20/01/2026, 13.37
CAMBOGIA
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'Le ombre dell'inganno: il mio grido di missionario sulla guerra alle truffe in Cambogia'

di p. Will Conquer *

Da Sihanoukville la testimonianza di un missionario sulle mille ambiguità dietro alle operazioni e agli arresti eccellenti contro il sistema degli scam center: "Vedo tanta ipocrisia: troppi sono stati complici, ma nessuno si assume le sue responsabilità. Anche i truffatori affollano oggi le ambasciate dichiarando povertà. Come persone che ama questo Paese invoco un pentimento vero". 

Sihanoukville (AsiaNews) - Arresti eccellenti, imperi economici che improvvisamente scompaiono, centinaia di stranieri che affollano i consolati proclamandosi vittime "liberate" dagli scam center: da settimane in Cambogia la "stretta" contro i fino a ieri intoccabili centri per le truffe on line, attività criminali transnazionali che impiegano migliaia di persone con giri d'affari da decine di miliardi di dollari, sta destando scalpore, portando alla ribalta anche dell'opinione pubblica internazionale un sistema criminale troppo a lungo ignorato. Ma sta davvero cambiando qualcosa? O non stiamo invece assistendo a un mero rimescolamento delle carte, in un contesto profondamente corrotto in cui nessuno vuole assumersi davvero le sue responsabilità? È la denuncia che da Sihanoukville lancia p. Will Conquer, missionario delle Missions étrangères de Paris in Cambogia, in questo "grido di dolore" che parla della profonda crisi morale che sta dietro al fenomeno degli "scam center". E di quanto sia lunga la strada necessaria per uscire dalle macerie che questo fenomeno criminale coperto da potenti connivenze ha provocato a Sihanoukville.

Come semplice servo del Signore, assegnato alle un tempo serene rive di Sihanoukville, sono stato testimone del ventre impuro dell’ultima afflizione che colpisce questa terra. Per tre anni ho prestato il mio ministero agli oppressi, offrendo conforto tra le rovine di questa crisi morale. Ora, però, in questa cosiddetta “guerra delle truffe” che sta avvolgendo la Cambogia come le spire di un serpente, sento di dover alzare la voce, non in una preghiera sommessa, ma in una giusta indignazione. Con i miei stessi occhi vedo la scaltra ipocrisia in atto: una collettiva innocenza simulata che schernisce il vero pentimento. Permettetemi, con la lucidità di chi cammina nella fede, di analizzare questa crisi, mettendone a nudo i peccati strutturali e i falsi profeti che la perpetuano. Perché agli occhi della giustizia divina nessuno sfugge alla responsabilità, anche se qui molti ci stanno provando.

In questa tempesta turbolenta di inganni, il peccato più lampante è la totale abdicazione della responsabilità: un’elusione deliberata che permea ogni strato di questa industria infernale. Si consideri il recento arresto di un certo Chen Zhi (uomo d’affari sino-cambogiano alla guida del Prince Group, holding oggi accusata di numerosi traffici criminali ndr), una figura oscura che ha scambiato i pixel dei videogiochi con il denaro insanguinato del crimine organizzato. La sua caduta in disgrazia ha inviato scosse lungo i cartelli delle truffe, eppure ciò che ne è seguito non è stato il pentimento, bensì una magistrale messa in scena del vittimismo.

Umili soldati di fanteria, i cosiddetti “scammer”, assediano le ambasciate straniere, con passaporti comodamente “smarriti”, racconti in lacrime di tratta di esseri umani come se fossero agnelli ignari condotti al macello. Nel frattempo, gli alti sacerdoti del potere, i funzionari governativi, convocano riunioni di gabinetto d’emergenza, proclamando gesti grandiosi come l’installazione di centinaia di telecamere di sorveglianza lungo le strade al neon di Sihanoukville, mentre gli scagnozzi dei boss dei casinò si affannano alla ricerca delle loro pecore nere smarrite. I casinò chiudono i battenti sotto il velo dell’anonimato e qualche generale senza volto dell’immigrazione viene silenziosamente retrocesso, pedina sacrificale in un gioco in cui nessun re cade.

Possiamo davvero credere a questa farsa? L’irresponsabilità qui non è una semplice svista: è la vera architettura del male, intrecciata nel tessuto di un’industria che prospera sulla possibilità di negare ormai qualsiasi cosa. Come missionario, la vedo come una moderna Torre di Babele, dove confusione e frammentazione proteggono i colpevoli dalla luce della verità.

1. La catena spezzata: la divisione non è del lavoro, ma della colpa. In questa impresa malvagia, i ruoli sono meticolosamente suddivisi come i compiti in una fabbrica della frode: dai marketer patinati che adescano le vittime con promesse melliflue, agli agenti di “assistenza clienti” che manipolano psicologicamente i truffati, ai rivenditori di carte VIP che riciclano i proventi illeciti, agli interpreti che colmano le barriere linguistiche del tradimento, fino ai programmatori che costruiscono trappole digitali. Ma nessuna mano osa premere il pulsante rosso per fermare tutto questo: ciascuna rivendica l’ignoranza rispetto al resto del sistema.

