o “ruscismo”, come lo chiamano in Ucraina) e fascismo: il culto della forza e della leadership, il terrore, la nostalgia per il passato e il militarismo. Il desiderio di etichettare il regime di Putin come fascista è comprensibile: è un modo per imporre il riconoscimento della sua criminalità. Tuttavia, non tutti i regimi criminali sono fascisti, e sottolineare eccessivamente le somiglianze con il fascismo oscura le caratteristiche distintive del putinismo. E le evidenti differenze possono persino mettere in dubbio la sua natura criminale.

Paradossalmente, il dibattito sull’equiparazione del putinismo al fascismo è servito da pretesto per la sua normalizzazione. Alla vigilia dell’annessione della Crimea, lo storico americano Stephen F. Cohen espresse indignazione per il paragone tra il regime di Putin e il fascismo, ammonendo l’opinione pubblica occidentale con l’idea che “demonizzando” Putin e definendolo un nuovo Hitler, i critici del putinismo stessero spingendo il mondo sull’orlo di una nuova Guerra Fredda e di una catastrofe nucleare. Inserendo il putinismo nell’ampio spettro del neoliberismo, la politologa francese Marlene Laruelle della Georgetown University ritiene che questo regime non debba essere considerato fascista, né tantomeno un regime dominato dall’estrema destra; a suo avviso non si tratta di un mostro isolato, ma di uno dei tanti regimi di orientamento conservatore, oggi sempre più diffusi nel mondo. Oltre agli aspetti negativi del putinismo, Laruelle sottolinea quelli percepiti positivamente dalla sinistra occidentale, come ad esempio il rifiuto della “subordinazione geopolitica agli Stati Uniti”, il rifiuto della “egemonia occidentale” e l’opposizione al “neoliberalismo economico”. Nella sua interpretazione, il regime di Putin è diventato “post-liberale”, poiché, a suo dire, la Russia “ha imparato in prima persona i limiti del liberalismo”. Seguendo le opinioni del grande politologo russo Gleb Pavlovskij, la Laruelle paragona il putinismo a “un’orchestra jazz, con vari strumenti”, anche se sarebbe molto più appropriato paragonarlo ad altri “musicisti”, ovvero i wagneriani.

In effetti, il putinismo si differenzia dal fascismo. Il fascismo, e in particolare il nazionalsocialismo, conteneva elementi di socialismo, sebbene solo per la “razza ariana”. Il putinismo rifiuta tutte le idee socialiste e, nonostante il suo populismo, ridicolizza apertamente la ricerca dell'uguaglianza. Inoltre, la maggior parte dei fascisti era atea, e sebbene Mussolini mantenesse rapporti con la Chiesa cattolica romana, il messianismo religioso era estraneo sia all'Italia fascista che al Reich nazista, mentre il putinismo ha fatto del messianismo della Chiesa ortodossa russa una parte fondamentale della sua politica.

Il dibattito sulla natura fascista del putinismo ha ulteriormente rafforzato la convinzione dei ricercatori che esso possieda un’ideologia, sebbene non fascista, ma diversa, e molti hanno iniziato a tentare di descriverne le caratteristiche. Le ideologie del XX secolo rappresentavano un sistema di prescrizioni astratte, la cui attuazione avrebbe dovuto portare alla costruzione di un “futuro migliore”: il comunismo mondiale o un Reich millenario. Essi cercarono di applicare queste prescrizioni su scala globale, il che, agli occhi dei loro seguaci, giustificava il diritto di questi regimi al dominio mondiale, sotto forma di dominio della razza ariana o di rivoluzione mondiale. L’attenzione al futuro era una caratteristica importante di queste ideologie del passato, mentre il Cremlino in realtà non ha alcun progetto per il futuro, se non un ritorno al passato storico della Russia, all’epoca della Seconda Guerra Mondiale o persino al Medioevo.

Come osserva giustamente Nikita Savin, giovane politologo della Scuola Superiore di economia di Mosca, Putin e i propagandisti del Cremlino manipolano i frammenti di vari sistemi ideologici per adattarli alle esigenze del momento, e li scartano senza esitazione in qualsiasi altro momento. La contraddizione e l’incoerenza caotica sono caratteristiche intrinseche della propaganda di Putin, oggi molto imitate da Donald Trump; in linea con il post-modernismo, propagandisti come il consigliere del presidente Vladimir Medinskij dichiarano senza mezzi termini che non esiste oggettività nella storia, il che conferisce loro completa libertà di distorcere sia il passato che il presente. Il Cremlino opera di fatto secondo il principio che più contraddizioni ci sono, più facile è manipolare le persone, e quando si rivolge ai suoi concittadini, il governo impiega sistematicamente tattiche di guerra ibrida, che poi esporta in tutti gli altri Paesi. A differenza del comunismo o del fascismo, il putinismo non offre una spiegazione olistica del mondo, nessuna “chiave d’oro” per svelare tutti i misteri dell’universo. Per quanto riguarda il dominio globale, sebbene la frase sulla “storia millenaria della Russia” sia inclusa nella costituzione russa, quattro anni di guerra catastrofica contro l’Ucraina non hanno fatto progredire in modo significativo la risposta alla domanda su come il Cremlino possa creare una nuova visione dell'ordine mondiale.

Il celebre storico del fascismo Robin Griffin ritiene che il fascismo, come il comunismo, si sia presentato come un movimento rivoluzionario. Il Cremlino invece teme le rivoluzioni come la peste, ed è questo il vero motivo per cui non può smettere di fare guerra, se non in Ucraina, magari nei Baltici, nel Caucaso e in Asia centrale, le costole separate dell’ex-impero sovietico. Il culto della guerra, che esaltava Stalin come comandante in capo vittorioso, ha definito la tendenza principale della politica della memoria di Putin: la re-stalinizzazione. Il mito stalinista della guerra è stato e rimane la sua “anima viva”, con il ricordo dell'eroico sacrificio nella lotta contro il nazismo e la liberazione del mondo intero dalla “peste bruna”, e ora il successore di Stalin ha il diritto esclusivo di ridisegnare la mappa dell’Europa, dell’Asia e del mondo intero a proprio piacimento.

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