I grandi casinò fisici subappaltano astutamente a oscure operazioni online, usando queste ultime come una foglia di fico legale per nascondere la propria complicità. Gli ufficiali dell’immigrazione, i guardiani del regno, “seguono semplicemente gli ordini” mentre lasciano passare orde di truffatori all’aeroporto di Phnom Penh, identificati non da controlli accurati, ma da codici criptici come “8844”, che segnalano un branco di operatori sino-indonesiani in magliette nere e infradito. Chiudono un occhio, fingendo di non vedere la parata di vizi davanti a loro.

È una catena di comando a domino, invisibile e insidiosa, in cui ogni tessera fa cadere la successiva, ma nessuno rivendica la spinta. Nella mia attività pastorale ho consigliato gente del posto intrappolata in questa rete, e vi dico: non è casualità, ma un disegno deliberato per eludere il giudizio. Come avverte la Scrittura: “L’empio fugge anche se nessuno lo insegue” (Proverbi 28,1), eppure qui fuggono solo per riorganizzarsi, senza pentimento.

2. Il velo dell’ignoranza: la conoscenza come frutto proibito. L’ignoranza simulata è una beatitudine tutt’altro che innocente. In questo labirinto di menzogne, nessuno “conosce davvero” l’intera portata dell’operazione, o così affermano. I casinò cambiano nome con la frequenza di un camaleonte, lasciando persino i propri dipendenti alla deriva nella confusione, riferendosi vagamente all’“azienda” come se invocassero una divinità onnipotente e senza volto. Risuona l’eco dei giorni bui dei Khmer Rossi, quando i villaggi sussurravano solo di “Angkar”, quell’autorità anonima che esigeva obbedienza cieca. Il personale viene spostato tra società di comodo, gli stipendi riciclati attraverso strati di opacità, garantendo che, quando il martello cadrà, le dita indicheranno dappertutto e da nessuna parte. Questa amnesia coltivata è una tattica scaltra, uno scudo contro l’azione penale, che consente ai colpevoli di implorare: “Non sapevo quello che facevo”. Ma è tempo di squarciare questo velo: l’ignoranza qui non è una difesa, ma un’arma, brandita per perpetuare il ciclo del peccato. Quante anime ho cercato di redimere nei vicoli di Sihanoukville, solo per trovarle intrappolate in questa nebbia di negazione?

3. Una rovina annunciata: destinata all’abisso. Guardate lo skyline della città, deturpato da torri scheletriche, monoliti incompiuti di tracotanza che si ergono come profezie di fallimento. Questa architettura dell’ambizione non è un incidente; è il manifesto di un crollo inevitabile, simile agli imperi del passato caduti sotto il proprio peso. L’industria delle truffe, che sfreccia in flotte di Alphard e Lamborghini, ostenta ricchezze estratte dai vulnerabili, eppure è già in bancarotta nello spirito e nella sostanza. I truffatori, che guadagnano fortune che superano di gran lunga i salari locali, affollano oggi bizzarramente le ambasciate dichiarando povertà, con le casse misteriosamente svuotate da un giorno all’altro. Prima ancora che la giustizia possa anche solo riunirsi, l’edificio crolla: debiti non pagati, operazioni svanite come nebbia. È come se il Signore stesso avesse inciso la loro condanna: “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?” (Matteo 16,26). Questa industria non è costruita per durare; è progettata per implodere, lasciando il caos al suo passaggio.

Stiamo attenti a non sbagliare: l’industria delle truffe è il cancro metastatico che divora l’anima della Cambogia, una piaga alla quale troppi si sono arresi in una complicità silenziosa. Dai modesti venditori ambulanti che smerciavano i loro prodotti, ai lavoratori stanchi nei centri massaggi, è fiorito un intero ecosistema per sostenere questa bestia: hotel che ospitano i truffatori, ristoranti che ne saziano gli appetiti, perfino reti di trasporto che li portano avanti e indietro. Hanno ricostruito Sihanoukville a loro immagine, importando catene di lusso come Starbucks nelle città di confine quali Poipet e Bavet, mascherando lo sfruttamento con una patina di progresso.

Ma l’attuale “stretta” è davvero un bisturi genuino per estirpare questo tumore? Temo di no. Ciò a cui assistiamo è un astuto gioco a nascondino: avvertimenti sussurrati agli scammer ore prima delle ispezioni, permettendo loro di disperdersi come scarafaggi alla luce. Retate che trovano edifici vuoti, annunci di riforme che spostano anziché sradicare. È un rimescolamento del mazzo, non una purga: una manovra astuta per preservare lo status quo sotto le sembianze dell’azione. Come persona che ama la Cambogia e la sua cultura, ma soprattutto come missionario assetato di giustizia e verità, chiamo tutti, scammer, funzionari e facilitatori allo stesuesto Paese invoco o modo, ad ascoltare l’appello al vero pentimento. Perché senza di esso le ferite della Cambogia continueranno a infettarsi, e il giorno del giudizio verrà senza invito. Preghiamo per la luce in questa oscurità e per il coraggio di affrontare le ombre dentro di noi.

* missionario delle Missions étrangères de Paris in Cambogia

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